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LA SPEZIA: IL PROCESSO AL MULO

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SOPRA, secondo voi chi ha sbagliato, il mulo?
Spezia, ottobre 2008, guardo attonito una trasmissione che scorre davanti ai miei occhi in televisione…domenica in… Si parla di Brunetta, dell’effetto che la sua politica contro i fannulloni ha avuto ed avrà, si mette sul banco degli imputati l’impiegato che va a bere il caffé, invece di dare la sua totale disponibilità al lavoro, sacrificandosi otto ore al giorno, senza distrazioni. Si dimentica completamente che esistono aree in Italia dove tutti sono a conoscenza delle porcherie che succedono, ma nessuno fa nulla. Mi riferisco, per conoscenza diretta, alla provincia di Spezia, dove appena arrivato ho appreso dai locali, che gli operai e gli impiegati addetti alla costruzione di navi civili e militari di due grossi enti statali non fanno un cazzo dal mattino alla sera. Eppure si continuano a prendere commesse di lavoro miliardarie. Del settore militare non posso testimoniare nulla, ma nella realtà civile ho lavorato come addetto alle pulizie per tre settimane.
Mentre raschiavo la merda dai muri dei cessi degli operai delle imprese, per la maggior parte migranti, non ho potuto non vedere che nessuno faceva nulla salvo giocare a scacchi, a carte, leggere un bel libro o per rappresentanza fingere di lavorare. Dopo tre settimane di quella musica e stonato da questa situazione grottesca, mi sono rivolto ad un giovane che fingeva di saldare un pezzo di ferro: «Ma scusa, – gli ho chiesto – la nave che c’è fuori, chi l’ha fatta?- – Gli operai delle imprese» mi ha risposto il povero, poi ha aggiunto:«io francamente mi vergogno, sono venuto qui per lavorare ma mi sono reso subito conto che non potevo farlo e se volevo vivere dovevo adeguarmi al tran tran generale».
Dunque posso testimoniare che noi italiani paghiamo alcune navi due volte, la prima con gli stipendi ai lavoratori dell’azienda statale che non lavorano, la seconda alle imprese, ma secondo voi la colpa di chi è?
Secondo “Domenica In” dei lavoratori! Sarebbe come dire che se l’esercito napoleonico a Waterloo ha perso la battaglia, la colpa era di ogni singolo dragone. Di ogni singolo fante, dei tamburini, dei portabandiera, lo stesso dicasi per le vittorie. Eppure, quando l’uomo era ancora tale, vittorie e sconfitte si attribuivano ai generali.
Perché in Italia ce la prendiamo con i tamburini? Perché Brunetta non prende i dirigenti delle imprese statali e non li mette in una gabbia a morire divorati dai corvi?    Perché mettiamo in mezzo alla strada i lavoratori ed ignoriamo i dirigenti ai quali sarebbe affidato il controllo delle maestranze?    Forse perché in casi come questi di Spezia, dovremmo arrestare “dottori”, “amministratori” e responsabili del controllo militare?   Tutti ammanicati con il partito e con la corruzione? Forse perché dovremmo incidere in quella massoneria che nessuno ha il coraggio di toccare?
Viva l’Italia che fa il processo al mulo e non al conducente, se questo è il modo per arrivare alla trasparenza, preferisco affondare o essere ucciso da quei poveri bastardi che agiranno al soldo dei veri grossi bastardi, che vivono nel lusso generato dalla loro marcescenza e corruzione.
Tutto quello che ho descritto in queste poche righe potrebbe costarmi caro, ed ho omesso i nomi per evitare che mi saltino addosso con gli avvocati. Non è però delle cause che mi preoccupo, quanto delle pallottole intelligenti (vedi Nicola Calipari)
Se mi capita un incidente, non credeteci. Sappiate che innanzi ad un carabiniere di grado elevato (rappresentante di un Pubblico Ministero) della PG ho detto: “perché non interveniamo?” – sapendo che diventando un testimone avevo bisogno di una scorta e di un programma di protezione, ma mi sono sentito rispondere:”purtroppo non c’è la volontà politica”.
Oggi la mia assicurazione sulla vita e la mia scorta siete voi, quelli di voi che potrebbero non accettare la mia improvvisa dipartita.
Qui, non c’è la volontà politica…

Marcello Toja

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FEBBRAIO 2009 – SCONTRO NUCLEARE

 

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sopra un sottomarino nucleare “HMS Vanguard” inglese di 16.000 tonnellate, lungo quasi 150 metri in grado di trasportare 16 missili “Trident” a testata multipla, costruiti negli Stati Uniti alla Martin Lockeed. Un potenziale bellico in grado di annientare una nazione e scatenare l’olocausto nucleare.

Un “Vanguard” inglese armato con 16 missili Trident MIRVs cioè a testata multipla (ogni testata è una termonucleare da 3,9 megatoni ed ogni trident ne porta da 6 a 10) si è scontrato con un “Triomphant” francese equipaggiato con 16 missili M45 che sono i vettori di lancio di circa 6 testate multiple della potenza di circa 150 Kilotoni. Sono tutti missili che raggiungono gli strati bassi della stratosfera, liberano le testate multiple che rientrano in atmosfera colpendo gli obiettivi.
Abbiamo rischiato un olocausto nucleare in mezzo all’oceano Atlantico nei primi giorni di febbraio del 2009.
Come sempre nessuno ha detto nulla e la notizia è filtrata ai giornali a fatica.
Tutti si domandano com’è potuto avvenire un simile incidente fra due mostri che totalizzavano 250 persone di equipaggio, accessoriati di ogni sorta di sensori acustici ultramoderni?
Effettivamente non è facile capire come sia potuto accadere.
I sottomarini nucleari hanno una traccia acustica ben precisa e non si avvicinano affatto alla silenziosità dei diesel/elettrici come i “Kilo” russi, i “Trafalgar” inglesi o i nostri super silenziosi U212/A a cellule d’idrogeno.
Dunque dovevano sentirsi. C’è scritto che viaggiavano in immersione a pelo d’acqua, ma anche questo non quadra.  Quando un SSBN viaggia a pelo d’acqua porta in superficie l’antenna radio, l’antenna ESM e se serve il periscopio. Con il localizzatore ESM è in grado di localizzare la direzione di trasmissione di qualunque fonte e questo avrebbe potuto annullare i disturbi e i falsi eco di superficie.
INVECE non si sarebbero visti, né sentiti. Quasi incredibile!
C’è però una soluzione differente, cattivella ma verosimile.
Il “Vanguard” si è messo in scia del “Trionphant” francese dopo averlo localizzato, la profondità era forse di 150 piedi, 45 metri.
La quota di lancio dei missili TRIDENT ed M45, quindi una quota comune per gli SSBN, che in quelle condizioni ricevono trasmissioni radio in bassissima frequenza direttamente dal comando.
Gli inglesi dunque si stavano addestrando a spese dei francesi scivolando silenziosamente nella loro scia, ma ad un certo punto il comandante francese ha ordinato la classica manovra “Ivan il matto”, si tratta di una virata a destra o sinistra che espone gli schermi sonar laterali del sub seguito al rumore dell’inseguitore.
In questi frangenti l’inseguitore per rendersi invisibile e per non essere identificato deve spegnere tutto, compresa la propulsione; ma un sub di quella mole continua per inerzia nella sua traiettoria e se l’inseguito si attarda nel togliersi dalla sua rotta c’è un reale pericolo di collisione.

a sinistra un sottomarino nucleare lanciamissili “Triomphant” francese, trasporta 16 missili M45 equipaggiati con MIRVs (testate multiple) da 150 Kilotoni. È già entrato in servizio il nuovo missile M51 sempre a testate multiple che ha una autonomia di 8.000 chilometri.

I due sub sono stati rimorchiati alle rispettive basi e questo dimostra che i danni non erano catastrofici e in una certa misura conferma la nostra ipotesi. La collisione è avvenuta a velocità contenuta, quella che può avere un sub che viaggiava a 5 nodi e a macchine ferme si scontra a 2/3 nodi contro la sua “preda”.
Ora, noi comprendiamo tutto, comprendiamo le esigenze di questi equipaggi di addestrarsi, ma ci sfugge un particolare.   Cioè non capiamo che cavolo ci facevano due sottomarini nucleari con a bordo un armamento in grado di estinguere il 50% dell’umanità, in mezzo all’Atlantico e in tempo di pace.
Di questo naturalmente nessuno parla.
Eppure la maggior parte delle sentinelle delle caserme in tempo di pace ha il fucile ma non le pallottole ed anche gli SSBN, possono imbarcare missili a testate convenzionali, visto che non c’è nessuno a cui lanciare 160 testate nucleari.
Invece i nostri due sub (dell’Unione Europea) viaggiavano con un carico di armi nucleari da olocausto, e con quello si sono scontrati.
Non vogliamo immaginare che cosa poteva succedere nella peggiore delle ipotesi ed anche nelle ipotesi intermedie; ma come italiani ci domandiamo: come mai noi abbiamo solo sottomarini convenzionali, dei veri bruscoli, mentre inglesi e francesi scorrazzano per i mari con i loro SSBN in grado di estinguere la specie umana? Strani partner europei?
Risposta non c’è ma forse chi lo sa, perduta nel vento sarà… (Bob Dylan)
nell’immagine due tecnici sistemano le tremende MIRVs all’interno di un missile “Trident”. Siamo negli Usa alla Martin Lockeed, una delle più floride industrie di armi ed aerei supersofisticati del mondo.

 

Quello che avete visto è il destino della specie umana, se non avremo il coraggio di smettere di leccare il culo ai potenti, di strisciare per un aumento di stipendio, di negare la verità, di distruggere con il mobbing quelli bravi che avrebbero la possibilità di migliorare l’umanità ad ogni livello ed in ogni situazione. Mahatma Gandhi, prima di morire disse: credevo che Dio fosse la verità oggi so che la Verità è Dio. Seguite la verità, lavorate per la verità, appoggiate la verità e ci salveremo e il mondo dall’inferno che è, si trasformerà in un Paradiso. Continuate a far finta di niente e conoscerete la fame, il terrore e le catastrofi. E la nostra specie scomparirà dalla faccia della Terra.

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COSE DELL’ALTRO MONDO – LEGGETE ATTENTAMENTE


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sopra, immagine pubblicata sulla rivista

SFOGLIANDO L’ULTIMO NUMERO DI “SUB” CI SIAMO TROVATI INNANZI A COSE DELL’ALTRO MONDO, ESATTAMENTE COME RECITA UN SPOT PUBBLICITARIO PUBBLICATO SULLA STESSA RIVISTA

Dopo mesi, anni di discussioni sulla affidabilità dei rebreather, sui pericoli che si corrono utilizzando questi autorespiratori a ricircolo, dopo averne sentite di tutti i colori e dopo aver pubblicato un decalogo su come è possibile usarlo senza, possibilmente, lasciarci la pelle, troviamo pubblicata a pagina 68 del n.202 di SUB gennaio 2010, l’articolo “Emozioni nel blu” di Eva Bacchetta e Lorenzo del Veneziano.
Ora certamente ci sarà chi penserà: ma sono solo cose scritte, magari da un giornalista non al corrente, magari non rispecchiano la realtà di quella immersione eccetera E POI SONO ANCHE DATATE! Ebbene non esistono scusanti, poiché i neofiti come gli esperti (a tutte le categorie si rivolge la rivista in oggetto) faranno riferimento non ai dati reali dell’immersione ma a ciò che leggono. Andiamo dunque ad analizzare quanto viene dichiarato.
L’immersione raccontata nell’articolo è su un relitto a – 80 metri, nei pressi dell’isola d’Elba. La discesa si effettua con dei rebreather, immaginiamo degli ECCR anche se non viene specificato.                          I rebreather sono stati preparati la sera prima dell’immersione, la permanenza fuori dalla confezione originale della calce sodata, per 12 ore potrebbe già ridurne l’efficienza, ma immaginiamo che i sacchi siano stati messi a tampone, cioè privati dell’aria all’interno. Ecco che cosa leggiamo a pag.70:
Entro in acqua per primo con Gianluca per essere sicuro che nessuno mi sporchi l’acqua con qualche colpo di pinna maldestro. Un veloce ok e giù… (ma non si dovrebbe effettuare un test in superficie e/o a tre metri in ossigeno puro per verificare che le celle che leggono la pp dell’O2 siano in condizioni OK?) inizia la discesa ma ad un certo punto: Gianluca, alla mia richiesta, mi risponde che qualcosa non va, gli gira la testa, resta attaccato alla cima di discesa e non reagisce alle mie domande. Lo aiuto a lavare i sacchi polmone del rebreather e aspettiamo che la respirazione si stabilizzi. le cose cominciano a migliorare e il mio compagno mi segnala che il problema sta passando. Gli faccio cenno di sospendere l’immersione e di risalire, ma lui non vuole, adesso è tutto a posto.
Ma non è strano che ci si fidi di un subacqueo che poco prima mostrava segni di mancanza di lucidità per stabilire che la situazione si è risolta? E che cosa ha provocato il giramento di testa un problema ai timpani o la miscela respiratoria? In quel momento nessuno dei due sembra saperlo e l’immersione continua.                          I due subacquei esplorano il relitto a – 80 metri, il protagonista afferma di controllare per l’ennesima volta lo stato di salute e lucidità dell’amico, ma ci domandiamo se lo avesse visto abbandonato alla corrente svenuto, che cosa avrebbe potuto fare a -80 metri.
Da questo momento in poi entriamo nella fantascienza e leggiamo a pagina 71: sono ormai trascorsi trenta minuti, Gianluca mi segnala che inizia l’ascesa verso la superficie. E’ tranquillo e io lo lascio andare. Io voglio dare ancora una occhiata alle cucine…
Gianluca, che si era sentito male risale DA SOLO verso la superficie dopo TRENTA minuti a – 80 metri!!! Il nostro eroe invece continua, e leggiamo: Uno sguardo agli strumenti, è scoccato il quarantesimo minuto, ho raggiunto 78 metri di profondità e quasi due ore di decompressione. Inizio la risalita ed a un certo punto vedo il mio compagno sopra di me. Ci scambiamo una serie di segnali rassicuranti… Potremmo consigliare allo scrivente di modificare la frase: ad un certo punto vedo il mio compagno sopra di me con la seguente aggiunta: “ad un certo punto vedo il mio compagno sopra di me e mi stupisce che sia ancora vivo” visto che è stato fatto di tutto ma veramente di tutto perché non lo fosse più.
L’immersione finisce bene, per una misteriosa serie di combinazioni basate sulla percentuale matematica, i due subacquei sono vivi e stanno bene. Dunque, dobbiamo pensare che tutto è a posto?
Con la stessa immersione 40 minuti ad 80 metri, Penny Glover, grande esperta di rebreather ed il suo compagno d’immersione, sono morti e sono stati ritrovati diversi giorni dopo.
Anche loro avevano in programma una decompressione di due ore circa, evidentemente usavano le stesse tabelle.
Le tabelle US Navy revisione 6 prevedono per una immersione di 35 minuti a 75 metri oltre sette ore di decompressione in aria e oltre tre ore di decompressione in O2 dalla quota dei nove metri in su.
Ma a 80 metri siamo fuori scala, un sommozzatore francese della federazione nazionale, mi scrisse che Penny Glover avrebbe dovuto fare una deco almeno il doppio di quella che aveva programmato. Evidentemente le tabelle che si scaricano via internet ed usano questi subacquei che si definiscono tecnici, basate sul non si sa che cosa, sono più ottimistiche.
Ecco, ogni commento sarebbe inutile, ogni subacqueo con la testa sul collo sa che 40 minuti a -80 sono una follia pura. Si entra in un campo di incertezza sconvolgente, si vagheggia nella speranza che la fortuna ci aiuti.   Dopo questo articolo allucinante, pubblicato su una rivista che ha fama di essere una delle migliori attualmente in edicola, non ci dobbiamo più stupire dei morti da rebreather.
Gianluca poteva morire all’inizio dell’immersione, sul fondo, durante la risalita DA SOLO. Il secondo sub sarebbe risalito DIECI MINUTI DOPO con una deco di oltre sette ore ad aria e oltre tre ore in O2, e che tipo di aiuto avrebbe potuto dare a Gianluca?
Tutti e due potevano morire d’embolia gassosa in decompressione, così come successe alla coppia Glover.
E’ questa la subacquea moderna? E’ questo che insegniamo ai giovani? Che si può scendere per 40 minuti a -80 facendo due ore di deco? Che si può continuare una immersione se il compagno con un REB si sente male? Che si chiede a lui se sta bene e ci si fida delle sue risposte? Che lo si lascia risalire da solo dopo 30 minuti a – 80 per andare a vedere le cucine?
Datemele voi le risposte perché verba volant ma scripta manent

Il direttore

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MA DOVE VA LO SPORT SUBACQUEO? (articolo senza tempo)

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la fotografia è di Alberto Balbi

Un ritorno dopo sei anni di assenza, al salone dei subacquei, ha prodotto in me una serie d’impulsi e considerazioni che vorrei dividere con voi attraverso questo articolo.
Rispondendo alla domanda: dove va lo sport subacqueo? La risposta sintetica è: a morte; il testo si sviluppa sul perché:
il cancro che divora la subacquea è la necessità di questa società dell’apparire.     Facilmente chi ha impostato il suo lavoro sull’insegnamento ha compreso che l’unica risposta ammissibile in questo momento della nostra storia è quello di fornire i codici per far credere al cliente di aver indossato l’abito dell’imperatore.
Mi spiego meglio, un tempo si diventava subacquei addirittura prima di fare dei corsi; ricordo che quando facemmo il primo corso FIPS ci immergevamo già da anni con tanto di Royal Mistral ed a profondità di tutto rispetto. La subacquea era esperienza, anni d’immersioni, poi c’era la teoria che ti metteva in condizione se ne avevi le doti d’insegnare.    Il tutto per spirito volontario e non retribuito. Tramandavamo il sapere, come vecchi Lakota Sioux ai giovani guerrieri.
Oggi si inizia un corso, ma si punta ad ottenere il massimo grado (su carta) nel minor tempo possibile… pagando.    Succede così che in due o tre anni un neofita, capace di mettersi la pinna destra nel piede giusto e di montare un erogatore senza problemi, si ritrovi al “gota”.
Raggiunto il massimo grado esibibile, sfruttate le patacche e relative esibizioni con pulzelle o pulzelli, comprendendo anche scatole gialle, apparecchiature complesse, vere e proprie fabbriche chimiche ambulanti, l’interesse decade. Non c’è più nulla da raggiungere, si è già il massimo, non c’è più alcuna soddisfazione ad osservare il computer con la retro illuminazione, mentre si scende verso l’abisso a cercare se stessi, senza mai trovarsi.
Ed ecco che scatta una nuova passione: paracadutismo, parapendio, salto con l’elastico. Le attrezzature vengono accantonate in cantina, l’avventura è finita.
Quel subacqueo del mare e della subacquea non ha afferrato né capito nulla.   Ma l’avventura è finita.   Poi c’è il caso due: in questo, il possibile allievo che si avvicina al nostro mondo, viene stroncato ancora prima di partire.
La tecnica, le attrezzature, le cinque bombole, bimix, trimix, idreliox, nitrox, formule chimiche, “e tu di questo non né capisci nulla”, “parli perché hai la lingua in bocca”, corsi di qui e corsi di là, terrebbero lontano chiunque. Questa subacquea fa paura, avrebbe fatto paura anche a me quando negli anni settanta ho visto un amico uscire dall’acqua con le bombole e gli ho chiesto di farmi provare l’erogatore.
Senza alcuna scuola e con solo due o tre “stai attento a questo e a quello”, ho provato la fantastica sensazione di immergermi nel blu non più in apnea ma respirando, da solo, completamente libero.
E’ stata quella sensazione stupenda e indimenticabile a fare di me un subacqueo per tutta la vita, tutto il resto solo un affinamento.
Oggi guardo gli accompagnatori veleggiare a due metri dal fondo con le braccia conserte e mi domando ma che fate? Ho portato sott’acqua dei ciechi, toccavano tutto, sono usciti gonfi di nematocisti, bruciati dalle meduse e dagli anemoni, ma toccavano tutto.
Forse erano ciechi, ma in quelle immersioni avevano visto ciò che un subacqueo odierno non immagina nemmeno. Avevano letto il libro del mare, quel fantastico libro, immenso e senza fine che sfoglio da cinquant’anni e che non finisce mai e che non è in grado di annoiarmi nemmeno un giorno.
Subacquei che passano lungo rocce sommerse o pareti di relitti dove in ogni metro quadro ci sono 1000 cose da studiare e che non vedono nulla. A questo li ha portati la didattica finalizzata al lucro e alla soddisfazione degli istinti primordiali della bestia umana. La necessità di essere di più, di avere il grado. L’incapacità di entrare in questo fantastico mondo in punta di piedi e imparare ad ammirare, scoprire, studiare.
Poco importa se in bimix, trimix, nitrox o quant’altro. Miscele e strumenti sono solo finalizzati a farci immergere e riemergere, almeno quella era l’intenzione. Ecco, volevo lasciare questa sorta di testamento, di chi la subacquea l’ha vista nascere e purtroppo l’ha anche vista morire. Siamo ancora in tempo?
Dubito molto, ciò nonostante, con i mezzi d’informazione che ho e con l’aiuto di quelle aziende che comprendono e condividono questa mia visione delle cose, cercherò di porre qualche pezza, ma dall’altra parte del fronte c’è la mente ottusa di chi vede nelle persone come me un nemico. Con loro cavalca il male, cupidigia e morte, cavalieri difficili da battere senza il vostro aiuto.

il direttore
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MARO’, GROTTESCO – FINE DELL’ARBITRATO NON PRIMA DEL 2018

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E’ DALL’INIZIO DI SETTEMBRE CHE DALL’INDIA ARRIVANO INDICAZIONI CHIARE, DETTAGLI MANCANTI ED INDIZI PIÙ CHE FONDATI CHE SCAGIONEREBBERO DEL TUTTO I DUE MARO’ ITALIANI, SOLO CHE NON SE NE PARLA PIÙ.

DAI MEDIA SILENZIO ASSOLUTO, TANTO PIÙ DALL’INDIA ALCUNA NUOVA NOTIZIA E ANCOR MENO, FATTO PIÙ GRAVOSO, NESSUNA NOTIZIA CI GIUNGE DAL GOVERNO!

CHE SIANO STATI NUOVAMENTE DIMENTICATI?        IN UNO STATO SERIO, DOPO LA NOTIZIA DELLA LORO ESTRANEITÀ AI FATTI CHE LI HANNO TENUTI “PRIGIONIERI” IN INDIA E CON TUTTE LE CONSEGUENZE CHE NE SONO DERIVATE, SI VOLEREBBE SUBITO IN INDIA A RIPRENDERSI IL MARO’ RIMASTO ANCORA LI E LA DIGNITÀ DI UN PAESE CALPESTATO, MA IN ITALIA NO, QUESTO NON ACCADE, SI È PIÙ PRESI DA FACCENDUOLE POLITICHE DA BARACCONE, PIÙ IMPORTANTE LA LOTTA AL POTERE PER UNA POLTRONA CHE GENERA DENARO CHE IL VALORE DI DUE NOSTRI MILITARI….QUESTA È L’ITALIA OGGI!

LA PERIZIA BALISTICA INDIANA CHE ASSOLVE I MARO’

Marò punto e a capo. K. Sasikala, professore di medicina legale a Thiruvananthapuram, nello stato indiano del Kerala, nell’autopsia sul corpo senza vita del pescatore Valentine Jelestine descrive un proiettile molto più grosso delle pallottole calibro 5,56 in dotazione al capo di prima classe Massimiliano Latorre e al secondo capo Salvatore Girone.  Ad Amburgo l’atto è stato depositato dall’India alla cancelleria del Tribunale internazionale per il diritto marittimo al quale l’Italia si è rivolta dopo tre anni e sette mesi di inutili trattative e di procedure giudiziarie che non hanno prodotto neppure uno straccio di capo d’imputazione.   Alla pagina due del “post mortem certificate”  di Jelestine si legge che nella testa del defunto dallo spazio subdurale è stato estratto un proiettile “lungo 3,1 centimetri, con una circonferenza di 2 centimetri a un’estremità (ndr. la base) e di 2,4 centimetri sopra la base” (la pallottola 7,62 ha una circonferenza di 2,39 centimetri, mentre la 5,56 ha una circonferenza di 1,74 centimetri).    Le ogive calibro 5, 56 dei marò sono lunghe 2,3 centimetri.  L’autopsia fatta il 16 febbraio sembrava rimasta sepolta nei cassetti della polizia del Kerala. Una pallottola di quelle dimensioni, secondo Luigi Di Stefano che fu consulente dell’Itavia nel lungo processo per l’abbattimento del Dc nel cielo di Ustica, potrebbe essere “una cartuccia di calibro 7 ,62 X 54 R che nell’area è molto diffusa.    La usano i pirati somali e anche la guardia costiera dello Sri Lanka a bordo delle motovedette tipo Arrow con cui lo Sri Lanka da anni contrasta gli sconfinamenti nelle sue acque territoriali dei pescatori indiani che partono dai porti del Tamil Nadu.   Un sito dello Stato indiano ha tenuto il conto dei morti, più di 400. Il comandante del peschereccio Saint Antony Freddy Bosco e diversi membri del suo equipaggio abitano, vedi caso, nel Tamil Nadu.   All’autore dell’esame balistico N.G. Nisha, vicedirettore del Laboratorio di medicina legale a Thiruvananthapuram, è toccato un arduo compito.     Doveva ridurre le dimensioni delle pallottole dal calibro 7,62 al 5, 56. Forse per questa ragione la sua perizia si conclude con un condizionale sibillino: “I proiettili di questo caso potrebbero essere pallottole ad alta velocità sparate da fucili calibro 5,56 (ndr. quello delle armi in dotazione ai marò) esplose da lontano.    La traiettoria è dall’alto verso il basso”.      La sua perizia è del 19 aprile 2012. I sequestri a bordo della petroliera Enrica Lexie si sono conclusi il 25 febbraio, si legge nelle carte depositate dall’India. C’è stato tutto il tempo per sparare con i fucili dei marò e per recuperare proiettili.    Nella ricostruzione della balistica a posteriori le ogive furono distribuite con precisione, una nel corpo di ognuno dei due deceduti e due sul peschereccio Saint Antony.   I detective non sapevano però che ogni fuciliere di marina ha un’arma individuale e non di reparto.    Sulla base dei numeri di matricola indicati dalla perizia balistica fatta nel Kerala l’ammiraglio Alessandro Piroli, vittima a sua volta delle manipolazioni indiane, nel maggio del 2012 ha collegato i colpi fatali con le armi del sottocapo di II classe Massimo Andronico e del sergente Renato Voglino e non con quelle di Latorre e di Girone.    Una circostanza smentita dalle dichiarazioni dello stesso Latorre e dalle testimonianze concordi del comandante della Lexie Umberto Vitelli e del secondo ufficiale Sahil Gupta. Tutti hanno dichiarato che il giorno dell’incidente sul ponte di dritta della petroliera c’erano Latorre e Girone.   I maggiori dei carabinieri Luca Flebus e Paolo Fratini, i due esperti italiani ai quali è stato  consentito di partecipare agli accertamenti come osservatori, ossia senza poter intervenire, hanno assistito solo alle prove di sparo con i fucili sequestrati a bordo della Enrica Lexie e all’apertura dei plichi che contenevano i proiettili e le armi, sei Beretta Ar 70/90 e due Herstal Minimi.    I due ufficiali non sono stati messi in condizione di avere la certezza che i proiettili al centro dell’accertamento balistico fossero stati davvero estratti dai cadaveri delle due vittime e non parteciparono ad alcun esame con il microscopio comparatore, l’unico che può stabilire quale arma ha sparato studiando le rigature.    Gli atti depositati dall’India contengono altre chicche. Sembrano fatti con il copia e incolla due affidavit dei sopravvissuti, le testimonianze scritte raccolte il 30 luglio del 2015, poco più di un mese dopo che l’Italia aveva attivato la procedura dell’arbitrato internazionale obbligatorio ovvero non concordato.    I testimoni indicano senza la più pallida ombra di dubbio e senza storpiarli i nomi e i cognomi dei due militari italiani che avrebbero ucciso i loro compagni di lavoro. Li definiscono i ‘sailors’, i marinai.     Le testimonianze sono l’allegato numero 46. Il comandante del peschereccio Freddy Bosco, 34 anni, residente nello stato meridionale del Tamil Nadu, e il marinaio Kinserian, 47 anni, dichiarano «onestamente e con la massima integrità» che alle 16,30 del 15 febbraio 2012 il natante «finì sotto il fuoco non provocato e improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi».    Appena arrivato in porto, la sera del 12 febbraio, Bosco aveva però detto alla televisione che l’attacco era avvenuto alle 21 della sera prima.    Entrambi i marinai aggiungono nella testimonianza che i «tiri malvagi» hanno provocato la «tragica morte dei cari amici e colleghi Valentine, alias Jelastin, e Ajesh Binke».    La loro vita dopo la presunta sparatoria è descritta nello stesso modo: «Indicibile miseria e una agonia della mente, una perdita di introiti». «La nostra ordalia – concludono – non è finita».   La certezza sulle responsabilità dei fucilieri di marina italiani di Bosco e Kinserian è condivisa dal terzo pescatore Michael Adimai, sentito il 4 agosto 2015. Anche lui parla di spari «senza preavviso e provocazione».     Denuncia «un’incommensurabile agonia mentale e un fardello finanziario che continua tuttora». Come gli altri due testimoni denuncia la sua incapacità di portare avanti «le attività quotidiane». Dalle carte depositate emerge anche l’ennesimo particolare incongruo.   Il Gps del Saint Antony non fu consegnato da Bosco alla polizia appena arrivò in porto, ma otto giorni dopo, il 23 febbraio, assieme a un computer malridotto. Insomma, volendo, ci fu tutto il tempo per manomettere i dati registrati dall’apparecchio.


LA MIA OPINIONE

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nella foto Luigi Ferraro MOVM della seconda guerra mondiale, appartenente al segretissimo gruppo “Gamma”

Il governo indiano sta giocando con la vita di due fucilieri del Battaglione San Marco, fondato dalla divisione Decima, che si richiamava alla decima legione di Cesare.    Il governo indiano sta spadroneggiando e umiliando l’Italia e l’onore degli italiani, trattenendo in prigione due soldati che stavano svolgendo il loro lavoro in acque internazionali, per difendere interessi internazionali, dalla pirateria, che altri, che sono capaci di arrestare due fucilieri che si consegnano in pace, non sanno proteggere.    Il governo indiano si nasconde dietro, l’immensità dell’India e l’immensità degli interessi in gioco.    In pratica nessuno se la sente di affiancare l’Italia nelle sue giuste richieste di processare i due militari in Italia.     Diritto sancito proprio dal diritto internazionale.   Il governo indiano dimentica che ciò che non può fare una nazione piccola come l’Italia contro l’India, può però farlo un solo italiano sfruttando gli insegnamenti dei “Gamma”.    Uno dei corpi più segreti della Regia Marina Italiana, che non è affatto scomparso, ha solo cambiato nome.    Io ho avuto la fortuna di stringere amicizia con uomini come Luigi Durand De la Penne; Gino Birindelli, Frassetto;   e tanti altri che oggi non ci sono più ma hanno scritto pagine di storia incredibili e indelebili.                  In particolare, con uno di questi uomini: Luigi Ferraro, MOVM (medaglia d’oro al valor militare), mancato pochi anni fa, ho stretto amicizia per 25 anni, e in una lunga serata a casa sua, mi ha raccontato parola per parola di come ha affondato tre navi cariche di minerali preziosi, fingendosi un “Attashé” dell’ambasciata Italiana; donnaiolo e incapace addirittura di nuotare.    Il metodo Ferraro, era quello di mettere un bauletto, trasportato nottetempo, nuotando in superficie, con una rete mimetica sulla faccia fin sotto la nave bersaglio.    L’avvicinamento avveniva con qualche piccola modifica rispetto all’addestramento ricevuto nei “Gamma” (che non spiegherò certo qui).    Poi Luigi s’immergeva al buio, senza maschera respirando ossigeno a circuito chiuso e con le braccia misurava la metà della lunghezza della nave, stimata a occhio da lui, prima dell’attacco. Quindi individuata una delle alette anti rollio a tatto con le mani nude, bloccava con un morsetto un bauletto esplosivo dotato di una spoletta a velocità.    Si trattava di un’elichetta che liberata dallo spillo di sicurezza si metteva a girare quando la nave arrivava alla velocità di tre nodi, svitandosi e provocando l’esplosione della carica.     In tal modo la nave esplodeva in navigazione e nessuno capiva come mai e colpita da chi.    La finezza di questa guerra nella quale noi italiani siamo maestri nel mondo, stava nel mettere una carica sufficiente ad aprire una falla, che dava all’equipaggio il tempo di scendere a mare con le scialuppe, così né Luigi Ferraro né i sei eroici assaltatori di Alessandria d’Egitto, hanno provocato morti e/o feriti. Però sono costati parecchio alla flotta inglese. Tre navi cariche di preziosi minerali, due navi da battaglia (corazzate), un incrociatore e una petroliera.    Senza colpo ferire.

Propongo con questo mio articolo, d’inviare al presidente indiano due libri: “Decima flottiglia Mas” di J.V.Borghese (libro di testo anche della marina Russa) e “Luigi Ferraro”, edizioni Ireco di Roma.
I due libri vanno inviati senza alcun commento, lui capirà.
il direttore

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