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COSE DELL’ALTRO MONDO – LEGGETE ATTENTAMENTE


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sopra, immagine pubblicata sulla rivista

SFOGLIANDO L’ULTIMO NUMERO DI “SUB” CI SIAMO TROVATI INNANZI A COSE DELL’ALTRO MONDO, ESATTAMENTE COME RECITA UN SPOT PUBBLICITARIO PUBBLICATO SULLA STESSA RIVISTA

Dopo mesi, anni di discussioni sulla affidabilità dei rebreather, sui pericoli che si corrono utilizzando questi autorespiratori a ricircolo, dopo averne sentite di tutti i colori e dopo aver pubblicato un decalogo su come è possibile usarlo senza, possibilmente, lasciarci la pelle, troviamo pubblicata a pagina 68 del n.202 di SUB gennaio 2010, l’articolo “Emozioni nel blu” di Eva Bacchetta e Lorenzo del Veneziano.
Ora certamente ci sarà chi penserà: ma sono solo cose scritte, magari da un giornalista non al corrente, magari non rispecchiano la realtà di quella immersione eccetera E POI SONO ANCHE DATATE! Ebbene non esistono scusanti, poiché i neofiti come gli esperti (a tutte le categorie si rivolge la rivista in oggetto) faranno riferimento non ai dati reali dell’immersione ma a ciò che leggono. Andiamo dunque ad analizzare quanto viene dichiarato.
L’immersione raccontata nell’articolo è su un relitto a – 80 metri, nei pressi dell’isola d’Elba. La discesa si effettua con dei rebreather, immaginiamo degli ECCR anche se non viene specificato.                          I rebreather sono stati preparati la sera prima dell’immersione, la permanenza fuori dalla confezione originale della calce sodata, per 12 ore potrebbe già ridurne l’efficienza, ma immaginiamo che i sacchi siano stati messi a tampone, cioè privati dell’aria all’interno. Ecco che cosa leggiamo a pag.70:
Entro in acqua per primo con Gianluca per essere sicuro che nessuno mi sporchi l’acqua con qualche colpo di pinna maldestro. Un veloce ok e giù… (ma non si dovrebbe effettuare un test in superficie e/o a tre metri in ossigeno puro per verificare che le celle che leggono la pp dell’O2 siano in condizioni OK?) inizia la discesa ma ad un certo punto: Gianluca, alla mia richiesta, mi risponde che qualcosa non va, gli gira la testa, resta attaccato alla cima di discesa e non reagisce alle mie domande. Lo aiuto a lavare i sacchi polmone del rebreather e aspettiamo che la respirazione si stabilizzi. le cose cominciano a migliorare e il mio compagno mi segnala che il problema sta passando. Gli faccio cenno di sospendere l’immersione e di risalire, ma lui non vuole, adesso è tutto a posto.
Ma non è strano che ci si fidi di un subacqueo che poco prima mostrava segni di mancanza di lucidità per stabilire che la situazione si è risolta? E che cosa ha provocato il giramento di testa un problema ai timpani o la miscela respiratoria? In quel momento nessuno dei due sembra saperlo e l’immersione continua.                          I due subacquei esplorano il relitto a – 80 metri, il protagonista afferma di controllare per l’ennesima volta lo stato di salute e lucidità dell’amico, ma ci domandiamo se lo avesse visto abbandonato alla corrente svenuto, che cosa avrebbe potuto fare a -80 metri.
Da questo momento in poi entriamo nella fantascienza e leggiamo a pagina 71: sono ormai trascorsi trenta minuti, Gianluca mi segnala che inizia l’ascesa verso la superficie. E’ tranquillo e io lo lascio andare. Io voglio dare ancora una occhiata alle cucine…
Gianluca, che si era sentito male risale DA SOLO verso la superficie dopo TRENTA minuti a – 80 metri!!! Il nostro eroe invece continua, e leggiamo: Uno sguardo agli strumenti, è scoccato il quarantesimo minuto, ho raggiunto 78 metri di profondità e quasi due ore di decompressione. Inizio la risalita ed a un certo punto vedo il mio compagno sopra di me. Ci scambiamo una serie di segnali rassicuranti… Potremmo consigliare allo scrivente di modificare la frase: ad un certo punto vedo il mio compagno sopra di me con la seguente aggiunta: “ad un certo punto vedo il mio compagno sopra di me e mi stupisce che sia ancora vivo” visto che è stato fatto di tutto ma veramente di tutto perché non lo fosse più.
L’immersione finisce bene, per una misteriosa serie di combinazioni basate sulla percentuale matematica, i due subacquei sono vivi e stanno bene. Dunque, dobbiamo pensare che tutto è a posto?
Con la stessa immersione 40 minuti ad 80 metri, Penny Glover, grande esperta di rebreather ed il suo compagno d’immersione, sono morti e sono stati ritrovati diversi giorni dopo.
Anche loro avevano in programma una decompressione di due ore circa, evidentemente usavano le stesse tabelle.
Le tabelle US Navy revisione 6 prevedono per una immersione di 35 minuti a 75 metri oltre sette ore di decompressione in aria e oltre tre ore di decompressione in O2 dalla quota dei nove metri in su.
Ma a 80 metri siamo fuori scala, un sommozzatore francese della federazione nazionale, mi scrisse che Penny Glover avrebbe dovuto fare una deco almeno il doppio di quella che aveva programmato. Evidentemente le tabelle che si scaricano via internet ed usano questi subacquei che si definiscono tecnici, basate sul non si sa che cosa, sono più ottimistiche.
Ecco, ogni commento sarebbe inutile, ogni subacqueo con la testa sul collo sa che 40 minuti a -80 sono una follia pura. Si entra in un campo di incertezza sconvolgente, si vagheggia nella speranza che la fortuna ci aiuti.   Dopo questo articolo allucinante, pubblicato su una rivista che ha fama di essere una delle migliori attualmente in edicola, non ci dobbiamo più stupire dei morti da rebreather.
Gianluca poteva morire all’inizio dell’immersione, sul fondo, durante la risalita DA SOLO. Il secondo sub sarebbe risalito DIECI MINUTI DOPO con una deco di oltre sette ore ad aria e oltre tre ore in O2, e che tipo di aiuto avrebbe potuto dare a Gianluca?
Tutti e due potevano morire d’embolia gassosa in decompressione, così come successe alla coppia Glover.
E’ questa la subacquea moderna? E’ questo che insegniamo ai giovani? Che si può scendere per 40 minuti a -80 facendo due ore di deco? Che si può continuare una immersione se il compagno con un REB si sente male? Che si chiede a lui se sta bene e ci si fida delle sue risposte? Che lo si lascia risalire da solo dopo 30 minuti a – 80 per andare a vedere le cucine?
Datemele voi le risposte perché verba volant ma scripta manent

Il direttore

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NITROGEN – UN ALTRO ARTICOLO SENZA DATA

L’ARTICOLO CHE VEDETE QUI DI SEGUITO FU PUBBLICATO DA NOI DI MARESCOOP NEL 2007, MA FACEVA SEGUITO AD UN ALTRO ARTICOLO “LA PILLOLA DELLA DECOMPRESSIONE” N. 253 DEL 2005, PUBBLICATO FRA LE RISATE GENERALI DEI NOSTRI DELATORI. QUESTO SOLO PER DIRE CHE MARESCOOP CINQUE ANNI FA PUBBLICAVA CIO’ CHE OGGI STA SULLA BOCCA DI TANTI COME FOSSE UNA NOVITA’
il direttore
UNA VITAMINA POTREBBE RISOLVERE I PROBLEMI DELLA DECOMPRESSIONE?
una delle tante confezioni della vitamina B6, in questa ci sono addirittura tutti gli ingredienti per sollecitare la produzione di ossido nitrico

GLI ANTEFATTI:
tutto comincia durante un salvataggio di equipaggio di sottomarino della NATO posato sul fondo, il problema più grosso che si presenta in casi come questi è normalmente quello della saturazione: quando un sottomarino affonda, l’interno si pressurizza ad una pressione leggermente superiore a quella della superficie ed i soccorsi, bene che vada arrivano con un ritardo di due o tre giorni.
Il problema non è tanto come riportarli in superficie, ma come fare a decomprimerli. Per semplicità diciamo che i gruppi da portare in superficie sono due, uno è rimasto alla pressione di 1,6 – 1,8 BAR ed ha respirato aria, l’altro alla medesima pressione, poco prima del recupero con il ritorno in superficie ha respirato per breve tempo ossigeno puro. In superficie il primo gruppo viene stroncato dall’embolia, il secondo no! Ci si interroga sul perché, apparentemente non ha senso, perché ambedue i gruppi erano saturi alla medesima profondità.
S’incomincia a sospettare che esistano nel corpo umano meccanismi non ancora compresi. Nasce la teoria dell’HBO2, la preossigenazione prima dell’immersione, ne parliamo circa due anni fa, facendo ridere i soliti quattro beoti, che pur leggendo l’articolo non capiscono nulla e continuano a credere che sia il medesimo caso degli aviatori della seconda guerra mondiale.
Non è così.

IL CASO NEL CASO
Nello stesso periodo, per errore e sempre in ambito NATO, una provetta di sangue in saturazione a 300 metri, viene portata a pressione ambiente in un istante; ci si aspetta una reazione violenta con bolle a profusione, non succede nulla. Perché? Perché una provetta di vetro non contiene i micronuclei gassossi che nel 1980 erano già stati oggetto di ricerca: -“ Che questi micronuclei fossero la causa innescante della formazione di bolle con risultati a volte catastrofici nei subacquei dopo un’immersione, lo aveva già dimostrato Vann nel 1980, sottoponendo le cavie ad un trattamento ad altissima pressione prima dell’immersione, che aveva lo scopo di rompere i micronuclei che aderivano al tessuto endoteliale, con dei risultati significativi, ma senza indicare un metodo pratico per eliminare gli stessi – vedi marescoop – art.n.253 del 10 luglio 2005”

DAL DUBBIO ALLA CONSTATAZIONE
Circa un anno e mezzo fa presentiamo gli studi di AlfO Brubakk, un medico norvegese che studia il comportamento del corpo umano in determinate condizioni, tramite le solite piccole cavie: i ratti.
Brubakk si muove in due direzioni quella della ginnastica preventiva e quella della somministrazione di ossido nitrico.
Scopre che se un gruppo di subacquei (non ratti) si prodiga in una ginnastica aerobica estrema, sollecitando le proprie capacità fisiche fino al 90% (praticamente al massimo) dopo 20-24 ore immergendosi produce molte meno bolle del gruppo che la ginnastica non l’ha fatta.
Scopre anche che l’intervallo delle 20-24 ore è importante quanto la ginnastica stessa. Le cavie in laboratorio danno gli stessi risultati. Analogie anche superiori, vengono ottenute somministrando ai ratti ossido nitrico 30 minuti prima dell’immersione. L’NO (Nytrogen Oxide) favorisce la circolazione, dilata le vene e spazza via dal tessuto endoteliale i famigerati micronuclei, responsabili della formazione delle bolle. Ci viene in mente che il popolare “viagra” si basa proprio sulla somministrazione di ossido nitrico, ma anche la nitroglicerina che si mettono sotto la lingua i soggetti che soffrono di angina pectoris. Pubblichiamo l’articolo n. 253 di marescoop il 10 luglio 2005.

TROVATO PER CASO
Circa un anno e mezzo dopo riprendiamo le ricerche per vedere se Brubakk ha fatto dei passi avanti.
Il dubbio che nel corpo umano esistano dei meccanismi che giocano un ruolo estremamente importante se sollecitati nel modo giusto, prende corpo. Brubakk si tiene aperte tutte le porte ed ipotizza che la MDD sia conseguenza di problemi biochimici invece che biofisici come si è sempre pensato. La differenza fra le due definizioni è abissale, poiché se diamo per scontato che sia un problema biochimico e scopriamo qual è l’igrediente che sollecita la produzione di ossido nitrico nel sangue abbiamo fatto “goal”. Fermo restando che alla fine potrebbero essere addirittura più di uno e tutti con le stesse funzioni.
Mentre facciamo le ricerche sul nostro computer arriva una bordata di pubblicità con tante pillole differenti per combattere l’impotenza, nell’elenco dello spamming troviamo un titolo interessante: “una pillola per combattere l’impotenza a base naturale”. La frase a base naturale ci colpisce. Entriamo nel sito di chi vorrebbe venderci quelle pillole, e scopriamo che proprio perché composte da elementi naturali, non hanno controindicazioni e non necessitano di ricetta medica.
In alto sulla pagina elettronica, come a “marescoop”, ci sono da scegliere diverse opzioni. Entriamo nel settore “la composizione” e qui troviamo la formulazione delle pillole ovviamente senza le percentuali. I vari componenti sono elencati ed accanto ad ognuno leggiamo la spiegazione sulle funzioni svolge.
Scorrendo i vari componenti ci imbattiamo in una vitamina, per la precisione la vitamina B6, anzi viene definita la versatile vitamina B6. A fianco della vitamina B6 leggiamo: “La versatile Vitamina B6 aiuta con gli enzimi la sintesi amino acida e la formazione di ossido nitrico. Pulisce le arterie, e le dilata per un maggior volume di sangue durante l’eccitamento. Migliora anche l’umore tramite i neuro trasmettitori…”. Sotto un altro componente che conosciamo già per aver pubblicato la formula di AlfO Brubakk: l’Arginina: “Aiuta la formazione di ossido nitrico per una erezione più intensa e turgida e migliora la circolazione per una maggiore sensibilità…”.
La nostra attenzione si concentra sulla vitamina B6, non ne abbiamo mai sentito parlare in questi termini, ci sembra una novità interessante ma è davvero una novità?

LA VERIFICA
Serve una prima verifica e la facciamo in una farmacia bene attrezzata e piena di gente. Dopo una lunga attesa con un numero in mano è il nostro turno. Presentazioni, eccetera e poi la domanda: “dottoressa, ha mai sentito parlare di vitamina B6 come una sostanza che aiuta con gli enzimi la sintesi amino acida e la formazione di ossido nitrico?” – mai sentito nulla del genere- esclama la farmacista e per maggior sicurezza chiede a conferma alle sue colleghe, sono ben quattro laureate in farmacia. Nessuna sa niente del genere.
Allora poniamo la seconda domanda:”esiste un prodotto in farmacia a base esclusivamente di vitamina B6,?” – ci pensa, consulta il computer poi esclama: “si, il BENADON – 300 mg – 6,65 Euro 12 pillole” e lo sfila dallo scaffale. Poniamo allora l’ultima delle domande per evitare una coltellata da chi è dietro di noi in coda da alcuni interminabili minuti…”dottoressa, qual è la dose massima di vitamina B6 che può ingurgitare un uomo in un giorno, senza rischiare nulla?” – C’è l’ha davanti – risponde – una di queste pillole, 300 mg, legga c’è anche scritto sul foglio illustrativo.
Usciamo nel sole soddisfatti, ora abbiamo una pillola naturale che non presenta alcun pericolo ed è già dosata per durare 24 ore. Manca l’ultima verifica, la presentazione del lavoro fatto al prof. Faralli.
Sicuramente lì “casca l’asino” pensiamo. Fabio si farà una bella risata ed il nostro castello di carte andrà in pezzi.

FINALE A SORPRESA
Due settimane è il tempo che impieghiamo a combinare un incontro con il prof. Fabio Faralli e finalmente siamo seduti innanzi a lui, impegnati ad illustrare in modo molto sintetico il lavoro svolto fino a quel momento. L’amico di tanti anni e tante discussioni ci guarda flemmaticamente, non è certo il tipo che salta sui tavoli o si fa prendere dall’entusiasmo, ma al fondo dei suoi occhi brilla una luce d’interesse. Al termine gli domando:” è una novità anche per te?” – francamente si, mi risponde, e aggiunge – interessante, ti prometto che faccio una ricerca approfondita sull’argomento e poi bisognerà fare delle prove, non posso certo usare l’impianto iperbarico…Che importanza ha, – gli rispondo –prendiamo “Fuga” la mia barca, andiamo al largo e le prove le facciamo in mare – ma tu sei solo un caso – te ne trovo quanti ne vuoi che producono bolle ad ogni immersione e tutti saranno ben contenti di fare da cavie…– Ci lasciamo così, con una promessa ad approfondire. Il prof. sale sul suo scooter e si cala in testa un casco che ricorda i cavalieri medievali, poi abbassa la celata. Due battute sull’origine del saluto militare e poi lo guardo scomparire nel traffico.
Robe da pazzi – penso – invece di ridere e smorzare il mio entusiasmo mi ha promesso di andare in fondo all’argomento, possibile che io abbia messo le mani sull’uovo di colombo della medicina iperbarica?

CONCLUSIONI

Mentre la medicina ufficiale fa le sue ricerche e mentre portiamo avanti insieme i necessari test, chi c’impedisce di portare avanti una nostra sperimentazione? Chi c’impedisce di riunire i grandi formatori di “silent” bubbole fra i nostri lettori e fargli ingurgitare una pillola di vitamina B6 un’ora prima dell’immersione? Lancio qui un appello per tutti coloro fra i nostri lettori che al termine delle immersioni impegnative hanno problemi di macchie pruriginose e color vino, disturbi visivi, inappetenza, depressione.
Cerchiamo di creare un parco cavie e di lavorarci sopra. Non ci sono rischi e nemmeno costi proibitivi. Trasformiamoci per una volta nell’avanguardia della medicina iperbarica, perché la nostra sensazione è che questa volta all’avanguardia ci siamo davvero. Certo, toccherà scoprire quantità, risultati eccetera, ma se solo si riducessero quelle benedette bolle, avremmo fatto un primo passo importante verso immersioni sportive più sicure.
Marcello Toja

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LA TEORIA DELLA BOLLA CAMBIERA’ (articolo senza tempo)


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fotografia di Alberto Balbi

Pochi giorni fa, parlavo con il prof.Faralli del futuro servizio per MARE n.20 che riguarderà le tabelle de compressive della Us Navy revisione 6 riferite ad immersioni con rebreather e con miscele binarie e/o ternarie e le tabelle che si ricavano dal famoso V-Planner.
L’argomento è importante, perché siamo innanzi a valori completamente differenti Infatti le tabelle US Navy hanno tempi doppi rispetto alle tappe del V.Planner. La nostra domanda a Faralli è stata semplicemente questa: ma com’è possibile una così grande differenza?
Prof Faralli ci ha garantito che si occuperà del fenomeno, ma prima di lasciarci ha detto una frase che ci ha fatto molto pensare.
Ha detto: «sto rivedendo tutte le teorie basate sulla bolla, ho constatato che individui pieni di bolle stavano benissimo, mentre altri con molte meno bolle avevano problemi di MDD».
Ecco che si apre un sipario incredibile ai nostri occhi:
potrebbe non essere solo la bolla la causa della MDD, potrebbero intervenire altri fattori attualmente sconosciuti o poco conosciuti.
A dire il vero se guardiamo il panorama della medicina iperbarica non possiamo ignorare gli innumerevoli indizi e alcuni punti fondamentali che sono stati constatati in pratica.
1) la medicina iperbarica si è fermata alla soglia dei 40 metri in ambito sportivo, dichiarando che tutto ciò che si fa oltre quella quota è a rischio più o meno grande. A tutti gli effetti, sappiamo che anche immersioni all’interno dei 40 metri hanno generato MDD e nei casi più gravi la morte del subacqueo.
2) Il fatto che la medicina subacquea non sia in grado di stilare tabelle sicure è estremamente significativo, infatti si brancola nel buio di un modello fisiologico che non risponde ad alcun canone
3) Tutto quanto si è fatto e detto fino ad oggi si basa sull’esperienza e su teorie matematiche che potrebbero essere smentite in qualunque momento: dalle ricerche di Brubakk sugli effetti dell’ossido nitrico, dalla consapevolezza che si sta insinuando in ambito specialistico, che non sia la bolla la causa determinante.    Ho sempre pensato che bolle a livello arterioso fossero assolutamente drammatiche. Nell’ambito dello stesso colloquio mi è stato detto che non è assolutamente scontato che bolle a livello arterioso provochino sempre danni gravi. Sembrerebbe possibile che in alcuni casi non provochino un bel niente.
4) Oggi è scontato che gli attuali computer subacquei, non sono in grado di inibire la formazione di bolle, lo ha affermato anche il dott.Longobardi in un recente convegno.
5) Ma allora a che punto siamo?
Siamo più o meno punto e accapo.
E nostra consapevolezza che nei prossimi dieci anni, tutte le teorie sulla decompressione saranno rivoluzionate e ribaltate. Quando comparirà davanti alla medicina il vero agente patogeno che in concomitanza con una grande presenza di bolle, porta il soggetto alla malattia da decompressione.
Nel frattempo che fare?
Seguire le tabelle di decompressione più sperimentate, non lasciarsi andare a improvvisazioni, limitare i rischi limitando l’esposizione.
Da Thallman qualcosa l’abbiamo imparato: non è tanto la profondità che conta quanto il tempo di esposizione. Per Thallman qualunque immersione che si chiudeva in 20 minuti di esposizione era sicura, indipendentemente dalla profondità raggiunta.
Man mano che aumentava il tempo di esposizione oltre i 20 minuti si entrava nel campo del rischio, che ovviamente aumentava con l’aumento del tempo di esposizione. Non era tanto a suo parere il fattore profondità, quanto il tempo di esposizione ad influire sugli incidenti. Dunque dopo 150 anni, passati ad incolpare la bolla di ogni malessere, stanno cominciando ad affiorare dei dubbi nei personaggi chiave della medicina iperbarica. Dubbi che potrebbero portarci ad altre scoperte e ad una completa rivoluzione in campo iperbarico.
Il direttore

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QUESTO È IMPORTANTE SAPERLO

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Premesso che chi ci scrive è “bollicine” una professionista dell’immersione turistica che fa due-tre immersioni al giorno per tutto l’anno e che era afflitta da disturbi vari, sicuramente generati dalla reazione istaminica alle bolle asintomatiche; come dimostrammo nel 1980 nel corso di esperimenti dove lo scrivente faceva la cavia per il Prof. Zannini al San Martino di Genova; e premesso che a bollicine che avvertiva pruriti post immersione con chiazze color vino, pruriti notturni, emicrania, stanchezza, vertigini, inappetenza eccetera, abbiamo consigliato l’assunzione di due pastiglia da 300 mg di Vitamina B6 (benadon) e due pastiglie di Aminoarginina da 500 mg, per un totale di 600 mg di B6 e 1000 mg di Aminoarginina, da ingurgitare 30 minuti prima della prima immersione della giornata, e premesso ancora che i risultati sono stati fantastici, rispetto a tutte le cure che aveva seguito fino a quel momento con la medicina ufficiale e cioè: una guarigione totale oltre che istantanea; vi mostriamo l’ultimo messaggio che ci è pervenuto da “bollicine” dopo un mese di trattamento:
«e’ passato un mese, qui e’ stato di fuoco, lavoro continuo e barcate di subacquei, Dir: grazie, ho continuato con la vitamina B6 e l’arginina e non ho mai piu’ avuto il minimo accenno di prurito o giramenti di testa o altro, non oso pensare a come avrei potuto affrontare una mole di lavoro simile senza il tuo aiuto, grazie per il tuo interessamento, per la tua disponibilita’ e per la sollecitudine con la quale mi hai seguita».
Alla luce di quanto sopra, propongo la nascita di un GRUPPO DI LAVORO che spinga la medicina ufficiale a fare ricerche in questa direzione, nonostante gli scarsi interessi nei confronti della subacquea sportiva.
Serve dunque un altro soggetto, o altri soggetti, che abbiano gli stessi problemi di bollicine.
A questa/e persona/e chiediamo di prendere contatto con la direzione tramite e-mail privata: gmarescoop@gmail.com  garantendo noi la riservatezza assoluta.
Restiamo in attesa di un primo contatto.

il direttore

CURVA DI SICUREZZA – DALLE TAB.USNAVY REV.6

Curvasic

Sopra, la curva di sicurezza realizzata dallo scrivente che ha già avuto 1004 download dal vecchio e glorioso sito www.marescoop.com

potete scaricarla direttamente cliccando qui:  Curvasic

sono certo che apprezzerete il mio lungo lavoro (una notte in bianco)

valgono le regole del copyright, potete scaricarla per uso vostro personale e se la diffondete dovete citarne sempre l’autore : Marcello Toja

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