OTS – L’USCITA DAL TUNNEL

Schermata 2016-03-22 alle 12.40.14

In ambito internazionale, nelle operazioni offshore, esistono tre tipologie di standard: gli standard formativi stabiliti dall’International Diving Schools Association (IDSA) che rappresenta l’unica associazione didattica nella subacquea industriale a livello internazionale, così come in ambito sportivo abbiamo diverse didattiche PADI, CMAS, SSI e altre.
È interessante sottolineare che corsi formativi nazionali, come quelli degli Stati Uniti d’America o del Canada, fanno sempre riferimento alla didattica dell’IDSA che, a livello mondiale, ha elaborato le regole per la formazione nel settore inshore e offshore in base a una più che quarantennale esperienza, desunta dalle scuole che aderiscono a tale Associazione a livello mondiale; gli standard operativi, riconducibili all’International Marine Contractors Association (IMCA), applicabili nel cantiere (ad essi si rivolge anche la citata normativa UNI 11366 sulla sicurezza e tutela della salute nelle attività subacquee ed iperbariche professionali al servizio dell’industria – procedure operative); gli Standard di sicurezza dell’Health and Safety Executive (HSE) quali, per esempio, le norme HSE del Regno Unito. Solo la corretta applicazione di questi standard può garantire una maggiore spendibilità della qualifica del sommozzatore italiano a livello internazionale, riportando la categoria al livello che le spetta per la storia e per le competenze che la caratterizzano.
Standard distinti, ma interconnessi fra di loro, indispensabili per garantire il massimo di sicurezza e qualità nella gestione dei cantieri offshore in questo settore. E’ molto importante sottolineare che IMCA e IDSA da sempre sono state associazioni complementari, nei settori che le distinguono. In particolare, IMCA, nel suo documento “Reproducing the IMCA Logo” dice che: “ Training and certification: • There are only four training courses for which IMCA offers approval/recognition – Trainee air diving supervisor, Trainee bell diving supervisor, Assistant life support technician and Diver medic. Each requires a training establishment to apply for approval then satisfactorily undergo an audit of its documentation, facilities and course. Once IMCA has confirmed approval/recognition such establishments may use the wording ‘IMCA Approved’ or ‘IMCA Recognised’ in relation to these specific courses only • No other courses are approved/recognised by IMCA and, therefore, no establishments should state ‘IMCA Approved’ or ‘IMCA Recognised’ in relation to any other course.”
È il Documento con il quale IMCA stabilisce le sue competenze, come associazione di categoria che non si occupa di formazione, e infatti nessuno dei quattro corsi che fa può essere considerato come corso “bagnato”, ma come corso che può aiutare nella gestione del cantiere in superficie, inoltre in tale documento è chiarissimo il fatto che IMCA non vuole occuparsi della formazione dei commercial divers, siano essi formati per l’ambito portuale (OTS) o coloro che hanno una qualifica per operare negli ambienti inshore o offshore. In generale IMCA è interessata solo all’ambito offshore, cioè dal momento in cui l’immersione dei divers si effettua con l’utilizzo di apparecchiature particolari tipo basket, campana aperta o campana chiusa, che sono dei veri o propri ascensori per aiutare la discesa, e soprattutto la risalita in sicurezza dei divers.
Il settore offshore si distingue dal settore portuale o inshore, dove le immersioni si effettuano con l’ingresso del divers direttamente in acqua e l’utilizzo delle tecniche di scuba (fonte di aria limitata alla bombola sulle spalle) o surface (fonte di aria illimitata, che arriva dalla superficie tramite il cavo ombelicale).
Nelle immersioni offshore, di interesse IMCA, le immersioni sono fatte, oltre che con l’utilizzo delle attrezzature descritte precedentemente, anche esclusivamente in surface, esso si divide in due categorie, l’offshore ad aria, che rientra nella categoria del “Basso fondale” (al quale fanno riferimento anche le immersioni in ambito portuale e inshore), ed ha la particolarità che i divers respirano aria comune (cioè gas composto da ossigeno e idrogeno) e l’offshore in saturazione, detto anche “alto fondale”, caratterizzato dall’uso di miscele respiratorie composte da ossigeno ed elio (eliox).
IMCA stila periodicamente, con cadenza annuale o biennale, un documento dove nella prima parte sono inseriti i paesi che in ambito internazionale hanno una legislazione specifica che regolamenta queste tipologie di immersione. Il documento più recente, che IMCA ha prodotto, è Information Note IMCA D 05/1505/15 (documento 05 del 2015). In questo documento IMCA, su tre fasce, stila un elenco di paesi che hanno una legislazione per l’offshore diving nel loro territorio.
Nella prima fascia, come offshore/basso fondale (cioè per profondità superiori ai – 30 ma fino ai – 50 metri ) troviamo sotto il titolo Surface-Supplied Diver Certificates, i seguenti paesi: Australia, Brasile, Canada, Francia, India, Norvegia, e nuova Zelanda, Olanda, Sud Africa, Svezia, Singapore, UK (tramite HSE-UK) e USA tramite TSA.
Nella seconda fascia come offshore/alto fondale (cioè per profondità superiori ai – 50 metri) troviamo sotto il titolo Closed Bell Divers Certificates: i seguenti paesi Australia, Brasile, Canada, Francia, Norvegia, e nuova Zelanda, Olanda, Sud Africa, UK (tramite HSE-UK) e USA tramite ACDE. Si nota la mancanza dell’Italia da questo elenco, perché la legislazione esistente fino a qualche mese fa si limitava a definire solo le attività degli OTS (ambito portuale) che non è di interesse dell’IMCA. Per tutti gli altri paesi (Italia inclusa), IMCA ha delegato tre organizzazioni: Interdive e the National Hyperbaric Centre che si trovano in UK e KB Associates che si trova a Singapore, di recarsi, su richiesta, in uno qualsiasi dei paesi che non si trovano fra quelli elencati, per poter valutare il rilascio delle certificazioni IMCA a divers che operano presso aziende che sono full contractors IMCA.
Queste procedure sono definite da alcuni documenti IMCA, dove vengono stabilite le regole da applicare, fra queste, ad esempio, solo le ditte full contractors IMCA che hanno dei dipendenti con grande esperienza offshore, ma che non provengono da uno dei paesi elencati nel documento D05-15, possono richiedere la visita di uno dei tre organismi.
Imca sottolinea che non vuole assumere un ruolo di valutatore di subacquei esperti, e non si propone come tale. IMCA ritiene che questo tipo di approvazione debba rimanere compito dei governi o di agenzie approvate da governi come per esempio ACDE negli USA. E’ interessante notare che queste tre organizzazioni sono tutte e tre Full Member IDSA come Specialist Diving Training, e che in un documento che IMCA ha rivolto a questi organismi dal titolo “Competence Assessment of Experienced Surface Supplied Divers” al paragrafo 7 specifica che esso deve essere eseguito secondo standard IDSA: “The assessment should be based upon the IDSA standards – modules A (Preparatory), C (standard surface supply) and D (deep surface supply). “.
Occorre inoltre sottolineare che anche l’organismo Americano ACDE (Association of Commercial Diving Educators) indica gli standard IDSA obbligatori nei percorsi formativi. Da tutto ciò si evidenzia un legame forte e inscindibile, ma anche con precisi confini nelle competenze, come avevamo accennato all’inizio, e cioè IMCA stabilisce gli standard operativi da applicare nei cantieri di lavoro, mentre IDSA stabilisce gli standard formativi da applicare durante i percorsi di formazione dei commercial divers.
Ecco allora, che in Italia, visto che la legislazione nazionale non ha avuto un’evoluzione normativa omogenea nella materia dal 1982 ad oggi, malgrado diversi disegni di legge siano stati presentati in entrambi i rami del Parlamento senza mai concludere il proprio iter parlamentare; è stata promulgata dal presidente della Regione Siciliana la legge regionale 21 aprile 2016, n. 7, recante “Disciplina dei contenuti formativi per l’esercizio delle attività della subacquea industriale”, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale regionale il 29 aprile successivo, della quale, nella riunione del Consiglio dei ministri n. 121 del 20 giugno 2016 si è deliberata la non impugnativa, che si occupa di chi opera in acque marittime inshore ed offshore o interne”, fuori dall’ambito portuale, e dove l’articolo 3.2 specifica che: “ Gli interventi di cui al comma 1 devono essere conformi nei contenuti agli standard internazionalmente riconosciuti, con riferimento ai tempi di immersione e di fondo ed alle attività in acqua, dall’International Diving Schools Association (IDSA), ai controlli che devono essere effettuati per il rispetto di obblighi e requisiti generali in materia di salute, sicurezza ed mbiente (HSE), anche in conformità alle linee guida di International Marine Contractors Association (IMCA)”, mentre all’articolo 3, comma 5, specifichi che “I titoli rilasciati al termine dei percorsi formativi sono soggetti alle procedure e modalità di registrazione e vidimazione previste a livello generale per le attività di formazione professionale ai sensi della vigente disciplina e sono riconoscibili ai sensi della direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 7 settembre 2005 sull’intero territorio comunitario”.
Una interrogazione parlamentare la n° 4-06112, pubblicata il 14 luglio 2016, nella seduta n. 660 del senato della Repubblica Italiana, immediatamente dopo la pubblicazione della legge 07/2016 della regione Sicilia, stabilisce un importante collegamento fra la legge e le garanzie relative alla sicurezza dei lavoratori, già previste dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante il testo unico in materia di sicurezza sul lavoro, ed in particolare gli articoli 18, comma 1, lettera e), 36, comma 1, lettera a), e 37, comma 3; specificando che fuori dall’ambito portuale la formazione, che deve ricevere un lavoratore che opera nell’ambito della subacquea industriale, affinché si ottemperino i requisiti previsti dal decreto legislativo n 81 del 2008, non può fare riferimento al decreto ministeriale 13 gennaio 1979 che, all’art. 2 specifica “I sommozzatori in servizio locale esercitano la loro attività entro l’ambito del porto”, ma alla legge regionale siciliana n. 7 del 2016 all’interno della quale vengono definiti i livelli di addestramento e di qualifica, con percorsi formativi minimi, che garantiscono ai lavoratori un idoneo livello di esperienza volto alla tutela sia del datore di lavoro in quanto gli garantisce un livello “minimo” di competenza affinché possa operare in sicurezza, sia alle istituzioni che attualmente espongono i lavoratori del settore a gravi rischi nello svolgimento del loro attività, di conseguenza, continua, attualmente, soltanto i lavoratori iscritti al repertorio telematico gestito dall’Assessorato per il lavoro della Regione Siciliana e in possesso della card del “commercial diver italiano” possono essere considerati idonei per effettuare un tipo di attività fuori dalle aree portuali.
Va anche considerato che in Italia la formazione è stata demandata alle regioni, e che la regione Sicilia è una regione autonoma che può fare riferimento al suo statuto, originato da un accordo di origine “pattizia” fra lo Stato Italiano e la Sicilia, emanato con regio decreto da Re Umberto II il 15 maggio 1946 (quindi precedente la Costituzione della Repubblica Italiana, che lo ha recepito per intero con la legge costituzionale n. 2 del 1948), e diede vita alla Regione Siciliana prima ancora della nascita della Repubblica Italiana. Grazie allo Statuto autonomistico, la Regione Siciliana ha competenza esclusiva (cioè le leggi statali non hanno vigore nell’isola) su una serie di materie, tra cui anche la formazione professionale.
Grazie a questo, ora bisogna procedere affinché anche l’Italia, tramite la legge Regionale 07/2016, possa far parte di un futuro documento IMCA che andrà a sostituire il documento D05/15, inserendo nella prima fascia (basso fondale) la frase “Italia: Iscrizione al 2° livello del repertorio telematico della regione Sicilia” e nella seconda fascia (alto fondale) la frase “Italia: Iscrizione al 3° livello del repertorio telematico della regione Sicilia”. Una strada ancora da percorrere, ma che finalmente dopo 35 anni comincia a fare intravedere la luce dell’uscita dal quel buio tunnel in cui il commercial diver italiano è stato costretto a rimanere.
Manos Kouvakis – CEDIFOP

 

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

UN PIANETA CHIAMATO DIGNITA’

C’era una volta un collaboratore della rivista Mondo Sommerso molto diverso dal consueto. Fotografava come gli altri ma ci metteva anche il cuore e soprattutto il cervello: Marco Giacomo Eletti

Qui pubblichiamo un suo reportage che nell’Italia subacquea del “tutti felici” non aveva trovato spazio

schermata-2016-10-15-alle-16-39-09

sopra Marco Giacomo Eletti, oggi

Quando visitai Dar es Salaam, correva forse il 1979, era credo verso la fine di un inverno piovoso e tetro, e l”idea di un viaggio al caldo, mi appariva deliziosamente eccitante.

Sarei stato ospite, come giornalista, del governo tanzanese e della TTC (Tanzania Tourism Corporation) come inviato di mondo sommerso, che voleva dar notizie sulle isole di Pemba, Zanzibar e Mafia e sul delta del fiume Rufiji.

Stavo girando nella zona del porto: il quartiere del mercato delle spezie. è un luogo incantato, dove trovi di tutto, e tutto trova te. Fuori dal tempo e dallo spazio, come secoli or sono, ancora carico di immagini coloniali, carico di suoni e di profumi che si mischiano  al grido lamentoso del muezzin che chiama alla preghiera: allah akbar,  Allàh è grande!! era un crogiolo di genti,di cose e di merci,  di polvere e di sgangherati carretti, di strade e stradine sterrate, vecchie case coloniali coi colori delle facciate tutti scrostati  e declinanti,  testimonianza del fallimento socialista, come se la macchina del tempo mi avesse trasferito  nella povertà del 17 secolo, così troppo uguale a quella che avevo dinnanzi agli occhi.

Ero carico di macchine fotografiche, sudato per il caldo cattivo e umido. quando alla fine di una strada sterrata e polverosa,  il fortissimo fetore di immondizia,  un cumulo davvero grande, era così aspro e tremendo che mi colpì all’improvviso e, quasi, non caddi per terra, vomitando.

Appena dietro quella puzzolentissima montagnola, vidi un arrugginito paraurti di motocicletta inglese con la targa gialla e numeri neri.  Si muoveva.  e alzandosi al disopra del tumulo,  pareva il cappello di napoleone, vidi, a sorpresa  il volto di un vecchio negro che mi guardava fissandomi, cercando di capire se io mai rappresentassi per lui, un pericolo. era così nero, che pareva un nerissimo gorilla delle cime ugandesi.

Era sporco, incrostato di avanzi di cibo e peggio. il paraurti di quella vecchia motocicletta militare gli stava proprio sopra la testa ed era il suo copricapo.

Lui stava frugando in quella maleodorante montagna in cerca di cose da mangiare, forse da rivendere, o forse cercava soltanto la sua stessa sopravvivenza!

Il mio istinto di fotografo reporter mise subito le mani sulle macchine, già immaginavo la bellissima foto, drammatica, pubblicata sul servizio che avrei pubblicato.

Qualcosa scattò dentro di me…  mi avvicinai. Compassione, rabbia nel vedere ancora condizioni di vita subumane, e dolorosa tristezza mi staccarono le mani dalle macchine fotografiche. Presi, invece, dei soldi,  ben sapendo che, il  mostrare in quel luogo, anche un minimo di ricchezza, poteva significare di finire morti ammazzati: la vita umana li è solo un infinitesimo dettaglio, di scarsissima importanza.

Mi avvicinai e gli offrii  quei biglietti che, per me, erano  un nulla. Forse per lui la vita, in quell’ultimo gradino della dignità umana, dove poi c”è  solo la decomposizione della morte e peggio ancora dell’oblio.

Mi avvicinai, sino a poterlo toccare. Il fetore che arrivava ai miei sensi era insopportabile, inumano, orrendo. Il sudore mi colava negli occhi e nugoli di mosche non davano tregua. Le sue mani erano coperte di croste, con le dita  che fuoriuscivano dai guanti neri e sfilacciati.

Portava un consunto e liso gilet nero e neri erano i suoi deformi pantaloni, come il colore della sua pelle. il suo naso era lucido e umido,  la pelle  dei suoi piedi nudi rugosi e coperti di polvere. lo guardai negli occhi e mi  fissò,  fiero come un guerriero africano pronto a gettarsi in battaglia.

Fu solo un attimo, fuggente. Riuscii ad entrare dentro e dietro a quegli occhi e vidi ciò che lui aveva visto in tutta la sua vita… e la vidi scorrere. Ero   terrorizzato.

Prese i soldi che gli tendevo e con uno scatto felino mi artigliò tutto un braccio.

Cercava,qualcosa, con l’altra mano nelle tasche.  Pensai cercasse un coltello. Ero allenato. avevo il fisico forte del karatèka, e mi tesi  per fronteggiare il possibile pericolo.

Quando estrasse la mano dalla tasca, nel palmo lercio e sudicio, teneva una vecchia lametta da barba tutta arrugginita: me la mise in mano e poi con un sorriso  sdentato e sbilenco, ma con  grande delicatezza, mi richiuse le dita della mia mano come una richiesta a  tenere forte ciò che per lui rappresentava: un tesoro immenso e me lo regalava. Io,il vecchio cacciatore di immagini, sopra e sotto il mare, nei luoghi più remoti ed impervi, nelle giungle più inesplorate, attraverso pericoli di ogni genere,  negli abissi più profondi, stavo per atterrare in un pianeta sino allora sconosciuto. Ciò che per tutta la vita avevo cercato, stava finalmente lì, davanti a me.

Non avrei del resto mai immaginato di trovare proprio dietro ad una putrida montagna di rifiuti, la più alta forma di umana dignità.

O forse anche un pezzo perduto di Dio, il mio Bosone di Higgs.( il bosone da cui ebbe origine il tutto: il tempo, lo spazio e l”universo e l”assoluto)

Quell’uomo povero che anche la più tetra povertà rifiuterebbe, non aveva accettato l’elemosina.

Per quelle poche monete, date dal mio egoismo,  mi aveva regalato il suo bene più prezioso. Non vi era , infatti alcuna proporzione  tra  i valori di ciò che gli avevo dato io e quel che mi aveva dato lui.

Sarebbe stata, credo, la  più bella foto, quella da sempre ricercata spasmodicamente per il successo personale, per lo scoop, per i futuri premi e riconoscimenti internazionali, per  l”eclatante articolo foto giornalistico,  che avrei firmato al mio ritorno in Italia. Per il mio super- ego di cacciatore di immagini e per i soldi che avrebbe reso.

Dopo questo racconto, ancora oggi, conoscenti ed amici  mi chiedono di poter vedere quella incredibile foto: forse l” immagine di Dio, travestito da barbone.

Come un sacerdote che apre un ostensorio, mostro loro una  bella scatoletta araba di legno intarsiato : quando si solleva il coperchio, sembra di udire un bellissimo e antico carillon.

È una musica dolce e malinconica, che  culla il pensiero  dentro l”anima e dona una  vera  e totale pace interiore: accade come un miracolo.

Dentro a quella scatoletta, dal fondo ricoperto di un bel velluto rosso, non c’é nulla,  solo una vecchissima e antica lametta da barba tutta arrugginita.

Marco Giacomo Eletti

Nota della direzione:

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

SONO TORNATI I PERSECUTORI O IL PERSECUTORE

dsc_6330marcello-toiabnrid

Sopra, il direttore del sito Marcello Toja, giornalista professionista

SONO TORNATI I PERSECUTORI O IL PERSECUTORE, in passato avevamo denunciato ignoti alla polizia postale, che effettuavano una costante persecuzione con post offensivi e cambiando costantemente nikname, ai danni del nostro sito www.marescoop.com, il colpevole è stato identificato dalla polizia postale. Oggi abbiamo riaperto la possibilità d’iscriversi a www.edicolamarescoop.com ed immediatamente la persecuzione d’iscritti farlocchi come: acighcks -yijianran4@outlook.com, adelaidacalvin -etsukoconley@spambog.com, eccetera, ha ricominciato a imperversare, scopo farmi nuovamente richiudere la possibilità d’iscrizione, rendendo sterile il sito. Si tratta di un ripetuto tentativo di danneggiare le mie iniziative ad opera di uno o più utenti che evidentemente non hanno in simpatia i miei siti. Ignoro il movente ma posso immaginare che sia determinato dalla verità che andiamo dicendo da anni su molti temi scottanti della subacquea. A seguito di questa recrudescenza non cancellerò più gli utenti farlocchi ma fornirò l’elenco completo alla Polizia Postale denunciandoli. Stiano tranquilli gli utenti normali che possono iscriversi senza problemi.

Il direttore

TROVATO IL RELITTO DI UN SOMMERGIBILE INGLESE A TAVOLARA

 
Schermata 2016-05-31 alle 19.50.07
sopra una rara immagine del sommergibile inglese P311 (doveva essere rinominato “Tutankhamen”  per esplicita volontà di Winston Churchill) affondato nelle acque di Tavolara a gennaio de 1943 probabilmente a causa di un campo minato, al suo interno giacciono i resti di 71 marinai e ufficiali
Schermata 2016-05-31 alle 20.02.32

A T class British submarine in action. Photo: Wikimedia Commons.

Chariot Mk. I
Directly inspired by the Italian slow running torpedo (SLC-200 “Maiale”) which was successfully employed against the British fleet in the Mediterranean in WWII, the Chariot Mk.1 followed the same general arrangement but used a British 21″ (533mm) torpedo as the base. Due to the R&D advantage of a salvaged Italian example, the first craft were operational within 7 months of program initiation in 1942. Despite this much experimentation was required to ready the tactics and operating procedures to employ the craft operationally – in particular RN Chariots typically operated in much colder environments than their Italian counterparts.
The superstructure was slightly more substantial than the SLC, with a more faired rear locker. Performance was comparable.
Specification:
L – 6.8m
W – 0.88m (body 533mm)
Speed – 2.5kts
Operating depth – up to 27m
Schermata 2016-06-01 alle 12.20.58
sopra, una rarissima immagine dei Chariot inglesi montati sul sommergibile trasportatore, erano in pratica la fotocopia dei nostri SLC (maiali)

 

Testo di Stefano Ambu
Sommergibili spariti nel nulla, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, mai più tornati in porto. Tanti e di tante nazionalità: una vera e propria “flotta fantasma”. Ora dall’elenco si può depennare il sottomarino inglese P311. Non si avevano notizie dal gennaio del 1943: ora l’ha ritrovato, a novanta metri di profondità, adagiato sul fondale davanti all’isola di Tavolara, il sub genovese Massimo Domenico Bondone con il supporto tecnico dell’Orso diving di Corrado Azzali a Poltu Quatu, in Gallura.   A bordo del sottomarino (SOMMERGIBILE) – questo risulta dai documenti di imbarco – c’erano settantuno militari. Lo stato del mezzo navale, danneggiato da una probabile esplosione ma senza varchi, rivela che verosimilmente i corpi sono ancora all’interno. L’ultima traccia del sottomarino risale alla partenza da Malta. La missione? Era diretto al porto di La Maddalena per mettere fuori uso due incrociatori italiani, ritenuti evidentemente pericolosi. Il comandante del sommergibile era uno che aveva una grande reputazione in questo genere di azioni: già in passato aveva dato filo da torcere agli italiani. Lo scenario era quello dell’ultima guerra. L’8 settembre e l’armistizio di Badoglio erano ancora lontani, marina inglese e italiana erano nemiche e si fronteggiavano anche così.       Ma qualcosa al P311 andò storto. Durante l’avvicinamento il sottomarino incappò in un campo minato non rilevato vicino a Tavolara. «All’epoca alcuni pescatori raccontarono di aver sentito un boato durante la notte», ricostruisce Bondone in un colloquio con l’ANSA.     Ma un sottomarino (SOMMERGIBILE)colpito a decine di metri dalla superficie non si vede, rimane in fondo al mare. Nello splendido fondale davanti all’isola del nord est Sardegna si persero, quel giorno, le tracce del sommergibile e dei militari a bordo.             Un relitto tra i più ricercati del Mediterraneo che ora diventerà meta turistica per i subacquei, soprattutto per quelli affamati di storia. «Trovarlo – confessa il sub genovese – è stata davvero una grande emozione. La caratteristica che rende particolare, quasi un unicum, questo ritrovamento è la presenza in coperta dei chariot, i mezzi utilizzati dai militari inglesi per avvicinarsi agli obiettivi e sistemare gli esplosivi».   Una passione, quella per i relitti, che ha portato Bondone in giro per il mondo a scoprire reperti storici. La Sardegna la conosce da vent’anni. Soprattutto i suoi fondali. Ora la scoperta del P311: un mistero che, grazie al ritrovamento, si può dire adesso risolto.    RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

C’È GRANDE CONFUSIONE CON IL TERMINE SOTTOMARINO E SOMMERGIBILE. (commento della redazione)

Vediamo di capire e ricordare: i bastimenti dell’ultima guerra mondiale erano sommergibili, poiché navigavano bene e velocemente in superficie e meno bene sommersi, in pratica erano navi sommergibili. E la parte sommersa durante la navigazione in superficie era del 30% Gli attuali sottomarini, invece, non sono navi sommergibili, ma sottomarini, navigano meno bene in superficie e molto bene e più velocemente in immersione. Quando sono in superficie hanno il 70% dello scafo sott’acqua. Quindi il ritrovamento in Sardegna è quello di un sommergibile inglese.       La particolarità di questo sommergibile che faceva base a Malta, sta nell’essere stato armato come trasportatore dei famosi “Chariot” che nelle foto che pubblichiamo non erano ancora stati montati.  Questi furono completamente copiati usando i nostri SLC “Maiali” come esempio, che ben altre pagine di storia scrissero nella seconda guerra mondiale. Non solo i Chariot non riuscirono mai a portare a termine uno straccio di missione se non quella di affondare un nostro incrociatore in disarmo nel porto di Spezia, con i nostri X Mas che li presero letteralmente per il naso; ma l’operazione fortemente voluta da Churchill ebbe un esito totalmente sfigato, e se si pensa che furono trasportati da un sommergibile che sempre Churchill voleva chiamare Tutankhamen (vedi la maledizione del faraone), si comprende che già che c’era poteva chiamarlo Titanic e avrebbe raggiunto il massimo del grottesco. Insomma quei poveracci erano veramente condannati dal fato alla triste fine che hanno fatto.

The Prime Minister, Winston Churchill had minuted the Admiralty on 5 November 1942, 19 December, and again on 27 December, saying that all submarines should have names. In the last he provided a list of suggestions and insisted that all unnamed submarines be given names within a fortnight. P311 was to be assigned the name Tutankhamen, after the Egyptian king. She would have been the only vessel of the Royal Navy, before or since, to bear the name. She was lost in the Mediterranean between late December 1942 or early January 1943, before the new name could be formally assigned. She therefore never received the name Tutankhamen, and is officially designated as P311.[1]

She joined the 10th Submarine Flotilla at Malta in November 1942, and was lost with all hands between 30 December 1942 and 8 January 1943 whilst en route to La Maddalena, Sardinia, where she was to attack two Italian 8-inch gun cruisers, the Gorizia and the Trieste, using chariot manned torpedoes carried on the casing as part of Operation Principal.[2] She was reported overdue on 8 January 1943 when she failed to return to base.[1]

il direttore

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

LA CARICA DEI SETTECENTO

l’immagine che vedete  sopra è l’unica al mondo, ed è una istantanea dell’ultima carica di cavalleria della II Guerra Mondiale, per la precisione, del nostro Savoia Cavalleria, in terra di Russia a  Isbuschenskij.
Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento.
               I sovietici lasciarono sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).    Per anni questa carica mi è stata descritta come una stupidità da esaltati militari affascinati più dalla gloria che dalla concretezza.      In realtà, come dicono i numeri fu una grande vittoria della cavalleria sulla tecnologia. Settecento cavalieri spazzarono via migliaia di russi con cannoni e mitragliatrici.        Dunque non una stupida e avventata dimostrazione di vanagloria, ma una precisa e ben calcolata azione militare, fatta dal nostro Savoia cavalleria che fu decorato con la medaglia d’oro.

Cari ragazzi, quella che vi voglio raccontare è una piccola storia incastonata nella grande storia del secolo passato. Una di quelle storie che sembrano appartenere ai romanzi, ai film e non alla realtà. Il mio desiderio di fare luce sulla storia, di raccontare la verità e non cantare nel coro dei mistificatori che pur di far carriera si sono adeguati allo spartito.  Vivere in trincea, come accade ormai da 60 e rotti anni allo scrivente, consente di mettere nel curriculum accadimenti strani, a volte eccezionali.                                                                   I fatti: stavo pulendo la piazza di Lerici in un sabato invernale del 2008 (durante il mi periodo da spazzino durato cinque lunghi anni, cosa non si fa per mangiare!), quando un signore mi si avvicina e mi chiede qualcosa. Mi levo le cuffie dalle orecchie, la voce di Giovannotti, viene meno da un’orecchio e chiedo al mister di ripetere. «Ho buttato per sbaglio il telefonino e un anello nella pattumiera della carta» mi racconta lo sventurato con aria afflitta. «Vediamo che cosa si può fare», rispondo io, sapendo che da quel momento uscivo dagli schemi del mio lavoro ed ero passibile di rapporto, comunicazione disciplinare, anticamera al licenziamento. Nel mio caso d’individuo politicizzato, rivoluzionario e irriducibile nei confronti dei “superiori”, poteva significare solo una cosa: la fame.

 

 

 

 

 

 

 

sopra, incredibile come si trasformava la barba degli alpini, camminando a oltre 40 gradi sotto lo zero

Ciò detto, raggiungo con il trafelato signore l’interrato della carta, uno di quei cassonetti dei quali emerge solo la parte superiore, mentre il serbatoio e parecchi metri sotto terra.    Con le mani guantate apro lo sportello che dovrebbe essere chiuso a chiave, ma che io sapevo non esserlo da almeno un anno e mi metto a sguazzare con le mani fra gli strati della carta gettata via. Trovo l’anello del disperato, gettato via insieme al telefono ma niente cellulare.       Dico all’uomo di darmi il numero per farlo suonare, eseguo la chiamata e sentiamo sotto metri di carta il vibrare del telefonino. «Niente da fare, è scivolato in basso» annuncio allo sbadato signore con i baffi ed una espressione simpatica.
Faccio un ultimo tentativo e incontro con le mani uno strato di libri vecchi. Butto in là molti titoli insignificanti, poi mi viene fra le mani “Nikolajewka: c’ero anch’io”  a cura di Giulio Bedeschi. È un libro scritto e pubblicato trent’anni fa, che parla di fatti di trent’anni prima. Tutti accaduti cinque anni prima che io nascessi.                   Quasi tutti i protagonisti sono già morti in Russia, oppure di vecchiaia.  Le pagine sono ingiallite ma pulite, la parte superiore dei fogli chiusi e piena di polvere e macchie gialle e indica che per molti anni non è stato aperto e letto.
Ma quel libro è come una bottiglia che dopo aver navigato nell’oceano del tempo arriva a me, proprio a me che come giornalista e storico da oltre trent’anni mi occupo di quel periodo.
Più che un libro e una raccolta di testimonianze dei sopravvissuti alla ritirata di Russia ed alla storica ultima battaglia di Nikolajewka, una località di scarsa importana dell’Ucraina, il luogo dove i russi pensavano di sterminare l’ARMIR ed il corpo di spedizione alpino, insieme ai tedeschi,  agli ungheresi e rumeni che si ritiravano insieme a noi.
Presi il libro come se avessi trovato un tesoro e lo riposi all’interno di un sacchetto che conteneva le maniche del giubbetto termico e impermeabile (quasi).
Poi continuai l’operazione telefonino che si concluse con il ritrovamento del telefonino grazie all’intervento di un camion dell’ACAM che sfilò tutto il deposito della carta e lo rovesciò su una apposita griglia.

 

sopra, la fiumana di eroi, che venne definita “sbandati” in realtà dopo aver sparato fino all’ultima cartuccia, molti si accodarono ai veri sbandati (ammesso che ce ne fossero) poiché non potevano più far nulla se non camminare
Che cosa aveva portato quel libro fino a me? Perché proprio io? Molti dei giovani di oggi non sanno nemmeno che è esistita una ritirata di Russia, figuriamoci una battaglia di Nikolajewka.
Eppure sembrava che quei combattenti, ormai quasi tutti morti, avessero scelto la persona giusta per poter esistere ancora.              Per poter far sentire la loro voce a distanza di sessantacinque anni. Che dire poi se la data di ritrovamento del libro fu proprio il 26 gennaio del 2008, esattamente sessantacinque anni dopo quel combattimento?
Casi della storia? Magia della vita?
Pensate quello che vi pare, ma io sono dell’idea che di casuale non c’è nulla.
Detto questo, veniamo alla sostanza.   Nella mia mente di nato con la Repubblica italiana fondata sul lavoro, in particolare il mio; l’immagine della ritirata di Russia che mi era stata raccontata, era un’epopea di sbandati, che per mesi e mesi si erano trascinati nella steppa senza nessuna resistenza, massacrati dai russi, dai tedeschi che li gettavano giù dai camion, armati di armi inservibili causa il freddo. Insomma delle larve umane senza né onore né gloria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, una pattuglia di alpini sciatori, erano il terrore dei giovani soldati russi. Attaccavano urlando, sparavano all’impiedi falciando la fanteria e poi scomparivano aiutati dalle loro mimetiche bianche. Dotati di durissima scorza erano montanari abituati al freddo ed alla fatica

Che dire quando dalla testimonianza diretta dei protagonisti scopro invece una realtà completamente diversa: la ritirata di Russia, fu un ripiegamento, attuato per impedire alle preponderanti forze russe che avevano sfondato nella zona difesa da ungheresi e tedeschi, di accerchiare il corpo di spedizione italiano ed in particolare quello della fanteria del Vicenza, degli alpini della Julia, della Cuneense e della Tridentina.
Insieme a reparti del genio e ad un battaglione corazzato tedesco.
Gli alpini erano stati fino a quel giorno perfettamente trincerati sul fiume Don, dove avevano scavato e preparato per l’inverno delle ottime postazioni in grado di resistere al freddo e alle cannonate dei russi. Questi ultimi avevano invano tentato di penetrare nelle linee difese dagli alpini e dalla relativa artiglieria, scoprendo che le nostre linee erano impermeabili.
Fra il 16 ed il 18 gennaio del 1943 giunse alle truppe italiane l’ordine di ripiegare per evitare l’accerchiamento.    La battaglia finale per uscire dalla sacca, si svolse il 26 gennaio del 1943. Se la matematica non è una opinione, la tragica ritirata di Russia, sempre enfatizzata da coloro che da un mezzo secolo cercano di dipingerci come dei suonatori di mandolino e pizzaioli, durò 8-10 giorni.
Ma c’è di più, molto di più. Nelle molte battaglie che si svolsero in quegli otto-dieci giorni, gli alpini riportarono delle clamorose vittorie, uccidendo e mettendo in fuga migliaia di Russi, anche se questi erano armati di “parabellum” la famosa “pepesha” come la chiamavano loro, di carri armati pesanti T-34 (34 tonnellate), di lanciamissili katiusha, di viveri, pellicce, Wodka, tabacco e quant’altro
Gli alpini avevano, moschetti 91/38, fucili 1891, mitragliatrici Breda, bombe a mano, artiglieria e quattro blindati tedeschi del generale Ebel, a dare manforte.
Causa una mancanza di comunicazione, la Cuneense e la Julia, si incamminarono verso la distruzione e la prigionia poiché si diressero a Waluiki, come da piano originale; località che era caduta in mani russe a loro insaputa.
Si difesero con le unghie e con i denti e la resa venne solo al termine delle munizioni.
Il rimanente corpo di spedizione che ebbe la fortuna di ricevere una comunicazione sulla situazione di Waluiki, si diresse invece a Nikolajewka, attraverso una serie di battaglie che decimarono i reparti, generando quella fiumana di “sbandati”, che erano in realtà gli eroi di tante battaglie, rimasti senza munizioni.
In particolare non è vero che le nostre armi non funzionavano; le nostre artiglierie avevano difficoltà a perforare le corazze dei T-34 ma la cosa era risaputa fin dall’inizio. Ciò nonostante vincemmo tutte le battaglie che cercavano di chiuderci in una sacca, mettendo in fuga i russi che erano (alcuni) quasi bambini, gettati da Stalin nella mischia, come carne da macello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, nella carta si vede chiaramente come i russi sfondarono a destra e sinistra del corpo di spedizione alpino, avendo compreso che non era possibile vincere con una battaglia frontale

Gli alpini Del Vestone, dell’Edolo, della compagnia comando, insomma della leggendaria Tridentina erano dei veterani duri ed incalliti.
Non è vero che i tedeschi furono solo dei cattivi che ci gettavano giù dai camion; combatterono con noi, morirono con noi.     Alcuni piccoli episodi d’intolleranza vennero enfatizzati dai finti storici per giustificare il nostro tradimento l’8 settembre del 1943.
Nonostante il freddo i nostri cannoni spararono fino all’ultimo colpo ed i fucili Beretta 1891 dei nostri alpini, avevano la meglio sui parabellum dei russi, che servivano solo nella distanza ravvicinata.
Dal punto di vista militare, il nostro ripiegamento fu un successo, costellato di vittorie, dove i nostri soldati, i nostri fanti e i nostri alpini dimostrarono che gli italiani erano i migliori soldati del mondo.
Purtroppo, tornati in patria questi eroi trovarono solo caos, dal caos nacque la falsità di chi gettò un velo di polvere sull’eroismo degli itliani in Russia.    Un eroismo riconosciuto persino dai russi che ci incensarono e dai civili russi che accolsero ovunque gli italiani con amore, donando loro cibo e generi di prima necessità.
In effetti gli ucraini ne avevano le palle piene del Soviet, già negli anni quaranta, ma i loro figli erano costretti a combattere contro gli italiani.
Episodi di generosità si registrarono da ambo le parti e in molte occasioni, italiani e “russi” mangiarono e dormirono insieme nelle stesse isbe.
E’ vero che i tedeschi furono più duri con i russi e furono trattati molto più duramente dagli stessi, che li fucilavano sul posto.             Per comprendere meglio quanto dico, ecco alcuni frammenti di quelle testimonianze che vi faranno aprire gli occhi sulla verità. Si tratta di testimonianze di coloro che gettarono i propri corpi e le proprie vite contro il piombo del nemico per la Patria, per l’Italia, nella quale credevano, ma anche per uno stupendo sentimento, uno spirito di corpo che solo noi italiani possediamo quando veniamo messi con le spalle al muro.
A questo spirito di corpo dobbiamo rivolgerci noi tutti nel momento in cui l’Italia rischia di diventare un paese alla deriva. Tutti i vivi all’assalto!

Tenente Martino Occhi, Comandante la 53° Compagnia, Battaglione Vestone, 6° Reggimento Alpini…
Il 22 gennaio 1943 il Vestone parte alla testa della colonna, io alla testa della 53° compagnia supero con poca difficoltà, ma grande decisione dei miei alpini un paese, prendendo prigionieri dei partigiani armati di parabellum. Più avanti si avvista un paese molto ben difeso con tanti carri armati. Dopo un nutrito tiro della nostra artiglieria quattro carri armati russi fugono a Nord, sulla destra del nostro schieramento, noi attacchiamo ed i miei alpini catturano e mandano a pezzi, tre fucili mitragliatori,due mitragliatrici, parecchi parabellum ed immobilizzano due carri armati russi. Si arriva verso sera a Scheljakino.
Nella giornata del 23 faticosa marcia, si vive mangiando miele. IL 24 ancora in testa al Vestone; con la 53° Compagnia catturiamo un centinaio di prigionieri e molte munizioni (queste ultime e i relativi parabellum saranno la nostra salvezza a Nikolajevka); a sera ci ricoveriamo alla meglio in stalle con tetti di paglia tra Malakjewa e Romankowo. Dei partigiani appiccano il fuoco al tetto che nella notte crolla e troviamo al mattino 8 cadaveri carbonizzati, non possiamo identificarli, parecchi altri restano ustionati. Mattino rigidissimo. Si prosegue. Varie scaramucce con partigiani anche fra boschi. A sera si arriva a Nikitowka.
26 gennaio 1943 si parte all’alba, si sa che c’è un ultimo caposaldo russo, si giunge presto in vista di Nikolajewka. Si sosta in attesa di precisi ordini. Si sa che il battaglione Edolo , a retroguardia è impegnato coi partigiani. Gli alpini sono impazienti di proseguire l’azione. Finalmente il maggiore Bracchi dà ordine d’attacco. I due panzer tedeschi aprono il fuoco e noi proseguiamo l’azione. La reazione nemica è vivacissima. Avanziamo affiancati: la 55° comandata dal capitano Signori, la compagnia comandi comandata dal tenente Pendoli, la 53° comandata dal sottoscritto. Immediatamente si accende una intensissima sparatoria con tutte le armi efficenti; io mi accorgo che il port’arma di una mia squadra di fucilieri cade colpito da un colpo anticarro, balzo sul posto raccolgo l’arma e vuoto il caricatore contri russi che vicinissimi impongono l’alzata delle mani. Ricarico il mitragliatore e scaricandolo sui serventi del pezzo anticarro russo posto vicino al cavalcavia della ferrovia li faccio smettere di sparare, inseguo di corsa i russi fuggitivi. Un russo nascosto da un cespuglio mi spara a bruciapelo e la pallottola strisciandomi sul petto, mi trapassa il braccio e mi getta a terra; in un primo momento mi impressiona il sangue che mi scorre lungo il braccio, ma il pronto accorrere dei miei alpini mi dà coraggio e mi rialzo e con loro e le altre due compagnie scavalchiamo la strada ferrata rialzata e perlustriamo le prime isbe… va notato che questa testimonianza è quella di un ufficiale che aveva alle spalle dieci giorni di battaglie, poco o quasi nulla di cibo e riposo, temperature che andavano da -35 a -45 gradi sotto lo zero.
A leggere queste parole si stenta a ritrovare il fante deluso, amareggiato e sgamato, che secondo la propaganda post bellica, ha popolato le nostre fantasie, ma vediamo un altro pezzetto di storia:

sopra, uno StuG III, un cacciacarri tedesco, uno dei due blindati rimasti del 24° corpo corazzato germanico che giunse con quattro mezzi fino a Nikolajewka, su quel carro che, data l’unicità, era il bersaglio privilegiato da tutti gli artiglieri russi, il generale Reverberi guidò l’assalto finale sopravvivendo. Andò meno bene a moltissimi alti ufficiali che andarono all’assalto con gli alpini.

Tenente colonnello Carlo Camin, aiutante maggiore 6° Reggimento Alpini
…La situazione diventa pericolosa. La 76° batteria anticarro del Capitano Miglietti prende posizione e spara: esito più che brillante, un carro è presto in fiamme ed un altro ben centrato si arresta. Il generale mi manda a sollecitare l’arrivo del 5° che sta già serrando sotto. Parlo con il colonnello Adami che ci viene incontro e raggiunge Reverberi (il generale che urlando “Tridentina avanti” con voce sovrumana, fece scendere la massa urlante di alpini e “sbandati” che spazzò un’intera divisione russa a Nikolajewka).

C’è Calbo, comandante del gruppo Vicenza al quale fino ad oggi è stata celata la morte del suo aiutante maggiore capitano Polo.                       «Due pezzi cingolati tedeschi prendono posizione in una balka sottostante. Tensione in tutti. Ma ecco che si sviluppa superba, direi leggendaria, l’azione a largo raggio dell’Edolo, che vedo svolgersi nitida sotto i nostri occhi.  Belotti lancia le sue compagnie in perfetta formazione di combattimento: puntano rapidamente, dalla sinistra, sulla piana di Scheljakino dirette sul nemico. Gli alpini appaiono svelti, agili, sul biancore della neve. Così li vediamo tutti. È una visione che commuove. Sembra quasi di assistere ad una esercitazione e non ad un atto di uomini disperati, già duramente provati da altre giornate di dura lotta, d’improbe fatiche in un clima intollerabile…(omissis)
Il nemico sgombra e ripiega. I suoi carri sono già stati raggiunti ed assaliti dagli alpini, quelli ancora efficenti si dirigono verso Warwarowka; rimangono alcune fumanti carcasse e qualche carro abbandonato…
Qui finisce l’elenco delle testimonianze che potrebbe continuare per giorni (tanto è spesso il libro) sullo stesso tono, anche quando si parla di coloro che ebbero i piedi congelati, furono feriti, patirono la fame eccetera.

 

 

la copertina di uno dei molti libri, con alcune rare immagini. Le foto a giungere in Italia furono veramente poche e pochissime furono quelle realizzate durante le azioni che furono terribili, infernali.

 

Si parla di eroismo, un incredibile eroismo ed una incredibile dimostrazione di coraggio, disciplina ed addestramento, che i soldati italiani dimostrarono in russia, in condizioni climatiche che alcuni di noi, che non hanno battuto le piste dell’alta montagna, non riescono neppure ad immaginare.

A Nikolajewka, spazzammo via una intera divisione russa e la stessa “Pravda” dovette ammettere che il corpo militare alpino usci invitto dalla terra di Russia.   Gli ufficiali, generali compresi presero parte alle battaglie e morirono insieme agli alpini e va detto che prima del ripiegamento, determinato dal crollo del settore tedesco- ungherese, il fronte tenuto da noi sul Don risultò impenetrabile ai russi che lasciarono sul fiume gelato interi battaglioni di caduti.
Una pagina dimenticata che invece occorre ricordare, per comprendere che gli attuali militari italiani che operano all’estero, non sono improvvisamente e stranamente attivi e validi.                        In contrasto con una falsa tradizione di viltà, qualunquismo e superficialità, esprimono una tradizione che dalla prima guerra mondiale ad oggi, non ha mai conosciuto soluzione di continuità. Questa è la verità, ed altre verità storiche vi comunicherò man mano che mi verranno consegnate dalla vita.
Il libro, trovato fra i rifiuti, urlava per essere letto. Quei morti, rimasti laggiù in terra di Russia non vogliono essere dimenticati, non devono essere dimenticati.
Quando vi chiedete perché dovete rinunciare a benessere e carriera, per salvare l’onore e la verità, pensate a loro ed alla frase gridata da un ufficiale, poi caduto con i suoi alpini e circondato da preponderanti forze nemiche. “Tutti i vivi all’assalto!
La vostra Nikoljewka sarà l’ufficio, l’officina, la banca, le strade. Discendete dagli eroi dell’Armir, della X Mas, della Aqui e potrei andare avanti per ore ed ore a raccontarvi tante verità che vi hanno mentito e/o nascosto sotto il tappeto polveroso e in finto persiano della storia dei “vincitori”.
Siete figli di eroi, discendenti dalle legioni romane, non abbattetevi, non pensate di essere secondi a qualcuno.   Intervenite sempre, imponetevi, siete italiani! Sacrificatevi perché la verità, la giustizia e la libertà trionfino. Forse morirete poveri e dimenticati come lo scrivente ma che bello guardare la vostra faccia allo specchio! Non pensate mai lo farà qualcun altro… fatelo voi!

il direttore

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

 

Ex fluctibus emergemus