Archivi categoria: Incidenti subacquei

DIVING CENTER – OCCHIO ALLE RESPONSABILITA’

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Sopra, panoramica della Grotta degli Occhi di Palinuro

Sub morti nella grotta a Palinuro,

a processo il gestore del diving e tre istruttori: inquisiti per omicidio colposo “Tra le accuse del pm, quella di imprudenza, imperizia e negligenza poiché gli imputati avrebbero autorizzato l’immersione in grotta a partecipanti che non erano in possesso dei requisiti previsti per una tale escursione. «Questo procedimento – hanno commentato i legali della famiglia di Panaiotis Telios, Silverio Sica e Benedetta Sirignano – deve celebrarsi a dibattimento per fare chiarezza su una materia che in Italia fa ancora troppi morti»              Cosa succederà se domani avremo un altro incidente, in Italia, durante le attività lavorative subacquee (cioè non di carattere sportivo ricreativo) nei fiumi nei laghi nelle acque interne o fuori dell’ambito portuale (già regolamentato con la legislazione sugli OTS) o in un impianto di acquacoltura o in un impianto offshore, senza che gli operatori avessero gli standard formativi e di conseguenza di sicurezza previsti dalla legge Lentini (L.R. 07/2016) ?  http://l.facebook.com/l/iAQEWSjc_AQErn1vJTonzZ_XW_EOabYjqPFbgZfFwOeN1TA/www.cedifop.it/files/gurs-legge-lentini.pdf )

E’ la prima volta in assoluto che in Italia esiste una legge valida fuori dalle aree portuali, in questo settore. Attenzione – la legge NON ha una validità regionale, ma bensì una validità Europea (articoli 4 e 5 del testo della legge). Regionale è soltanto il registro telematico dove possono iscriversi tutti gli operatori che hanno diritto (articolo 3.2 del testo della legge), perché conformi a quando la Legge Lentini prevede.

http://l.facebook.com/l/ZAQH7kSZSAQFZwqWXsPgoLzUUJc7tvXOw1ald4hA7YwhTtA/www.ilmattino.it/salerno/sub_morti_grotta_palinuro_processo_gestore-901427.html

Manos Kouvakis

FEBBRAIO 2009 – SCONTRO NUCLEARE

 

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sopra un sottomarino nucleare “HMS Vanguard” inglese di 16.000 tonnellate, lungo quasi 150 metri in grado di trasportare 16 missili “Trident” a testata multipla, costruiti negli Stati Uniti alla Martin Lockeed. Un potenziale bellico in grado di annientare una nazione e scatenare l’olocausto nucleare.

Un “Vanguard” inglese armato con 16 missili Trident MIRVs cioè a testata multipla (ogni testata è una termonucleare da 3,9 megatoni ed ogni trident ne porta da 6 a 10) si è scontrato con un “Triomphant” francese equipaggiato con 16 missili M45 che sono i vettori di lancio di circa 6 testate multiple della potenza di circa 150 Kilotoni. Sono tutti missili che raggiungono gli strati bassi della stratosfera, liberano le testate multiple che rientrano in atmosfera colpendo gli obiettivi.
Abbiamo rischiato un olocausto nucleare in mezzo all’oceano Atlantico nei primi giorni di febbraio del 2009.
Come sempre nessuno ha detto nulla e la notizia è filtrata ai giornali a fatica.
Tutti si domandano com’è potuto avvenire un simile incidente fra due mostri che totalizzavano 250 persone di equipaggio, accessoriati di ogni sorta di sensori acustici ultramoderni?
Effettivamente non è facile capire come sia potuto accadere.
I sottomarini nucleari hanno una traccia acustica ben precisa e non si avvicinano affatto alla silenziosità dei diesel/elettrici come i “Kilo” russi, i “Trafalgar” inglesi o i nostri super silenziosi U212/A a cellule d’idrogeno.
Dunque dovevano sentirsi. C’è scritto che viaggiavano in immersione a pelo d’acqua, ma anche questo non quadra.  Quando un SSBN viaggia a pelo d’acqua porta in superficie l’antenna radio, l’antenna ESM e se serve il periscopio. Con il localizzatore ESM è in grado di localizzare la direzione di trasmissione di qualunque fonte e questo avrebbe potuto annullare i disturbi e i falsi eco di superficie.
INVECE non si sarebbero visti, né sentiti. Quasi incredibile!
C’è però una soluzione differente, cattivella ma verosimile.
Il “Vanguard” si è messo in scia del “Trionphant” francese dopo averlo localizzato, la profondità era forse di 150 piedi, 45 metri.
La quota di lancio dei missili TRIDENT ed M45, quindi una quota comune per gli SSBN, che in quelle condizioni ricevono trasmissioni radio in bassissima frequenza direttamente dal comando.
Gli inglesi dunque si stavano addestrando a spese dei francesi scivolando silenziosamente nella loro scia, ma ad un certo punto il comandante francese ha ordinato la classica manovra “Ivan il matto”, si tratta di una virata a destra o sinistra che espone gli schermi sonar laterali del sub seguito al rumore dell’inseguitore.
In questi frangenti l’inseguitore per rendersi invisibile e per non essere identificato deve spegnere tutto, compresa la propulsione; ma un sub di quella mole continua per inerzia nella sua traiettoria e se l’inseguito si attarda nel togliersi dalla sua rotta c’è un reale pericolo di collisione.

a sinistra un sottomarino nucleare lanciamissili “Triomphant” francese, trasporta 16 missili M45 equipaggiati con MIRVs (testate multiple) da 150 Kilotoni. È già entrato in servizio il nuovo missile M51 sempre a testate multiple che ha una autonomia di 8.000 chilometri.

I due sub sono stati rimorchiati alle rispettive basi e questo dimostra che i danni non erano catastrofici e in una certa misura conferma la nostra ipotesi. La collisione è avvenuta a velocità contenuta, quella che può avere un sub che viaggiava a 5 nodi e a macchine ferme si scontra a 2/3 nodi contro la sua “preda”.
Ora, noi comprendiamo tutto, comprendiamo le esigenze di questi equipaggi di addestrarsi, ma ci sfugge un particolare.   Cioè non capiamo che cavolo ci facevano due sottomarini nucleari con a bordo un armamento in grado di estinguere il 50% dell’umanità, in mezzo all’Atlantico e in tempo di pace.
Di questo naturalmente nessuno parla.
Eppure la maggior parte delle sentinelle delle caserme in tempo di pace ha il fucile ma non le pallottole ed anche gli SSBN, possono imbarcare missili a testate convenzionali, visto che non c’è nessuno a cui lanciare 160 testate nucleari.
Invece i nostri due sub (dell’Unione Europea) viaggiavano con un carico di armi nucleari da olocausto, e con quello si sono scontrati.
Non vogliamo immaginare che cosa poteva succedere nella peggiore delle ipotesi ed anche nelle ipotesi intermedie; ma come italiani ci domandiamo: come mai noi abbiamo solo sottomarini convenzionali, dei veri bruscoli, mentre inglesi e francesi scorrazzano per i mari con i loro SSBN in grado di estinguere la specie umana? Strani partner europei?
Risposta non c’è ma forse chi lo sa, perduta nel vento sarà… (Bob Dylan)
nell’immagine due tecnici sistemano le tremende MIRVs all’interno di un missile “Trident”. Siamo negli Usa alla Martin Lockeed, una delle più floride industrie di armi ed aerei supersofisticati del mondo.

 

Quello che avete visto è il destino della specie umana, se non avremo il coraggio di smettere di leccare il culo ai potenti, di strisciare per un aumento di stipendio, di negare la verità, di distruggere con il mobbing quelli bravi che avrebbero la possibilità di migliorare l’umanità ad ogni livello ed in ogni situazione. Mahatma Gandhi, prima di morire disse: credevo che Dio fosse la verità oggi so che la Verità è Dio. Seguite la verità, lavorate per la verità, appoggiate la verità e ci salveremo e il mondo dall’inferno che è, si trasformerà in un Paradiso. Continuate a far finta di niente e conoscerete la fame, il terrore e le catastrofi. E la nostra specie scomparirà dalla faccia della Terra.

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QUELLO CHE TUTTI I REBREATHERISTI DEVONO ASSOLUTAMENTE SAPERE

2 luglio 2011, Torri di Benaco, Lago di Garda, muore subacqueo Giovanni Ruberti, trovato a riva dai passanti
20 luglio 2011 Tragedia del mare: muore subacqueo apneista di Montevarchi, Fabiano Nosi aveva 39 anni: lascia al moglie e due figli. Il corpo avvistato nella zona di Torre del Campese;
4 giugno 2011 Immersione fatale. Tragedia questa mattina nelle acque davanti ad Arenzano, in provincia di Genova. Un uomo di nazionalità tedesca è deceduto durante un’immersione effettuata nell’area dove si trova il relitto della petroliera Haven;
Vigevano. 8 aprile 2011 muore giovane subacqueo al lago di Garda, Mauro Barbaro. Ha avuto un malore durante un’immersione nel lago di Como. I funerali di Mauro Enrico Barbaro, 32 anni, saranno celebrati …
Basta andare su internet e mettere una semplice frase nel motore di ricerca come: “muore subacqueo” e quello che viene risputato dalla macchina è l’elenco dei morti, un lungo elenco di vite spezzate che hanno tutte una cosa in comune: di loro non sappiamo nulla, non sappiamo che cosa respiravano, con che cosa si sono immersi, perchè sono morti e non lo sapremo mai. Meglio non pensare a quanti altri ne leggeremmo se imputassimo la stessa frase in inglese, in tedesco eccetera…
I risultati delle autopsie non fanno notizia e non vengono pubblicati, rimangono ai parenti, agli avvocati, ai magistrati.
C’è però qualcosa in comune a quasi tutti quei subacquei che pagano la loro passione con il tributo più alto, la vita, ed è l’insano pensiero della profondità.
Oggi i nuovi subacquei non vanno più sott’acqua per vedere, osservare, scoprire, imparare, ma per raggiungere gli abissi dei 100 metri, dei duecento metri e oltre.
Per farlo non basta più l’aria, servono miscele bimix o trimix, e per avere un’autonomia più lunga e meno impacci, via le bombole e largo al rebreather. Il reb viene anche visto come il sistema per tagliare i tempi della decompressione e per farlo si tiene alto il punto della pressione parziale dell’ossigeno il famoso SP.
Sul numero 22 di M.A.R.E. abbiamo pubblicato un interessante articolo del nostro dott. Deep su tutto quello che i subacquei devono sapere per non morire ed oggi lo pubblichiamo integralmente qui su www.edicolamarescoop.com  È troppo importante che le considerazioni di questo medico si diffondano nel mondo dei subacquei, per tenerle esclusivamente all’interno di un contenitore come MARE che si è rivolto bene o male ad una élite di subacquei,

È importante sottolineare che il fantomatico Dott. Deep è un cardiochirurgo di fama che non vuole apparire con il suo nome, poiché è anche un grande utilizzatore di rebreather e in quall’ambiente chi tocca certi temi viene sovente discriminato e messo da parte. Ricordiamo tutte le traversie passate da marescoop quando abbiamo cominciato a scrivere la verità sui reb e ricordiamo anche la valanga d’insulti (alcuni altamente offensivi per la dignità della persona) collezionata dallo scrivente., con inevitabili cause legali. La setta dei rebreatheristi non ha compreso che il nostro unico intento è quello di aiutarli a non morire, e che noi siamo i loro veri unici amici disinteressati.

Ecco l’articolo di dott. Deep che, se siete un utilizzatore di rebreather dovete leggere attentamente, qui c’è la verità e la spiegazione di tante morti, e anche i suggerimenti per non morire

Le mie immersioni si svolgono prevalentemente in solitario e la mia voce poco intonata viene  deformata dall’elio ma nessuno tra gli abitanti dei fondali marini sembra aversene a male. La percezione del rischio viene vissuta dai meno esperti con l’equazione probabilità x esito x fattore di indignazione. I rebreather non fanno eccezione e conseguentemente vengono considerati alla stessa stregua dello squalo bianco che notoriamente fa meno vittime delle api.


Ciò non toglie che specie negli ultimi periodi ci sia stato un netto aumento delle morti da parte di coloro che utilizzavano i rebreather e secondo talune statistiche, direi un po’ manipolate, l’eCCR (rebreather a circuito chiuso elettronico) sarebbe 900 volte più pericoloso del circuito aperto (ARA).     Inoltre bisogna sottolineare che ci troviamo di fronte ad un periodo critico dove si sta cercando di aprire le porte per un utilizzo del rebreather a livello di subacquea ricreativa.
Insomma, siamo forse in procinto di vedere innescata una miscela esplosiva.
Il rebreather è un LSS ovvero un Life Support System.
Un rebreather ben concepito e ben realizzato fornisce all’utilizzatore tutte le risorse necessarie a sopravvivere.
La preparazione tecnica permette di riconoscere, intercettare e risolvere i problemi che possono insorgere in un rebreather.
Il bail-out costituisce un’ulteriore sicurezza In teoria siamo di fronte ad un sistema blindato a prova di errore.
A questo punto è necessario analizzare i punti chiave che secondo il mio parere risultano essere le criticità del sistema Uomo/Rebreather.
Tralasciando il discorso attitudine, ovvero le reali capacità psico-motorie dell’individuo che dovrebbe utilizzare il rebreather, vorrei sottolineare le scarse conoscenze che molti rebreatheristi (tra cui diversi istruttori) hanno sul funzionamento dei rebreather e sui fenomeni fisiologici che sono coinvolti nel loro utilizzo.
Richard Pyle sostiene che nel percorso formativo di un subacqueo che utilizza il rebreather esiste un periodo che egli definisce “Window of Death”, che si può inquadrare intorno alle 40 ore di utilizzo di tali apparecchiature, dove il rischio d’incorrere in problemi con esito fatale risulta essere statisticamente più elevato.
In tale lasso temporale si verifica quella che in gergo viene definita overconfidence ovvero la presunzione che ormai si abbiano le conoscenze sufficienti per gestire al meglio l’utilizzo del rebreather. Evidentemente non è così.
In relazione a questo si dovrebbe pretendere che le agenzie didattiche in accordo con le aziende costruttrici prolungassero la durata dei corsi formativi fino ad un numero di ore spese in acqua che si avvicini al periodo della “Window of Death”. Commercialmente ciò sarebbe ovviamente disastroso!
Un altro aspetto interessante anche da un punto di vista sociologico è costituito dalle motivazioni per cui un sub ha la necessita di dover ricorrere all’uso del rebreather.
Escludendo una ristretta cerchia di speleosub, profondisti ed esploratori, la maggior parte di coloro che usano il rebreather in realtà non ne avrebbe assolutamente bisogno.
Vedere durante i weekend dei sub che si immergono con dei reb a – 40 – 60 m con profili ridicoli dove un bibo da 10 + 10 sarebbe quasi sprecato, è già di per se fonte di perplessità, che diventa ilarità quando tali subacquei si giustificano sostenendo che con il reb in quel tipo di immersioni si accorcia la deco anche di 30 minuti.             Al contempo c’è però da rilevare il fatto curioso che molte di queste persone durante la settimana sono recluse in uffici o fabbriche del cavolo per intere giornate e quando escono vengono catapultate dentro le loro lattine con le ruote in un traffico alienante sopportando il tutto senza fiatare ma, nel momento in cui dovrebbero divertirsi di più, ovvero sott’acqua, vogliono fare di tutto per uscirne prima.
L’altra cosa che non riesco a concepire è il fatto che questa tipologia di persone ha la tendenza ad avvicinarsi e a comprare tutto ciò che può essere assimilato ad attrezzature in stile militare nel tentativo di assomigliare quanto più possibile ad un incursore della Marina Militare.
Quanto più è nero e pericoloso tanto più attira questi sub.          Inoltre, come per il fenomeno DIR, i rebreatheristi hanno la tendenza a riunirsi, a disdegnare chi non la pensa allo stesso modo, a formare forum su internet, insomma a fare “setta”.      L’obnubilamento della capacità di giudizio è tipico di colui che entra a far parte di queste sette e comincia a sentenziare su internet e a farsi sostenitore dei prodotti che utilizza la sua setta con l’intima convinzione della giustezza delle sue asserzioni.
Basti pensare al successo commerciale dei braccialetti che dovrebbero servire a migliorare l’equilibrio. Molti dei test effettuati con questi braccialetti ottengono dei risultati (falsi) positivi, grazie ad un meccanismo psicologico che coinvolge tramite suggestione più l’inconsapevole tester di quanto non influenzi il soggetto testato.
Alcuni modelli di reb, gav, pinne, mute ed erogatori hanno lo stesso effetto sulle labili menti di alcuni adepti delle sette.        Spesso la differenza tra la vita e la morte non dipende dalla concezione del rebreather ma dall’attitudine del subacqueo.        Come per il circuito aperto la maggior parte delle morti risultano essere secondarie a palesi errori dell’utilizzatore. È altrettanto vero che un LSS ideale dovrebbe essere “stupid proof”!
A chi non è mai capitato di scendere in acqua dimenticandosi della zavorra o del computer?     La domanda che ogni rebreatherista dovrebbe farsi prima di ogni immersione è la seguente: in tutta onestà sono oggi preparato a porre in gioco la mia vita puntando sulle mie conoscenze e abilità? La cosa sconvolgente è che molte volte a morire sono quelli che vengono considerati i più bravi, quelli che erano di esempio agli altri, quelli da cui si poteva solo imparare; allora c’è qualcosa che non quadra, che non ci dicono o semplicemente lo stato dell’arte rebreather non è maturato a sufficienza.
In questa sede il mio obiettivo non è certamente quello di criticare le filosofie dei loop dei diversi reb in commercio, oppure analizzare come ovviare ad eventuali problemi che il reb può presentare sott’acqua: ci sono bravi istruttori (molto pochi!) e buoni manuali per consigliare come e quale rebreather è meglio utilizzare. Vorrei invece tentare di evidenziare quei lati oscuri che lasciano senza parole i medici legali e i periti che devono dare risposta alle famiglie in attesa di capire perché i loro cari sono deceduti, anche se il rebreather non ha dato segni di malfunzionamento.
Personalmente ritengo che ci siano già i presupposti e le conoscenze sufficienti per capire il perché di molte morti “immeritate” da o con il rebreather.
Purtroppo queste conoscenze sono per lo più nascoste nei meandri di PubMed ovvero tra una moltitudine di pubblicazioni mediche mondiali, che solo sporadicamente trattano di medicina iperbarica, ma più frequentemente di altre branche della medicina da dove però si possono estrapolare delle conoscenze fisiologiche adattabili all’uso del rebreather.
Partendo da un’attenta analisi di pubblicazioni che magari trattavano di broncopneumopatie ostruttive oppure dove i soggetti studiati erano semplicemente topi o capre e con l’aiuto non trascurabile della mia ormai lunga esperienza subacquea ho formulato delle ipotesi che tentano di trovare una spiegazione al perché si muore con il rebreather.
La CO2: il suo ruolo qual è?    Non l’avevo considerato!                               È assolutamente sbagliato assimilare la CO2 a una sostanza venefica al pari dell’arsenico nell’acqua per cui sarebbe opportuno che non ve ne fosse traccia nel nostro organismo; in pratica non è vero che più ne riusciamo ad eliminare e più ci sentiamo in salute.    Ci sono tutta una serie di teorie dove si sostiene che una giusta quantità di anidride carbonica svolga un ruolo chiave per il corretto metabolismo cellulare.     Basti pensare a tutti i concetti del metodo Buteyko che ormai sta facendo dei proseliti in tutto il mondo anche in chiave sportiva oltre che di wellness.
Ci sono ricerche scientifiche che dimostrano che l’ossigenoterapia normobarica per alcune patologie polmonari risulta più efficace se nella miscela respiratoria insieme all’ossigeno si aggiunge una piccola quantità di CO2.    Tornando a cose subacquee è interessante ricordare che il sesso della Bonellia viridis (quello strano animale marino nascosto fra i sassi del fondo) è determinato dalla maggiore o minore presenza di CO2.    Chi s’interessa di rebreather e di full face mask si sarà di sicuro imbattuto per errore in siti dove compaiono procaci ragazze che indossano mute in LaTex e, appunto, maschere gran facciali.
Per i meno pervertiti è quindi necessario spiegare che tra i disturbi psicosessuali esiste l’asfissia autoerotica!
Spesso dopo immersioni in condizioni non ottimali e dopo aver trasportato pesi allucinanti su mezzi ondeggianti, si ha comunque l’impressione di aver fatto una bella esperienza. Vi siete mai chiesti il perchè? Durante l’attività sportiva intensa, il sangue, anche dopo aver effettuato un passaggio attraverso i polmoni, resta ancora in parte carico di CO2 e relativamente povero di O2. Tale aumento ematico di anidride carbonica viene captato dai chemocettori a livello ipotalamico-ipofisario e induce nell’ipofisi un aumento della sintesi di beta-endorfine (droga naturale) e di ACTH (ormone adrenocorticotropo (Adreno Cortico Tropic Hormone – ACTH, conosciuto anche come corticotropina, è un ormone proteico prodotto dalle cellule dell’ipofisi anteriore (adenoipofisi). Viene sintetizzato, previo distacco di amminoacidi, a partire dalla proteina proopiomelanocortina (POMC). Svolge anche funzione di neurotrasmettitore oppioide).
Sarebbe bello capire dove finisce l’intossicazione da CO2 e inizia la narcosi da azoto: personalmente ho potuto constatare che i sintomi sono spesso sovrapponibili. Come sostiene Tom Mount sarebbe opportuno avvicinarsi alla conoscenza degli 8 metodi di respirazione Tai-Chi-Chuan ed in particolare della “respirazione purificante”, dove l’espirazione dura molto più dell’inspirazione!     Nel 1878 P. Bert dimostrò l’autointossicazione di animali da parte della loro CO2 in ambienti iperossigenati.

È importante ricordare l’effetto Haldane; a livello dei tessuti: produciamo normalmente  40 ml/l di CO2 che è circa 1/10 della CO2 presente nel sangue (in massima parte come HCO3-) -l’emoglobina (Hb) deossigenata lega meglio la CO2 formando composti carboammino-emoglobinici (effetto Haldane)
-l’effetto Haldane è responsabile di circa la metà della CO2 che viene scambiata a livello dei tessuti e trasportata nel sangue.
In pratica l’affinità della CO2 per l’emoglobina dipende dallo stato di ossigenazione della stessa e quindi a livello tissutale: l’Hb deossigenata lega meglio la CO2 (alta affinità) formando composti carboammino-emoglobinici (HbCO2), a livello alveolare la formazione di HbO2 riduce l’affinità della CO2 e H+ per l’Hb (bassa affinità) così la CO2 che si libera viene scambiata con l’alveolo ed espulsa (ci scusiamo per i termini complessi ma non è possibile semplificare).
Ora deve risultare chiaro che, quando siamo in superficie, la presenza della giusta piccola quantità di CO2 nei vari distretti del nostro organismo, è perfettamente fisiologica, ma durante l’immersione la possibilità che questa piccola percentuale cambi e diventi mortale è palese.
Ipotesi di CO2 hit da rebreather
Immaginiamo ora il classico subacqueo che si mette sulle spalle il rebreather e si accinge a fare un’immersione che può discostarsi per certi versi da quella in circuito aperto (CA) dove al variare della profondità inevitabilmente corrisponderà un aumento o una diminuzione della pPO2.    Con il CCR ciò non accade e la pPO2 rimane stabile e quanto più alta si riesce a mantenere tanto meno decompressione ci indicheranno i software decompressivi.
Bubble check effettuato il nostro sub scende:  Discesa con set point (S.P.) 0.7: talvolta i sub hanno difficoltà a mantenere il S.P. in relazione alla percentuale di ossigeno del diluente – Il ritmo respiratorio scende in relazione all’iperossia (Lambertsen) ed all’insensato background del circuito aperto.
Ancora nei diving ci si vanta di uscire dall’acqua con più aria degli altri!
– L’ossigeno determina un decremento della frequenza e della gittata cardiaca.
– Durante la discesa lo scrubber viene raffreddato dall’immissione di elio (poco rilevante).
– L’iperossia comporta una vasocostrizione periferica specie al livello del SNC.
– Aumentando il S.P. ci avviciniamo a quella condizione dove l’ossigeno fisicamente disciolto diventa sufficiente a mantenere le funzioni vitali. In questa condizione non c’è deossigenazione dell’emoglobina e quindi nei tessuti c’è minor rimozione di CO2 da parte dell’emoglobina proprio quando sul fondo il sub diventa operativo e il suo metabolismo s’impenna!
– Il sub arrivato sul fondo imposta il SP a 1.3. Recenti studi (Leite MS 2010) hanno evidenziato che già a 1.4 si possono avere alterazioni strutturali del glomo carotideo (edema intracellulare e perossidazione dei lipidi) con conseguente deviazione del flusso ematico intraglomico. Risultato, minor ventilazione e CO2 che non viene rimossa!
L’ipoventilazione (culturale e indotta) crea una CO2 retention (non certo ipossia con PO2 di 1.3) che va a colmare il buffer del sistema tampone dell’anidrasi carbonica creando acidosi.    Il subacqueo ancora non si accorge di nulla in quanto è stato dimostrato che un sub può tollerare percentuali di CO2 del 2% per 15 minuti senza avvedersene; ma la coperta è ormai diventata irrimediabilmente corta!
A questo punto il nostro sub sta faticando sul fondo e “lavorando duro” ci sarà contemporaneamente anche un aumento del WOB. Ciò che risulta paradossale, è che si è visto che se il WOB si mantiene basso anche un contenuto di CO2 del 4% del gas ventilato non affligge di molto le performance individuali. Per contro anche con percentuali di CO2 inferiori c’è un forte impatto negativo in caso di incremento delle resistenze respiratorie.
Le performance cognitive del subacqueo sono il punto critico. La catastrofe è direttamente dipendente dalla CO2.
Ci sono esperimenti che sono stati effettuati con CCR, dove si evince il ruolo chiave della CO2 nel potenziamento logaritmico della narcosi da profondità. Normalmente, ad aumentati livelli di CO2 c’è una risposta con l’aumento del ritmo respiratorio.   Alcuni individui non rispondono adeguatamente e vengono definiti “CO2 retainers”.
Esposizioni croniche alla CO2 rendono alcune persone tolleranti alla CO2 e si verifica una sorta di acclimatazione. I centri respiratori una volta diventati progressivamente tolleranti agli alti livelli di CO2 saranno stimolati dalla sola ipossiemia che non si avrà mai in considerazione del set point a 1.3 o più. Nei casi di pazienti COPD (chronic obstructive pulmonary disease) si rileva una sindrome da narcosi di CO2!
Questa Sindrome viene considerata potenzialmente letale anche per queste persone che trascorrono gran parte della loro giornata a letto attaccate al tubo dell’ossigeno! La fisiologia umana si trova spiazzata da un evento che filogeneticamente ed ontogeneticamente risulta ossimorico.
Infatti l’organismo è in grado di sopportare bassi livelli di ossigeno se c’è contemporaneamente un elevato livello di CO2: senza elevata CO2 (0.07) sul Monte Everest una persona va in black out in 10-50 secondi
Un black out ipossico in apnea si verifica solamente a 0.03 /0.05 bar di PPO grazie all’elevata CO2! Chi sono questi subacquei retainers?
In modo ovvio si va ad individuarli negli Hard Hat (Navy Experimental Diving Unit), negli apneisti, nei sommergibilisti che fanno esercitazioni per il submarine escape e nei subacquei esperti (pausa respiratoria).
Tutti i sopra citati hanno la tendenza a ritenere CO2 rispetto alla media, anche se non esiste una linea di demarcazione ben precisa.
Comunque la “sleep apnea” risulta di gran lunga la causa più comune di acclimatazione alla CO2! Ricercatori della Israel Naval Medical Institute hanno dimostrato che attraverso un adeguato allenamento si riesce a migliorare la capacità dei subacquei e a riconoscere situazioni di ipercapnia e concludono così:
We conclude that CO2 recognition training improves the diver’s capability to detect CO2. We suggest that a diver who is both a poor CO2 detector and a CO2 retainer will be prone to CNS-oxygen toxicity

Concludiamo che la possibilità di riconoscimento della CO2 migliora con la capacità del subacqueo di riconoscere la CO2 . Suggeriamo che un subacqueo che è sia un povero rilevatore di CO2 e un trattenitore di CO2 sarà incline alla tossicità del sistema nervoso centrale di ossigeno

(Thalmann (USN) sostiene che le sensazioni di “fame d’aria”, pur se allenate, in realtà sono inaffidabili, ed il primo segno di ipercapnia potrebbe essere la perdita di coscienza.   Conferma inoltre che la fame d’aria può essere dovuta sia a livelli di ossigeno bassi che ad alti livelli di CO2. In immersione ed in particolare con il rebreather, il livello di ossigeno è sempre alto, eliminando la più potente causa ipossica, lasciando solo la CO2 come possibile stimolo. La CO2 ha effetti narcotici e deprime la capacità di giudizio, al punto che diminuisce anche la sensazione di difficoltà respiratoria provocata dalla dispnea.
In queste condizioni il subacqueo potrebbe continuare ad operare fintanto che la perdita di coscienza è il primo sintomo a comparire.    Eravamo rimasti al momento in cui il subacqueo con rebreather aveva iniziato a lavorare duro sul fondo.
Se il sub non è un CO2 retainer inizierà a adattare il suo ritmo respiratorio all’ipercapnia seppur con ritardo e in modo mitigato dai fenomeni prima descritti.    Ora però il lavoro si fa ancora più duro e si supera la soglia aerobica iniziando così a produrre acido lattico (acidosi metabolica), ma gli alti livelli di O2 inficiano una corretta risposta dei chemocettori.
A questo punto all’iniziale vasocostrizione ci sarà un effetto rimbalzo provocato dall’enorme quantità di CO2 che si è accumulata a livello tissutale e che d’improvviso viene “vomitata” nel torrente circolatorio.
Si aggiunga che sul fondo avremo anche la massima densità della nostra miscela respiratoria con innalzamento del WOB(Bookspan).
In passato in neuropsichiatria, in alternativa all’elettroshock, si utilizzava l’esposizione ad elevate concentrazioni di CO2 che portavano il paziente a convulsivare in tempi che andavano da 1 a 3 minuti.
Con percentuali di CO2 del 20% può essere sufficiente un solo atto respiratorio per rendere un individuo mentalmente incapace.
Sperimentalmente si è visto che dopo prolungate esposizioni ad elevatissime concentrazioni di CO2 il passaggio repentino (bailout) alla respirazione di miscele non più ipercapniche porta alla fibrillazione ventricolare e alla morte.     Presumibilmente tali aritmie sono conseguenza dell’impossibilità di tornare alla normale eccitabilità cardiaca a causa della incapacità di ripristino dello scambio ionico, indotta dalla prolungata ipercapnia (Lambertsen). Abbiamo visto quindi, che in condizioni iperbariche, l’Hb ritorna al sistema venoso ancora satura di O2. Ciò porta ad una riduzione di drenaggio della CO2 da parte dell’Hb (emoglobina). Nel cervello, quando l’Hb del sangue venoso di ritorno è satura con l’O2, la Pp della CO2, nello stesso sangue venoso è aumentata di circa 7.5 mBars  (Oriani).
Naturalmente questa CO2 che si accumula nel SNC (sistema nervoso centrale) produce un abbassamento del pH intra ed extracellulare.
Da recenti ricerche (Takmakov – Alexandrov – Palazzo) sembra che un ruolo rilevante sia dovuto all’aumento di H+ (Hidrogenioni: ione idrogeno) nel contesto del SNC. Infatti gli H+ non passando attraverso la barriera ematoencefalica in associazione alle potenziali implicazioni vasomotorie indotte dalla CO2 possono trovare giustificazione nella RRHS (Reversed Robin Hood Syndrome).
Oxygen Pete

 

 

 

 

 

 

Tornando al sub che è ormai sopravvissuto alla CO2 HIT dobbiamo rilevare che nel suo organismo ormai abbiamo una situazione dove oltre ad un livello alto di O2 si è raggiunto anche un alto livello di CO2.    La vasodilatazione periferica specie a livello del SNC (sistema nervoso centrale) apre le porte all’iperossia e quindi, come ormai professano da anni i ricercatori israeliani, la tossicità al SNC è funzione della CO2. Durante la seconda guerra mondiale molti subacquei che utilizzavano l’ARO hanno sperimentato sulla propria pelle le conseguenze dell’iperossia tanto da idealizzare un ipotetico mostro mitologico. 

Precedentemente ho ricordato l’effetto Haldane , quindi ora non posso esimermi di fare altrettanto con l’effetto Bohr.
Le variazioni di affinità dell’Hb per l’O2 sono determinate da variazioni di pCO2 e di pH e sono alla base dell’effetto Bohr che ha conseguenze sia sull’assunzione di O2 a livello polmonare, che sulla sua cessione a livello tissutale.
– A livello polmonare, l’assunzione di O2 è favorita dalla contemporanea eliminazione di CO2
– A livello tissutale, la cessione di O2 è favorita dalla contemporanea assunzione di CO2
La tossicità dell’ossigeno si estrinseca attraverso la produzione di radicali liberi, sebbene l’esatto meccanismo non sia stato ancora ben capito.
Studi effettuati su centinaia di subacquei dimostrano che è spesso impossibile identificarei segni dell’instaurarsi dell’avvelenamento da O2 del SNC.
E anche quando le convulsioni sono precedute da un’aura, di solito l’attacco convulsivo avviene in tempi immediatamente successivi, tali da non permettere al sub di prendere provvedimenti.
L’input visivo è estremamente importante. Al buio i tempi di convulsione sono più corti nei topi (Bittermann).
Input sonori aumentano la latenza del FED (First Electrical Discharge).    Utilizzando miscele respiratorie gli attacchi convulsivi avvengono a PPO2 minori rispetto alla respirazione di solo O2. Lamphier sostiene che dipenda da un aumentato WOB che fa aumentare la CO2 che potenzia la tossicità grazie ad un maggior flusso ematico cerebrale.
La Swedish Defence Research Agency (2007) durante esperimenti condotti su gruppi di capre per sperimentare submarine escape da 240 mt. ha evidenziato il ruolo determinante della CO2 nello scatenare attacchi convulsivi.
Le ricerche di Natoli e Vann testimoniano che gli individui più proni alla tossicità al SNC sono coloro che hanno una minore risposta ventilatoria allo stimolo della CO2 confermando i precedenti studi di Lamphier. Hanno inoltre evidenziato che l’immersione della faccia provoca un aumento del volume sanguigno cerebrovascolare.
In pratica va evitato come la peste ciò che consigliava Bret Gilliam in base alle osservazioni di Hickey sul “riflesso mammale”.                         Va sicuramente bene per i mammiferi marini e per gli apneisti ma di certo non per i rebreatheristi!    Gilliam,Watson e Exley immergevano la loro testa senza maschera e senza cappuccio per 5 minuti al fine di stimolare il diving reflex: pulsazioni ridotte (12-15/min), ritmo respiratorio rallentato (2 atti/min.), minori consumi di gas e migliore coordinazione in profondità.    In Deep Diving, Gilliam, entusiasta di quanto sopra scritto, conclude però che il fenomeno andrebbe meglio analizzato dalle autorità scientifiche!
Se questo auspicio si fosse realizzato forse oggi conteremo qualche vittima in meno!
Non va dimenticato il ruolo delle “heat shock proteins” (HSP) che sembra svolgano un ruolo importante in quello che appare essere una sorta di mitridatismo all’iperossia un tempo inopinato. (Arieli)
Le attuali ricerche confermano che esiste una heat acclimatation memory, ovvero un individuo già precedentemente esposto necessita solamente di 2 gg.per “riattivare” le HSP contro 30 gg. di un novizio (Tetievsy) – Royal Navy (K. Donaldson)

Vi è una grande variazione individuale nella sensibilità e nel tempo di insorgenza di sintomi. Questa è quella che viene definita come “tolleranza all’ossigeno”.
Rispetto alle esposizioni a secco, durante l’immersione diminuisce molto la tolleranza all’ossigeno, diminuendo i tempi di esposizione fino a un fattore di quattro o cinque.
I medici iperbarici sostengono che in decenni di professione hanno visto pochi soggetti andare in convulsione all’interno delle loro camere alimentando così la convinzione che 1.6 sia un limite estremamente conservativo!   L’esercizio riduce molto la tolleranza all’ossigeno.

 

 

 

 

 

Immersioni in acque molto fredde (<49 ° F / 9 ° C) o molto calde (> 88 ° F / 31 ° C) sembrano diminuire la tolleranza all’ossigeno.
Una ricerca condotta presso la Navy Experimental Diving Unit (NEDU) nel 1986 ha specificamente esaminato come esposizioni di breve durata a pressioni parziali di ossigeno di 2.0 ATA o maggiori avrebbero un impatto sul tempo complessivo di tolleranza all’esposizione a 6 metri riducendolo in modo sostanziale.
Questo giustifica casi come quello accaduto ad un tekky sul Lusitania che ha avuto convulsioni a 6 metri a fine immersione (Thalmann) Da anni una serie di ricercatori si sono avvicendati a testimoniare l’importanza degli air breaks durante la somministrazione di ossigeno iperbarico. ( Clark – Lambertsen- Hampson – Atik -Davis – Zwart-Harabin ).
Di recente (Clark) ha evidenziato l’importanza di estendere i 5 min di ipoxy breaks a 10 min. In ultima analisi ciò che distingue il CA dal rebreather (eCCR) è appunto la dinamicità di quest’ultimo di mantenere una costante (spesso troppo alta) PPO2.
Tralasciando tutta una lunga serie di considerazioni elettriche ed elettroniche riguardo i sensori di ossigeno, oggetti da 2 euro nati per altre applicazioni e che sono in definitiva la vera anima di macchine che costano diverse migliaia di euro, si può facilmente intuire che ci possono essere diverse fasi dove si va oltre il SP.
Al contrario del CA, dove nei vari cambi gas, ci sono enormi fluttuazioni della PPO2 verso il basso, in un buon eCCR non si verificano se non verso l’alto.
In caso di momentanei superamenti dei limiti fisiologici della tossicità il CA permette ai sistemi biochimici del nostro organismo di tamponare.    L’eCCR non ci regala nessuna opportunità se non adeguatamente istruito (ingannato!).
È interessante ricordare all’ormai esausto lettore che esistono una lunga serie di fenomeni ancora controversi e scarsamente studiati come l’Off Oxygen Effect (OOE).
Questo è quanto si può leggere anche semplicemente gironzolando su internet: The “off oxygen effect” is a hazard encountered by technical divers performing deep dives and travel gases. The off oxygen effect happens when a diver breathing a high oxygen mix (usually travel gas) reaches the MOD for that mix, switches to bottom mix and keeps descending at a fast rate. This means that the high oxygen mix did not have enough time to be flushed away by the bottom mix and thus the body is still exposed to it. In turn, partial pressures of oxygen are elevated beyond maximum limits and a CNS hit may occur.

Secondo altri si verifica anche dopo cessazione improvvisa della respirazione di miscele con alte PPO2 a miscele con PPO2 molto più basse come ad esempio un bailout o semplicemente il raggiungimento della superficie dai 6mt.(punto 2 del “Quadruple Whammy” di R. Pyle).   Per quale motivo spingo sul SP dell’ossigeno? Per accelerare la DECO e uscire prima dall’acqua! Se proprio voglio accelerare è preferibile una preossigenazione a 6 mt mentre faccio il bubble check e mi controllo scetticamente la linearità di risposta delle sonde.
10 minuti prima in talune circostanze mi valgono 30 dopo.
Quanto sopra a dimostrazione di innumerevoli e ancora poco studiati meccanismi fisiologici e biochimici con cui l’organismo umano non ha potuto confrontarsi e subire un’adeguata selezione evolutiva in quanto solo da pochissimo si è dovuto relazionare con ambienti iperbarici: l’Homo aquaticus è ancora lontano e il sub attuale non si illuda nell’idealizzare il rebreather che ha sulle spalle al pari del tappeto volante di Aladino!
La conclusione è che il modello di rebreather è importante come lo sono i sistemi di bailout, tutti i what-if e le attitudini del subacqueo; ma, sfortunatamente, non contano nulla una volta che lo stesso perde coscienza là sotto!
P.S. Ciò che ho scritto ha la pretesa di essere motivo di stimolo per le autorità scientifiche che dovrebbero comunicare ai sub le loro conoscenze, affinchè si riesca a stilare anche per i rebreather un Blueprint for Suvival di Exleyana memoria.

(N.d.r.) chi tiene alla sua vita certamente prenderà in seria considerazione ciò che il “dottor Deep” ha voluto comunicarci. È fuori discussione che il SP (set point) di 1,3 della pPO2 comunemente usato dai subacquei sportivi per abbreviare la decompressione è un’abitudine insana che comporta enormi rischi. Sarebbe dunque consigliabile seguire la indicazioni dei militari che utilizzano una pPO2 di 0,7 – 0,9 allungando la decompressione. In sostanza l’errore in cui incorrono maggiormente gli utilizzatori di rebreather è quello di pensare al reb come a un metodo per accorciare la decompressione. Dottor Deep ci ha anche spiegato che il problema non è solo generato o generabile dal rebreather, ma dal rapporto uomo/rebreather, infatti pur funzionando in modo corretto il reb, il subacqueo può andare in crisi per suoi motivi fisiologici e morire, dopo aver perso conoscenza. Meditate, rebreatheristi, meditate e prendete queste pagine come oro colato. Ben difficilmente troverete altri disposti a spendere tutto il tempo che lo scrivente e il dott. Deep hanno speso per voi e nel vostro esclusivo interesse.

il direttore

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SUB MUORE AL GARDA IL CORPO A – 80 METRI

Un sommozzatore di 55 anni, ucraino ma da molti anni residente a Castelmella, in provincia di Brescia, è morto domenica mattina (6 marzo 2016) nelle acque del Garda, al largo di Campione, sulla sponda bresciana del lago, a ridosso del confine con il Trentino. L’uomo si era immerso con un amico a picco della parete nord, per raggiungere il relitto di una macchina a 70 metri di profondità. Una volta raggiunto l’obiettivo, il 55enne ha avuto delle convulsioni: l’amico ha cercato di riportarlo in superficie, ma ogni tentativo è risultato vano.

Sub scompare durante l'immersione nel lago di Garda, il corpo a 80 metri di profondità

il direttore

HAVEN – DUE MORTI E UN FERITO GRAVE

Schermata 2016-03-01 alle 21.04.29

R.It di Genova
di STEFANO ORIGONE

Tragedia in mare stamani a Genova, sulla verticale del relitto della petroliera Haven, meta di turismo subacqueo. Due sub olandesi sono deceduti, un terzo è stato salvato e ricoverato all’ospedale San Martino di Genova dopo il trasporto in elicottero.
Appena un mese fa un altro sub era deceduto in circostanze analoghe.
L’incidente è avvenuto durante Un’immersione sul relitto della petroliera Haven al largo di Arenzano, in provincia di Genova. Secondo i primi accertamenti, sarebbero stati colpiti da un malore da decompressione ma sarà l’autopsia a stabilire con esattezza le cause del decesso. Anche un terzo sub è stato colto da un leggero malore ma le sue condizioni non sarebbero gravi.
A dare l’allarme, intorno alle 10, sono stati alcuni compagni di immersione. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco, militari della capitaneria di porto e sanitari del 118.
Le condizioni di uno dei tre sub sono apparse subito disperate e a nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo. Gli altr due sono stati invece trasportati in elicottero all’ospedale san martino di Genova, dove uno è morto poco dopo il ricovero.
Il pm Marcello Maresca ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, al momento contro ignoti. Il magistrato ha disposto il sequestro delle bombole e delle attrezzature. Gli uomini della capitaneria di porto stanno interrogando gli altri compagni di immersione e il personale a bordo dei due diving che stavano accompagnando i sub

Io l’avevo detto e scritto: questa volta non ci sono dubbi usavano il rebreather, ho visto recuperare le attrezzature in televisione al telegiornale
il direttore