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ARDETECÈ LI’ CANNELICCHIÈ!

 

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 Sopra, ENSIS SILIQUA MINOR
Cultellide dalla conchiglia liscia e arcuata, ha un periostraco sottile. Vive su fondali sabbiosi. Dimensioni di 13cm. Poco comune.

Oramai, girando per le città gli sguardi non possono fare a meno di osservare muri, case, monumenti, mezzi pubblici e quant’altro, letteralmente imbrattati di scritte e disegni vari, fatti generalmente con vernici a spruzzo contenute in bombolette che, decisamente fastidiosi, deturpano il paesaggio urbano.
Molto spesso il contenuto di questi “graffiti” hanno dei significati conosciuto per lo più solamente ai loro anonimi autori. Altre volte la maleducazione la fa da padrona. In certi casi, rari, s’intravede una qualche forma di comunicazione.
Approfittando di un tiepido primo pomeriggio dell’ottobre dell’anno scorso, mentre facevo una passeggiata in bicicletta sul lungomare della mia città, Pescara, fui colpito da una delle tante scritte spry che sporcavano il muretto di separazione tra il battuto in mattoncini della passeggiata, dall’arenile.
Mi fermai e lessi le grandi lettere rosse con i bordi poco netti ed un po’ sfumati a causa della vernice vaporizzata sotto pressione.
In dialetto pescarese dicevano:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
In italiano: RIDATECI I CANNELICCHI !
La vista di questa scritta, ai più apparentemente banale o, forse, simpatica, suscitò in me una serie di ricordi oramai riavvolti dallo scorrer del tempo, ed ora, così, d’improvviso, srotolati e leggibili.
“Cannelicchio” è il nome comune di un caratteristico bivalve dalla forma di rettangolo molto allungato, che misura, più o meno, una decina di centimetri, che vive conficatto nella sabbia.
Il cannelicchio era l’universo di noi ragazzini pescaresi non ancora adolescenti. Esso rappresentava l’ambita preda di lunghe giornate di pesca, passate a mollo nell’acqua per ore ed ore!

Denominazione scientifica e habitat: Il cannelicchio (Solen Marginatus – seguendo la catalogazione di Pannant – o Ensis Siliqua – secondo quella di Linneo –) è un bivalve dalla caratteristica forma oblunga simile ad un coltello (altro nome con cui viene riconosciuto regionalmente).
Il corpo è caratterizzato da una conchiglia morbida, allungata e molto liscia, di colore che cambia a seconda dell’età del soggetto e del fondo in cui si riproduce, la sua lunghezza può raggiungere i 15-20 cm negli esemplari più adulti.

La caccia, certo, non era delle più semplici. Il mollusco, come dicevo prima, vive completamente conficcato nella sabbia in posizione ritta. Nella sua parte inferiore c’è la lingua, così noi la chiamavamo, un’appendice muscolosa carnosa infilata nella rena che contraendosi di colpo fa scivolare il corpo del mollusco coperto dalle sue valve geometriche sotto terra quando l’animale si senta minacciato dall’alto. Sull’altra estremità, quella che si trova a livello della rena, ci sono due buchi: uno è un sifone che pompa acqua, e quindi nutrimento all’interno dell’organismo, e l’altro un sensore di onde di pressione, praticamente un orecchio.   Noi, all’epoca, questi due buchini un po’ asimmetrici tra loro in quanto a grandezza, erroneamente, li chiamavamo “occhi”.
Le nostre conoscenza in materia, d’altronde, non erano scientifiche, ma basate solamente sull’antica tradizione tramandata oralmente da generazioni e generazioni d’accaniti pescatori che ci avevano preceduti nel tempo! Il fatto di chiamarli occhi, però, aveva una sua ragione, stabilita dalla diretta osservazione dell’animale e del suo comportamento. I due buchi radenti la sabbia del fondo, visti dall’alto, con la maschera sul viso e con i raggi del sole che entravano in acqua un po’ inclinati, riflettevano con un barlume similmente a due veri occhi. Quando poi ci si avvicinava all’animale, “lui”, siccome ci aveva visto, questo era il ragionamento, se la svignava sottoterra. Lui, invece, ci sentiva arrivare.
La prima regola che il pescatore doveva imparare, era, innanzi tutto, quella di saper riconoscere i famosi (per noi) due buchini. Anche altri mollusci che vivono nella terra, come vongole e telline, hanno comunque sempre i due occhi, e spesso il “pivolo” della “banda di fratelli” prendeva fischi per fiaschi scambiando le tracce superficiali delle statiche ed inermi vongole per i buchi degl’infidi e sfuggentissimi cannelicchi. Poveretto il pivolo della cricca: l’onta che doveva subire passava attraverso le beffarde parole dei “nonni” che con lazzi e prese per il culo, schernivano il malcapitato. Questa è stata la dura gavetta dalla quale siamo passati inesorabilmente tutti noi cacciatori di canelicchi!
La seconda regola da apprendere, avidamente ascoltata dai poveri tartassati pivolini, era quella d’ingaggio con il nemico e preda giurata! Gli anziani della tribù dicevano che l’avvicinamento dovevave essere effettuato lentamente e mai direttamente sulla verticale dell’essere pena la fuga dell’animaletto, sempre perchè ci aveva…visto!
“Acquisito” il bersaglio, e qua veniva il tosto, silenziosamente senza far rumore e schizzi con i piedi palmati di gomma, bisognava scivolare sott’acqua in diagonale rispetto all’ignaro, con il braccio disteso e le dita della mano unite a mo’ di paletta, con rapida mossa inchiodare con i polpastrelli il corpo calcareo contro la sabbia, che per il malcapitato si trasformava così da sicuro rifugio in inesorabile trappola mortale!
Questa era la teoria: perfetta, lineare, semplice, come tutte le teorie!
Nella realtà, prima di divenire abili pescatori di cannelicchi, si doveva passare attraverso un tirocinio fatto di polpastrelli delle dita dolorosamente tagliati dagli affilati bordi superiori dei duri gusci, un’infinita serie di tuffi infruttuosi, avvicinamenti perfetti seguiti poi da rapidi guizzi sfocianti con un semplice sbuffo di sabbia e basta tra le mani, o al massimo una grande vongola. A quei tempi, insomma, non ci furono mai parole più vere dell’antico proverbio che dice che “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.
Arrivò, prima o poi per tutti, finalmente il Grande Giorno, quello della prima cattura…
Uh, eccoli lì gli occhietti, uno un po’ più piccolo dell’altro con i bordi un po’ sfrangiati (come da manuale!), rimasero al loro posto (per fortuna!).
Scivolai sotto con il corpo, già infreddolito dalla mia estrema magrezza dell’epoca accopiata alla lunga permanenza in acqua solo con mutandine da bagno.
“IL BRACCIO TESO E LE DITA UNITE”, le sacre parole dei saggi erano marcate a lettere di fuoco dentro la mia mente, ed ora le vedevo sfolgoraranti più che mai! Ora, o meglio allora, o mai più!
Deciso diedi un rapido colpo di pinne e di reni, rapido infilai la mano nella sabbia, e… VVVAIII! Lo bloccai là!
Impotente il “mollusco” non poteva muoversi di un sol millimetro, appiccicato al muro di sabbia! Velocemente, con il pollice della stessa mano, completai la presa del cannellicchio dall’altro lato del suo corpo.
Arrivò la parte finale, quella più delicata, quella che se sbagliata vanificava tutto il ben fatto fin’allora!
E’ incredibile che un esserino così piccolo, però conficcato nel suo elemento, possa avere tanta forza.
Da una parte tiravo io verso l’alto, mai a strappi però. Dall’altra lui in direzione opposta facendo una fiera resistenza con la lingua che cercava di conficcarsi sempre più a fondo per guadagnar millimetri vitali.br> Io non mollai, e poco per volta iniziai a sentire che le sue forze venivano meno.
Feci piano, anzi pianissimo, e finalmente sfilai del tutto il corpo del poverello, stremato dallo sforzo, con la lingua penzoloni!
La lingua!
Un cannelicchio senza la lingua è come un panino senza del buon ed abbondante prosciutto dentro!
Semisfiatato dalla lunga apnea, balzai così su all’aria, con il condannato stretto nella mano!
Che soddisfazione!
Il cerchio si chiudeva per aprire un lungo periodo di caccia con lo scopo di non fare prigionieri!
Allora con gli altri amici cacciatori, nascevano amicizie, coalizioni, partnership, che però potevano di colpo svanire come nebbia al sole quando, uno della “banda di fratelli” acchiappava più cannelicchi degli altri temporanei soci. Le gelosie territoriali, retaggi ancestrali neanche poi tanto lontani dei nostri antenati che campavano sopra i rami degli alberi, esplodevano con tonanti parole dai contenuti decisamente poco…urbani, e non era raro, anzi, che i contendenti venissero alle mani!
Con l’affinarsi della tecnica di cattura li andavamo a pescare in acque sempre più fonde, dove per logica selezione non naturale, ma stabilta da NOI, rimanevano solo quelli più grandi e difficili da prendere.
I cannelicchi li mangiavamo crudi con un pizzico di limone, gratinati, in una delicattissima e squisita salsa bianca con gli spaghetti. I cannolicchi li vendevamo ai ristoranti che li pagavano profumatamente.
I cannelicchi, il mare, erano il centro del nostro universo. Un inverno tutta la costa abruzzese fu colpita da forti mareggiate che divorarono decine e decine di metri del bell’arenile che corre per chilometri dalle nostre parti. L’acqua arrivò fin sull’asfalto della strada, diversi stabilimenti balneari crollarono, inesorabilmente minati dall’erosione attorno alle loro fondamenta.
Le amministrazioni dovettero per forza di cose correre ai ripari per salvaguardare la costa sabbiosa ed i proventi che arrivavano dai villeggianti che venivano a godersi queste belle spiaggie, e così furono posizionate delle scogliere artificiali frangiflutti a mitizzare la forza del mare durante le forti buriane di grecale, il vento dominante di queste parti. Per noi, abituati a vedere il mare libero fino all’orizzonte, questa nuova prospettiva ci sembrò un po’ strana, poi, come solitamente succede, con il tempo ci facemmo l’abitudine, e gli “scogli” divennero parte del nostro piccolo mondo di divertimento.
“ENSIS SILIQUA MINOR” e “SOLEN MARGINATUS”, sono i pomposi e quasi intimorenti nomi scientifici delle specie di cannelicchi che lungamente abbiamo pescato.
Il primo, molto comune, con il guscio di calcare un po’ più fragile rispetto al secondo che era preda un po’ più rara da trovare, ambedue, però, avevano bisogno di un sedimento sabbioso con una granulometria non troppo fine. Con il posizionamento delle nuove barriere artificiali di protezione della costa, di conseguenza s’è modificata la morfologia del fondale, ossia i normali spostamenti della sabbia sott’acqua, causata dal movimento di onde e correnti, similmente come avviene quando si spostano le dune del deserto a causa del vento, ha portato delle nuove masse di sabbia con granulometria molto più fine sotto costa, decretando, per così dire, la scomparsa dei canelicchi che non avevano più la loro terra per attecchire. Almeno questa è stata la spiegazione che un amico, esperto malacologo, mi ha dato. Ora, che la causa sia stata questa, o ci siano state delle altre concause, questo non lo so.
Di una cosa son certo, però, che i cannelicchi non ci sono più.
Nell’ottica di una giusta ripulita della città, sono state cancellate tante scritte sui muri, e con un pizzico di rimpianto e nostalgia, per me, è scomparsa anche quella che diceva:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
la cui vista, per qualche momento, mi ha fatto ripercorrere il bellissimo periodo dell’infanzia spensierata.

Murena alias MARCHIONNI GIACINTO

Ecco quello che intendevo per “operazione Washington post”, ogni lettore di edicolamarescoop, può diventare reporter, regalando la sua esperienza a tutti noi. Nel mare c’è sempre da imparare. Bravissimo Giacinto…
il direttore

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CHE COSA È ? – SCRIVILO TU

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sopra: il lungo tentacolo nero. Quella fotografata è una forma di vita vegetale o animale e come si riproduce? Qual’è il suo nome scientifico, quale il suo sesso? Parlateci di questo animale o vegetale nei commenti all’articolo
Stanco di vedere una subacquea alla deriva, che si avvicina sempre più all’abisso della mancanza di possibilità economiche e di motivazioni, relegata all’andare sott’acqua per leggere monitor di computer e profondimetri, tabelle di decompressione, aria, elio, nitrox, O2 eccetera, ritengo che sia il caso di ritornare alle origini.
Perché c’immergiamo?
Viviamo in una società dove la macchina (automobile) ha assunto un ruolo anomalo. Non serve più per andare da “A” a “B”, ma sono i punti A e B che servono per andare in macchina, poiché è la macchina e la giustificazione del suo uso, il motivo del nostro uscire di casa.
Allora perché andiamo sott’acqua, per guardare un monitor, per sapere che profondità abbiamo raggiunto?
Il mare, il lago, il fiume, sono uno spettacolare mondo biologico. Completamente diverso da quello dove viviamo quotidianamente. Il mare in particolare è una stupenda enciclopedia, un libro meraviglioso che dobbiamo imparare a sfogliare e a comprendere.
Questo articolo è la prima puntata di un gioco: io metto la foto e voi vi divertite ad identificare l’animale e/o il vegetale e a portare il maggior numero d’informazioni su di esso. L’obiettivo è quello di cominciare a capire che cosa stiamo guardando fra una sbirciata e l’altra del computer. Ogni volta ci sarà un vincitore, che non vincerà né soldi né oggetti ma la gloria di aver portato a tutti una ricchezza: la conoscenza.
Buon divertimento
il direttore

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NITROGEN – UN ALTRO ARTICOLO SENZA DATA

L’ARTICOLO CHE VEDETE QUI DI SEGUITO FU PUBBLICATO DA NOI DI MARESCOOP NEL 2007, MA FACEVA SEGUITO AD UN ALTRO ARTICOLO “LA PILLOLA DELLA DECOMPRESSIONE” N. 253 DEL 2005, PUBBLICATO FRA LE RISATE GENERALI DEI NOSTRI DELATORI. QUESTO SOLO PER DIRE CHE MARESCOOP CINQUE ANNI FA PUBBLICAVA CIO’ CHE OGGI STA SULLA BOCCA DI TANTI COME FOSSE UNA NOVITA’
il direttore
UNA VITAMINA POTREBBE RISOLVERE I PROBLEMI DELLA DECOMPRESSIONE?
una delle tante confezioni della vitamina B6, in questa ci sono addirittura tutti gli ingredienti per sollecitare la produzione di ossido nitrico

GLI ANTEFATTI:
tutto comincia durante un salvataggio di equipaggio di sottomarino della NATO posato sul fondo, il problema più grosso che si presenta in casi come questi è normalmente quello della saturazione: quando un sottomarino affonda, l’interno si pressurizza ad una pressione leggermente superiore a quella della superficie ed i soccorsi, bene che vada arrivano con un ritardo di due o tre giorni.
Il problema non è tanto come riportarli in superficie, ma come fare a decomprimerli. Per semplicità diciamo che i gruppi da portare in superficie sono due, uno è rimasto alla pressione di 1,6 – 1,8 BAR ed ha respirato aria, l’altro alla medesima pressione, poco prima del recupero con il ritorno in superficie ha respirato per breve tempo ossigeno puro. In superficie il primo gruppo viene stroncato dall’embolia, il secondo no! Ci si interroga sul perché, apparentemente non ha senso, perché ambedue i gruppi erano saturi alla medesima profondità.
S’incomincia a sospettare che esistano nel corpo umano meccanismi non ancora compresi. Nasce la teoria dell’HBO2, la preossigenazione prima dell’immersione, ne parliamo circa due anni fa, facendo ridere i soliti quattro beoti, che pur leggendo l’articolo non capiscono nulla e continuano a credere che sia il medesimo caso degli aviatori della seconda guerra mondiale.
Non è così.

IL CASO NEL CASO
Nello stesso periodo, per errore e sempre in ambito NATO, una provetta di sangue in saturazione a 300 metri, viene portata a pressione ambiente in un istante; ci si aspetta una reazione violenta con bolle a profusione, non succede nulla. Perché? Perché una provetta di vetro non contiene i micronuclei gassossi che nel 1980 erano già stati oggetto di ricerca: -“ Che questi micronuclei fossero la causa innescante della formazione di bolle con risultati a volte catastrofici nei subacquei dopo un’immersione, lo aveva già dimostrato Vann nel 1980, sottoponendo le cavie ad un trattamento ad altissima pressione prima dell’immersione, che aveva lo scopo di rompere i micronuclei che aderivano al tessuto endoteliale, con dei risultati significativi, ma senza indicare un metodo pratico per eliminare gli stessi – vedi marescoop – art.n.253 del 10 luglio 2005”

DAL DUBBIO ALLA CONSTATAZIONE
Circa un anno e mezzo fa presentiamo gli studi di AlfO Brubakk, un medico norvegese che studia il comportamento del corpo umano in determinate condizioni, tramite le solite piccole cavie: i ratti.
Brubakk si muove in due direzioni quella della ginnastica preventiva e quella della somministrazione di ossido nitrico.
Scopre che se un gruppo di subacquei (non ratti) si prodiga in una ginnastica aerobica estrema, sollecitando le proprie capacità fisiche fino al 90% (praticamente al massimo) dopo 20-24 ore immergendosi produce molte meno bolle del gruppo che la ginnastica non l’ha fatta.
Scopre anche che l’intervallo delle 20-24 ore è importante quanto la ginnastica stessa. Le cavie in laboratorio danno gli stessi risultati. Analogie anche superiori, vengono ottenute somministrando ai ratti ossido nitrico 30 minuti prima dell’immersione. L’NO (Nytrogen Oxide) favorisce la circolazione, dilata le vene e spazza via dal tessuto endoteliale i famigerati micronuclei, responsabili della formazione delle bolle. Ci viene in mente che il popolare “viagra” si basa proprio sulla somministrazione di ossido nitrico, ma anche la nitroglicerina che si mettono sotto la lingua i soggetti che soffrono di angina pectoris. Pubblichiamo l’articolo n. 253 di marescoop il 10 luglio 2005.

TROVATO PER CASO
Circa un anno e mezzo dopo riprendiamo le ricerche per vedere se Brubakk ha fatto dei passi avanti.
Il dubbio che nel corpo umano esistano dei meccanismi che giocano un ruolo estremamente importante se sollecitati nel modo giusto, prende corpo. Brubakk si tiene aperte tutte le porte ed ipotizza che la MDD sia conseguenza di problemi biochimici invece che biofisici come si è sempre pensato. La differenza fra le due definizioni è abissale, poiché se diamo per scontato che sia un problema biochimico e scopriamo qual è l’igrediente che sollecita la produzione di ossido nitrico nel sangue abbiamo fatto “goal”. Fermo restando che alla fine potrebbero essere addirittura più di uno e tutti con le stesse funzioni.
Mentre facciamo le ricerche sul nostro computer arriva una bordata di pubblicità con tante pillole differenti per combattere l’impotenza, nell’elenco dello spamming troviamo un titolo interessante: “una pillola per combattere l’impotenza a base naturale”. La frase a base naturale ci colpisce. Entriamo nel sito di chi vorrebbe venderci quelle pillole, e scopriamo che proprio perché composte da elementi naturali, non hanno controindicazioni e non necessitano di ricetta medica.
In alto sulla pagina elettronica, come a “marescoop”, ci sono da scegliere diverse opzioni. Entriamo nel settore “la composizione” e qui troviamo la formulazione delle pillole ovviamente senza le percentuali. I vari componenti sono elencati ed accanto ad ognuno leggiamo la spiegazione sulle funzioni svolge.
Scorrendo i vari componenti ci imbattiamo in una vitamina, per la precisione la vitamina B6, anzi viene definita la versatile vitamina B6. A fianco della vitamina B6 leggiamo: “La versatile Vitamina B6 aiuta con gli enzimi la sintesi amino acida e la formazione di ossido nitrico. Pulisce le arterie, e le dilata per un maggior volume di sangue durante l’eccitamento. Migliora anche l’umore tramite i neuro trasmettitori…”. Sotto un altro componente che conosciamo già per aver pubblicato la formula di AlfO Brubakk: l’Arginina: “Aiuta la formazione di ossido nitrico per una erezione più intensa e turgida e migliora la circolazione per una maggiore sensibilità…”.
La nostra attenzione si concentra sulla vitamina B6, non ne abbiamo mai sentito parlare in questi termini, ci sembra una novità interessante ma è davvero una novità?

LA VERIFICA
Serve una prima verifica e la facciamo in una farmacia bene attrezzata e piena di gente. Dopo una lunga attesa con un numero in mano è il nostro turno. Presentazioni, eccetera e poi la domanda: “dottoressa, ha mai sentito parlare di vitamina B6 come una sostanza che aiuta con gli enzimi la sintesi amino acida e la formazione di ossido nitrico?” – mai sentito nulla del genere- esclama la farmacista e per maggior sicurezza chiede a conferma alle sue colleghe, sono ben quattro laureate in farmacia. Nessuna sa niente del genere.
Allora poniamo la seconda domanda:”esiste un prodotto in farmacia a base esclusivamente di vitamina B6,?” – ci pensa, consulta il computer poi esclama: “si, il BENADON – 300 mg – 6,65 Euro 12 pillole” e lo sfila dallo scaffale. Poniamo allora l’ultima delle domande per evitare una coltellata da chi è dietro di noi in coda da alcuni interminabili minuti…”dottoressa, qual è la dose massima di vitamina B6 che può ingurgitare un uomo in un giorno, senza rischiare nulla?” – C’è l’ha davanti – risponde – una di queste pillole, 300 mg, legga c’è anche scritto sul foglio illustrativo.
Usciamo nel sole soddisfatti, ora abbiamo una pillola naturale che non presenta alcun pericolo ed è già dosata per durare 24 ore. Manca l’ultima verifica, la presentazione del lavoro fatto al prof. Faralli.
Sicuramente lì “casca l’asino” pensiamo. Fabio si farà una bella risata ed il nostro castello di carte andrà in pezzi.

FINALE A SORPRESA
Due settimane è il tempo che impieghiamo a combinare un incontro con il prof. Fabio Faralli e finalmente siamo seduti innanzi a lui, impegnati ad illustrare in modo molto sintetico il lavoro svolto fino a quel momento. L’amico di tanti anni e tante discussioni ci guarda flemmaticamente, non è certo il tipo che salta sui tavoli o si fa prendere dall’entusiasmo, ma al fondo dei suoi occhi brilla una luce d’interesse. Al termine gli domando:” è una novità anche per te?” – francamente si, mi risponde, e aggiunge – interessante, ti prometto che faccio una ricerca approfondita sull’argomento e poi bisognerà fare delle prove, non posso certo usare l’impianto iperbarico…Che importanza ha, – gli rispondo –prendiamo “Fuga” la mia barca, andiamo al largo e le prove le facciamo in mare – ma tu sei solo un caso – te ne trovo quanti ne vuoi che producono bolle ad ogni immersione e tutti saranno ben contenti di fare da cavie…– Ci lasciamo così, con una promessa ad approfondire. Il prof. sale sul suo scooter e si cala in testa un casco che ricorda i cavalieri medievali, poi abbassa la celata. Due battute sull’origine del saluto militare e poi lo guardo scomparire nel traffico.
Robe da pazzi – penso – invece di ridere e smorzare il mio entusiasmo mi ha promesso di andare in fondo all’argomento, possibile che io abbia messo le mani sull’uovo di colombo della medicina iperbarica?

CONCLUSIONI

Mentre la medicina ufficiale fa le sue ricerche e mentre portiamo avanti insieme i necessari test, chi c’impedisce di portare avanti una nostra sperimentazione? Chi c’impedisce di riunire i grandi formatori di “silent” bubbole fra i nostri lettori e fargli ingurgitare una pillola di vitamina B6 un’ora prima dell’immersione? Lancio qui un appello per tutti coloro fra i nostri lettori che al termine delle immersioni impegnative hanno problemi di macchie pruriginose e color vino, disturbi visivi, inappetenza, depressione.
Cerchiamo di creare un parco cavie e di lavorarci sopra. Non ci sono rischi e nemmeno costi proibitivi. Trasformiamoci per una volta nell’avanguardia della medicina iperbarica, perché la nostra sensazione è che questa volta all’avanguardia ci siamo davvero. Certo, toccherà scoprire quantità, risultati eccetera, ma se solo si riducessero quelle benedette bolle, avremmo fatto un primo passo importante verso immersioni sportive più sicure.
Marcello Toja

Copyright “marescoop” 2007 – e severamente vietato copiare tutto o parte del testo al di fuori dell’uso personale e pubblicarlo su altri siti, forum o supporti cartacei. E’ possibile la pubblicazione della notizia trattata con parole proprie, ma in tal caso è di rigore la citazione della fonte e dell’autore.
Qualunque trasgressione a quanto sopraccitato sarà da noi considerato un illecito e perseguito.

 

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PIPPO AMA I RIGATONI ALLA BOLOGNESE

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stanotte ha piovuto, niente acciughe, nemmeno nel freezer… beh però ci sono i rigatoni alla bolognese! Socmel ben in ponta! Ci sarebbe anche un bicchierino di Lambrusco? Ma di quel bel nero, non scherziamo sul lambrusco!
Il nostro Pippo, questa mattina aveva fame, nonostante le oltre 40 acciughe ingoiate ieri. Continuava a volare intorno alla barca per farmi capire che “aveva fame”.
Ho provato ad aprirgli una scatoletta di Simmenthal, sperando che gli piacesse. L’ha assaggiata come fa con tutte le cose che gli propongo, mi ha guardato con una espressione triste, tipo “ma che cacchio mi fai mangiare?”, Preso dalla disperazione o pensato che potesse preferire le penne alla bolognese, cucinate da Elba, ne ho prese una diecina e le ho portate sul ponte.
Pippo ne ha assaggiata una e la trovata fantastica. Rigatoni alla bolognese una vera squisitezza.

Vedere un gabbiano che mangia i rigatoni con una tale ingordigia è quasi impensabile, ma vale la regola che i gabbiani sono onnivori.
Insomma, la pensata ha avuto successo, Pippo si è mangiato un piatto di rigatoni alla bolognese, quando ha finito ha emesso un sonoro ruttino guardandosi intorno per cercare la bottiglia di Lambrusco. Purtroppo il poco che c’era me lo ero già bevuto io, così sarà per la prossima volta.
Da notare che è sporco di sugo, sul becco, sul collo, e all’attaccatura delle zampe.
Ragazzi, alla nostra aviazione piacciono le specialità nostrane, altro che acciughe!
il direttore

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