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SONO TORNATI I PERSECUTORI O IL PERSECUTORE

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Sopra, il direttore del sito Marcello Toja, giornalista professionista

SONO TORNATI I PERSECUTORI O IL PERSECUTORE, in passato avevamo denunciato ignoti alla polizia postale, che effettuavano una costante persecuzione con post offensivi e cambiando costantemente nikname, ai danni del nostro sito www.marescoop.com, il colpevole è stato identificato dalla polizia postale. Oggi abbiamo riaperto la possibilità d’iscriversi a www.edicolamarescoop.com ed immediatamente la persecuzione d’iscritti farlocchi come: acighcks -yijianran4@outlook.com, adelaidacalvin -etsukoconley@spambog.com, eccetera, ha ricominciato a imperversare, scopo farmi nuovamente richiudere la possibilità d’iscrizione, rendendo sterile il sito. Si tratta di un ripetuto tentativo di danneggiare le mie iniziative ad opera di uno o più utenti che evidentemente non hanno in simpatia i miei siti. Ignoro il movente ma posso immaginare che sia determinato dalla verità che andiamo dicendo da anni su molti temi scottanti della subacquea. A seguito di questa recrudescenza non cancellerò più gli utenti farlocchi ma fornirò l’elenco completo alla Polizia Postale denunciandoli. Stiano tranquilli gli utenti normali che possono iscriversi senza problemi.

Il direttore

LA CARICA DEI SETTECENTO

l’immagine che vedete  sopra è l’unica al mondo, ed è una istantanea dell’ultima carica di cavalleria della II Guerra Mondiale, per la precisione, del nostro Savoia Cavalleria, in terra di Russia a  Isbuschenskij.
Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento.
               I sovietici lasciarono sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).    Per anni questa carica mi è stata descritta come una stupidità da esaltati militari affascinati più dalla gloria che dalla concretezza.      In realtà, come dicono i numeri fu una grande vittoria della cavalleria sulla tecnologia. Settecento cavalieri spazzarono via migliaia di russi con cannoni e mitragliatrici.        Dunque non una stupida e avventata dimostrazione di vanagloria, ma una precisa e ben calcolata azione militare, fatta dal nostro Savoia cavalleria che fu decorato con la medaglia d’oro.

Cari ragazzi, quella che vi voglio raccontare è una piccola storia incastonata nella grande storia del secolo passato. Una di quelle storie che sembrano appartenere ai romanzi, ai film e non alla realtà. Il mio desiderio di fare luce sulla storia, di raccontare la verità e non cantare nel coro dei mistificatori che pur di far carriera si sono adeguati allo spartito.  Vivere in trincea, come accade ormai da 60 e rotti anni allo scrivente, consente di mettere nel curriculum accadimenti strani, a volte eccezionali.                                                                   I fatti: stavo pulendo la piazza di Lerici in un sabato invernale del 2008 (durante il mi periodo da spazzino durato cinque lunghi anni, cosa non si fa per mangiare!), quando un signore mi si avvicina e mi chiede qualcosa. Mi levo le cuffie dalle orecchie, la voce di Giovannotti, viene meno da un’orecchio e chiedo al mister di ripetere. «Ho buttato per sbaglio il telefonino e un anello nella pattumiera della carta» mi racconta lo sventurato con aria afflitta. «Vediamo che cosa si può fare», rispondo io, sapendo che da quel momento uscivo dagli schemi del mio lavoro ed ero passibile di rapporto, comunicazione disciplinare, anticamera al licenziamento. Nel mio caso d’individuo politicizzato, rivoluzionario e irriducibile nei confronti dei “superiori”, poteva significare solo una cosa: la fame.

 

 

 

 

 

 

 

sopra, incredibile come si trasformava la barba degli alpini, camminando a oltre 40 gradi sotto lo zero

Ciò detto, raggiungo con il trafelato signore l’interrato della carta, uno di quei cassonetti dei quali emerge solo la parte superiore, mentre il serbatoio e parecchi metri sotto terra.    Con le mani guantate apro lo sportello che dovrebbe essere chiuso a chiave, ma che io sapevo non esserlo da almeno un anno e mi metto a sguazzare con le mani fra gli strati della carta gettata via. Trovo l’anello del disperato, gettato via insieme al telefono ma niente cellulare.       Dico all’uomo di darmi il numero per farlo suonare, eseguo la chiamata e sentiamo sotto metri di carta il vibrare del telefonino. «Niente da fare, è scivolato in basso» annuncio allo sbadato signore con i baffi ed una espressione simpatica.
Faccio un ultimo tentativo e incontro con le mani uno strato di libri vecchi. Butto in là molti titoli insignificanti, poi mi viene fra le mani “Nikolajewka: c’ero anch’io”  a cura di Giulio Bedeschi. È un libro scritto e pubblicato trent’anni fa, che parla di fatti di trent’anni prima. Tutti accaduti cinque anni prima che io nascessi.                   Quasi tutti i protagonisti sono già morti in Russia, oppure di vecchiaia.  Le pagine sono ingiallite ma pulite, la parte superiore dei fogli chiusi e piena di polvere e macchie gialle e indica che per molti anni non è stato aperto e letto.
Ma quel libro è come una bottiglia che dopo aver navigato nell’oceano del tempo arriva a me, proprio a me che come giornalista e storico da oltre trent’anni mi occupo di quel periodo.
Più che un libro e una raccolta di testimonianze dei sopravvissuti alla ritirata di Russia ed alla storica ultima battaglia di Nikolajewka, una località di scarsa importana dell’Ucraina, il luogo dove i russi pensavano di sterminare l’ARMIR ed il corpo di spedizione alpino, insieme ai tedeschi,  agli ungheresi e rumeni che si ritiravano insieme a noi.
Presi il libro come se avessi trovato un tesoro e lo riposi all’interno di un sacchetto che conteneva le maniche del giubbetto termico e impermeabile (quasi).
Poi continuai l’operazione telefonino che si concluse con il ritrovamento del telefonino grazie all’intervento di un camion dell’ACAM che sfilò tutto il deposito della carta e lo rovesciò su una apposita griglia.

 

sopra, la fiumana di eroi, che venne definita “sbandati” in realtà dopo aver sparato fino all’ultima cartuccia, molti si accodarono ai veri sbandati (ammesso che ce ne fossero) poiché non potevano più far nulla se non camminare
Che cosa aveva portato quel libro fino a me? Perché proprio io? Molti dei giovani di oggi non sanno nemmeno che è esistita una ritirata di Russia, figuriamoci una battaglia di Nikolajewka.
Eppure sembrava che quei combattenti, ormai quasi tutti morti, avessero scelto la persona giusta per poter esistere ancora.              Per poter far sentire la loro voce a distanza di sessantacinque anni. Che dire poi se la data di ritrovamento del libro fu proprio il 26 gennaio del 2008, esattamente sessantacinque anni dopo quel combattimento?
Casi della storia? Magia della vita?
Pensate quello che vi pare, ma io sono dell’idea che di casuale non c’è nulla.
Detto questo, veniamo alla sostanza.   Nella mia mente di nato con la Repubblica italiana fondata sul lavoro, in particolare il mio; l’immagine della ritirata di Russia che mi era stata raccontata, era un’epopea di sbandati, che per mesi e mesi si erano trascinati nella steppa senza nessuna resistenza, massacrati dai russi, dai tedeschi che li gettavano giù dai camion, armati di armi inservibili causa il freddo. Insomma delle larve umane senza né onore né gloria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, una pattuglia di alpini sciatori, erano il terrore dei giovani soldati russi. Attaccavano urlando, sparavano all’impiedi falciando la fanteria e poi scomparivano aiutati dalle loro mimetiche bianche. Dotati di durissima scorza erano montanari abituati al freddo ed alla fatica

Che dire quando dalla testimonianza diretta dei protagonisti scopro invece una realtà completamente diversa: la ritirata di Russia, fu un ripiegamento, attuato per impedire alle preponderanti forze russe che avevano sfondato nella zona difesa da ungheresi e tedeschi, di accerchiare il corpo di spedizione italiano ed in particolare quello della fanteria del Vicenza, degli alpini della Julia, della Cuneense e della Tridentina.
Insieme a reparti del genio e ad un battaglione corazzato tedesco.
Gli alpini erano stati fino a quel giorno perfettamente trincerati sul fiume Don, dove avevano scavato e preparato per l’inverno delle ottime postazioni in grado di resistere al freddo e alle cannonate dei russi. Questi ultimi avevano invano tentato di penetrare nelle linee difese dagli alpini e dalla relativa artiglieria, scoprendo che le nostre linee erano impermeabili.
Fra il 16 ed il 18 gennaio del 1943 giunse alle truppe italiane l’ordine di ripiegare per evitare l’accerchiamento.    La battaglia finale per uscire dalla sacca, si svolse il 26 gennaio del 1943. Se la matematica non è una opinione, la tragica ritirata di Russia, sempre enfatizzata da coloro che da un mezzo secolo cercano di dipingerci come dei suonatori di mandolino e pizzaioli, durò 8-10 giorni.
Ma c’è di più, molto di più. Nelle molte battaglie che si svolsero in quegli otto-dieci giorni, gli alpini riportarono delle clamorose vittorie, uccidendo e mettendo in fuga migliaia di Russi, anche se questi erano armati di “parabellum” la famosa “pepesha” come la chiamavano loro, di carri armati pesanti T-34 (34 tonnellate), di lanciamissili katiusha, di viveri, pellicce, Wodka, tabacco e quant’altro
Gli alpini avevano, moschetti 91/38, fucili 1891, mitragliatrici Breda, bombe a mano, artiglieria e quattro blindati tedeschi del generale Ebel, a dare manforte.
Causa una mancanza di comunicazione, la Cuneense e la Julia, si incamminarono verso la distruzione e la prigionia poiché si diressero a Waluiki, come da piano originale; località che era caduta in mani russe a loro insaputa.
Si difesero con le unghie e con i denti e la resa venne solo al termine delle munizioni.
Il rimanente corpo di spedizione che ebbe la fortuna di ricevere una comunicazione sulla situazione di Waluiki, si diresse invece a Nikolajewka, attraverso una serie di battaglie che decimarono i reparti, generando quella fiumana di “sbandati”, che erano in realtà gli eroi di tante battaglie, rimasti senza munizioni.
In particolare non è vero che le nostre armi non funzionavano; le nostre artiglierie avevano difficoltà a perforare le corazze dei T-34 ma la cosa era risaputa fin dall’inizio. Ciò nonostante vincemmo tutte le battaglie che cercavano di chiuderci in una sacca, mettendo in fuga i russi che erano (alcuni) quasi bambini, gettati da Stalin nella mischia, come carne da macello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, nella carta si vede chiaramente come i russi sfondarono a destra e sinistra del corpo di spedizione alpino, avendo compreso che non era possibile vincere con una battaglia frontale

Gli alpini Del Vestone, dell’Edolo, della compagnia comando, insomma della leggendaria Tridentina erano dei veterani duri ed incalliti.
Non è vero che i tedeschi furono solo dei cattivi che ci gettavano giù dai camion; combatterono con noi, morirono con noi.     Alcuni piccoli episodi d’intolleranza vennero enfatizzati dai finti storici per giustificare il nostro tradimento l’8 settembre del 1943.
Nonostante il freddo i nostri cannoni spararono fino all’ultimo colpo ed i fucili Beretta 1891 dei nostri alpini, avevano la meglio sui parabellum dei russi, che servivano solo nella distanza ravvicinata.
Dal punto di vista militare, il nostro ripiegamento fu un successo, costellato di vittorie, dove i nostri soldati, i nostri fanti e i nostri alpini dimostrarono che gli italiani erano i migliori soldati del mondo.
Purtroppo, tornati in patria questi eroi trovarono solo caos, dal caos nacque la falsità di chi gettò un velo di polvere sull’eroismo degli itliani in Russia.    Un eroismo riconosciuto persino dai russi che ci incensarono e dai civili russi che accolsero ovunque gli italiani con amore, donando loro cibo e generi di prima necessità.
In effetti gli ucraini ne avevano le palle piene del Soviet, già negli anni quaranta, ma i loro figli erano costretti a combattere contro gli italiani.
Episodi di generosità si registrarono da ambo le parti e in molte occasioni, italiani e “russi” mangiarono e dormirono insieme nelle stesse isbe.
E’ vero che i tedeschi furono più duri con i russi e furono trattati molto più duramente dagli stessi, che li fucilavano sul posto.             Per comprendere meglio quanto dico, ecco alcuni frammenti di quelle testimonianze che vi faranno aprire gli occhi sulla verità. Si tratta di testimonianze di coloro che gettarono i propri corpi e le proprie vite contro il piombo del nemico per la Patria, per l’Italia, nella quale credevano, ma anche per uno stupendo sentimento, uno spirito di corpo che solo noi italiani possediamo quando veniamo messi con le spalle al muro.
A questo spirito di corpo dobbiamo rivolgerci noi tutti nel momento in cui l’Italia rischia di diventare un paese alla deriva. Tutti i vivi all’assalto!

Tenente Martino Occhi, Comandante la 53° Compagnia, Battaglione Vestone, 6° Reggimento Alpini…
Il 22 gennaio 1943 il Vestone parte alla testa della colonna, io alla testa della 53° compagnia supero con poca difficoltà, ma grande decisione dei miei alpini un paese, prendendo prigionieri dei partigiani armati di parabellum. Più avanti si avvista un paese molto ben difeso con tanti carri armati. Dopo un nutrito tiro della nostra artiglieria quattro carri armati russi fugono a Nord, sulla destra del nostro schieramento, noi attacchiamo ed i miei alpini catturano e mandano a pezzi, tre fucili mitragliatori,due mitragliatrici, parecchi parabellum ed immobilizzano due carri armati russi. Si arriva verso sera a Scheljakino.
Nella giornata del 23 faticosa marcia, si vive mangiando miele. IL 24 ancora in testa al Vestone; con la 53° Compagnia catturiamo un centinaio di prigionieri e molte munizioni (queste ultime e i relativi parabellum saranno la nostra salvezza a Nikolajevka); a sera ci ricoveriamo alla meglio in stalle con tetti di paglia tra Malakjewa e Romankowo. Dei partigiani appiccano il fuoco al tetto che nella notte crolla e troviamo al mattino 8 cadaveri carbonizzati, non possiamo identificarli, parecchi altri restano ustionati. Mattino rigidissimo. Si prosegue. Varie scaramucce con partigiani anche fra boschi. A sera si arriva a Nikitowka.
26 gennaio 1943 si parte all’alba, si sa che c’è un ultimo caposaldo russo, si giunge presto in vista di Nikolajewka. Si sosta in attesa di precisi ordini. Si sa che il battaglione Edolo , a retroguardia è impegnato coi partigiani. Gli alpini sono impazienti di proseguire l’azione. Finalmente il maggiore Bracchi dà ordine d’attacco. I due panzer tedeschi aprono il fuoco e noi proseguiamo l’azione. La reazione nemica è vivacissima. Avanziamo affiancati: la 55° comandata dal capitano Signori, la compagnia comandi comandata dal tenente Pendoli, la 53° comandata dal sottoscritto. Immediatamente si accende una intensissima sparatoria con tutte le armi efficenti; io mi accorgo che il port’arma di una mia squadra di fucilieri cade colpito da un colpo anticarro, balzo sul posto raccolgo l’arma e vuoto il caricatore contri russi che vicinissimi impongono l’alzata delle mani. Ricarico il mitragliatore e scaricandolo sui serventi del pezzo anticarro russo posto vicino al cavalcavia della ferrovia li faccio smettere di sparare, inseguo di corsa i russi fuggitivi. Un russo nascosto da un cespuglio mi spara a bruciapelo e la pallottola strisciandomi sul petto, mi trapassa il braccio e mi getta a terra; in un primo momento mi impressiona il sangue che mi scorre lungo il braccio, ma il pronto accorrere dei miei alpini mi dà coraggio e mi rialzo e con loro e le altre due compagnie scavalchiamo la strada ferrata rialzata e perlustriamo le prime isbe… va notato che questa testimonianza è quella di un ufficiale che aveva alle spalle dieci giorni di battaglie, poco o quasi nulla di cibo e riposo, temperature che andavano da -35 a -45 gradi sotto lo zero.
A leggere queste parole si stenta a ritrovare il fante deluso, amareggiato e sgamato, che secondo la propaganda post bellica, ha popolato le nostre fantasie, ma vediamo un altro pezzetto di storia:

sopra, uno StuG III, un cacciacarri tedesco, uno dei due blindati rimasti del 24° corpo corazzato germanico che giunse con quattro mezzi fino a Nikolajewka, su quel carro che, data l’unicità, era il bersaglio privilegiato da tutti gli artiglieri russi, il generale Reverberi guidò l’assalto finale sopravvivendo. Andò meno bene a moltissimi alti ufficiali che andarono all’assalto con gli alpini.

Tenente colonnello Carlo Camin, aiutante maggiore 6° Reggimento Alpini
…La situazione diventa pericolosa. La 76° batteria anticarro del Capitano Miglietti prende posizione e spara: esito più che brillante, un carro è presto in fiamme ed un altro ben centrato si arresta. Il generale mi manda a sollecitare l’arrivo del 5° che sta già serrando sotto. Parlo con il colonnello Adami che ci viene incontro e raggiunge Reverberi (il generale che urlando “Tridentina avanti” con voce sovrumana, fece scendere la massa urlante di alpini e “sbandati” che spazzò un’intera divisione russa a Nikolajewka).

C’è Calbo, comandante del gruppo Vicenza al quale fino ad oggi è stata celata la morte del suo aiutante maggiore capitano Polo.                       «Due pezzi cingolati tedeschi prendono posizione in una balka sottostante. Tensione in tutti. Ma ecco che si sviluppa superba, direi leggendaria, l’azione a largo raggio dell’Edolo, che vedo svolgersi nitida sotto i nostri occhi.  Belotti lancia le sue compagnie in perfetta formazione di combattimento: puntano rapidamente, dalla sinistra, sulla piana di Scheljakino dirette sul nemico. Gli alpini appaiono svelti, agili, sul biancore della neve. Così li vediamo tutti. È una visione che commuove. Sembra quasi di assistere ad una esercitazione e non ad un atto di uomini disperati, già duramente provati da altre giornate di dura lotta, d’improbe fatiche in un clima intollerabile…(omissis)
Il nemico sgombra e ripiega. I suoi carri sono già stati raggiunti ed assaliti dagli alpini, quelli ancora efficenti si dirigono verso Warwarowka; rimangono alcune fumanti carcasse e qualche carro abbandonato…
Qui finisce l’elenco delle testimonianze che potrebbe continuare per giorni (tanto è spesso il libro) sullo stesso tono, anche quando si parla di coloro che ebbero i piedi congelati, furono feriti, patirono la fame eccetera.

 

 

la copertina di uno dei molti libri, con alcune rare immagini. Le foto a giungere in Italia furono veramente poche e pochissime furono quelle realizzate durante le azioni che furono terribili, infernali.

 

Si parla di eroismo, un incredibile eroismo ed una incredibile dimostrazione di coraggio, disciplina ed addestramento, che i soldati italiani dimostrarono in russia, in condizioni climatiche che alcuni di noi, che non hanno battuto le piste dell’alta montagna, non riescono neppure ad immaginare.

A Nikolajewka, spazzammo via una intera divisione russa e la stessa “Pravda” dovette ammettere che il corpo militare alpino usci invitto dalla terra di Russia.   Gli ufficiali, generali compresi presero parte alle battaglie e morirono insieme agli alpini e va detto che prima del ripiegamento, determinato dal crollo del settore tedesco- ungherese, il fronte tenuto da noi sul Don risultò impenetrabile ai russi che lasciarono sul fiume gelato interi battaglioni di caduti.
Una pagina dimenticata che invece occorre ricordare, per comprendere che gli attuali militari italiani che operano all’estero, non sono improvvisamente e stranamente attivi e validi.                        In contrasto con una falsa tradizione di viltà, qualunquismo e superficialità, esprimono una tradizione che dalla prima guerra mondiale ad oggi, non ha mai conosciuto soluzione di continuità. Questa è la verità, ed altre verità storiche vi comunicherò man mano che mi verranno consegnate dalla vita.
Il libro, trovato fra i rifiuti, urlava per essere letto. Quei morti, rimasti laggiù in terra di Russia non vogliono essere dimenticati, non devono essere dimenticati.
Quando vi chiedete perché dovete rinunciare a benessere e carriera, per salvare l’onore e la verità, pensate a loro ed alla frase gridata da un ufficiale, poi caduto con i suoi alpini e circondato da preponderanti forze nemiche. “Tutti i vivi all’assalto!
La vostra Nikoljewka sarà l’ufficio, l’officina, la banca, le strade. Discendete dagli eroi dell’Armir, della X Mas, della Aqui e potrei andare avanti per ore ed ore a raccontarvi tante verità che vi hanno mentito e/o nascosto sotto il tappeto polveroso e in finto persiano della storia dei “vincitori”.
Siete figli di eroi, discendenti dalle legioni romane, non abbattetevi, non pensate di essere secondi a qualcuno.   Intervenite sempre, imponetevi, siete italiani! Sacrificatevi perché la verità, la giustizia e la libertà trionfino. Forse morirete poveri e dimenticati come lo scrivente ma che bello guardare la vostra faccia allo specchio! Non pensate mai lo farà qualcun altro… fatelo voi!

il direttore

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QUANDO JUNIO VALERIO BORGHESE RIENTRO’ ALLA MARINA MILITARE ITALIANA

 

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Io vengo con sonora musica, con trombe e con tamburi,non per sonar le marce dei vincitori illustri, ma per cantar la Gloria degli uomini vinti e Caduti. Vi hanno detto che era bene vincere la battaglia? Io vi dico che è bene altresì soccombere, e che le battaglie si vincono e si perdono con identico cuore! Io faccio rullare i tamburi per tutti i Morti, e per Essi faccio squillare le trombe in tono alto e lieto! Viva coloro che caddero, viva chi perde i propri vascelli! Viva coloro che affondano con essi e non perdono l’onore! Viva tutti i generali sconfitti e tutti gli Eroi schiacciati cui la sconfitta non può togliere la Gloria!»  Walt Whitman

«Coloro che non ricordano il passato, – ha lasciato scritto Georges Santayana – saranno costretti a riviverlo continuamente.”

Il testo del mio articolo

La sera dell’8 settembre 1943 il principino Andrea Sciré Borghese si succhiava le dita dei piedi nella culla, ignaro della guerra in corso e della sorte di suo padre che avrebbe segnato pesantemente la sua esistenza.
Contemporaneamente e per caso il Principe Junio Valerio Borghese, comandante di un distaccamento specialissimo e segretissimo della Regia Marina italiana, denominato “X flottiglia MAS”, accese la radio a galena forse per ascoltare l’ultima interpretazione del trio Lescano, «Parlami d’amore tulli tulli tulli pan…» La radio invece trasmise una allucinante dichiarazione: l’Italia, tramite il maresciallo Badoglio aveva firmato un armistizio con gli “alleati” che fino a poche ore prima erano il nemico.
Sconvolto, il principe corse al comando della Marina ad informare il Duca Carlo Aimone D’Aosta, comandante della piazza di La Spezia, che non aveva sentito la radio ed era all’oscuro di tutto… ( curioso che il Ministero della Difesa non avesse pensato d’informare i suoi reparti speciali tramite una radio militare); il resto è abbastanza noto… forse.
Cominciava la più tragica pagina della storia d’Italia, una pagina che avrebbe visto il massacro di migliaia di soldati privi di ordini e decimati dai tedeschi, una guerra civile vergognosa dove padri, figli e fratelli, divisi dalle ideologie si affrontarono dando fondo ad ogni sorta di crudeltà.
Quelli che oggi si picchiano negli stadi, allora correvano a vedere il cervello del fascista appena fucilato, caduto sull’asfalto; il partigiano impiccato; Claretta Petacci appesa a testa in giù, con le parti intime scoperte alla ludibrio del popolino, da sempre assetato di emozioni forti… un interminabile elenco di orrori.
Mia madre, allora ragazza, mi ha descritto quella realtà in modo chiaro e indimenticabile.
Povera Italia, povera nostra giovane Patria! Quanto dovrai ancora soffrire per quella piccola schiera di opportunisti e vigliacchi?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, una suggestiva immagine di incursori che volano con i gabbiani. La configurazione è complessa ed oltre a volare appaiati trascinano anche la bandiera.  L’incursore al centro è un mio fraterno amico M.C.Mac. Entreranno in mare con quella configurazione! Senza minimamente scomporsi.

Sessantacinque anni dopo, esattamente il Venerdì 23 maggio 2008, alle 15,51, in perfetto orario (straordinario per le ferrovie italiane!), scendeva da un vagone terzomondista (forse importato dal Katanga per gli utenti italiani, senza aria condizionata), da un treno con tutte le toilette intasate, il principe Andrea Sciré Borghese, accompagnato dalla sua famiglia: Marisa Borghese moglie, Valerio Borghese figlio, la moglie russa di Valerio e i due splendidi bambini, rispettivamente di cinque e sei anni (il maschio il primogenito).
Andrea Sciré non aveva più nulla del neonato che l’8 settembre del 1943 si succhiava i piedi. Era ormai un attempato signore di sessantasei anni suonati, in pensione.
Appena li vidi nell’atrio della stazione di La Spezia, notai che sembravano arrivati da un convegno musicale dall’isola di Wight, tutti vestiti casual. Li trovai subito simpatici.
In verità il principe Andrea Sciré ed io diventammo amici, fin dal primo messaggio su internet, una intesa fulminante, ed oggi che finalmente c’incontriamo, ci abbracciamo e ci baciamo come se ci conoscessimo da anni.
Immediatamente vengo adottato da tutta la famiglia, e dal quel momento e per tre giorni sarò il loro… “ufficiale di bandiera” e ufficio stampa.
Sotto la scalinata antincendio della stazione, che è inavvicinabile dalle auto causa “cavalli di frisia” per lavori in corso, attendono due macchine, la prima che guiderò io è del Comandante Incursore Walter Braccini, messa da lui a disposizione con infinita generosità; la seconda, bianca, e targata Marina Militare, ha tanto di sott’ufficiale incursore al volante.
Come armi in dotazione per fermare eventuali attentatori, abbiamo due focacce alle cipolle e un sacchetto di dolcetti. L’atmosfera è… “tesa”… raggiungiamo il bed and brekfast del Fezzano come una allegra comitiva in ferie e là sistemiamo i figli, i nipoti e i bisnipoti del terribile “Principe Nero”.


 

 

 

 

 

 

 

 sopra, il principe Andrea Sciré Borghese e sua moglie Marisa Borghese, nell’ufficio del Capo Di Stato maggiore del Varignano, accoglienza e disponibilità sono stati ineccepibili, secondo le migliori tradizioni della nostra Marina Militare.

Il giorno dopo siamo al Varignano in occasione della festa degli Incursori del raggruppamento Teseo Tesei; lì veniamo accolti subito dal Capo Di Stato Maggiore del Varignano.
La vita è strana ma in questi tre giorni mi accorgo che è ancora più strana del solito.
Niente dell’alone di eroismo e del carisma che ha accompagnato la vita di Junio Valerio Borghese è andato perso.
Per tutti e tre i giorni, suo figlio Andrea Sciré sarà letteralmente assediato da persone che vorranno l’autografo o la dedica su un libro, una fotografia, una cartolina.
A nulla sono serviti anni di silenzio e discriminazione, un nome cancellato e occultato, tutta la grande omertà, una bandiera chiusa nel cassetto, il varo di un sottomarino senza comandante.
Gli ideali non muoiono mai e la Decima Flottiglia MAS è ancora tutta qui.
Sulla porta del Varignano ci potrebbero anche scrivere raggruppamento “Palmiro Togliatti” ma oltre quella porta , il mondo che troviamo è tutto dei discendenti spirituali della Decima Flottiglia.
Per noi banda di fratelli è, e sempre sarà, il raggruppamento “Junio Valerio Borghese” e tutti gli incursori: i suoi marò, senza voler nulla togliere a quello splendido eroe di Teseo Tesei.
Potrei finire ora, prima di compromettermi definitivamente, prima di far saltare il tappo della pentola in ebollizione che ho dentro l’anima, invece vado avanti.
La manifestazione continua con la tradizionale deposizione della corona per i caduti, con i lanci ad apertura comandata, con la splendida discesa di due incursori a paracaduti appaiati e sovrapposti e la bandiera italiana, uno dei due è un mio amico fraterno M.C. Mac, che non solo ha recuperato al 100% il “trapianto” del suo piede che si era letteralmente staccato al termine di un lancio in esercitazione, ma continua a correre ed a lanciarsi esattamente come prima. Gli ideali fanno miracoli!

sopra, il reparto incursori in posizione di riposo, dopo la deposizione della corona ai caduti.

I discorsi “politically correct” li lascio lì dove sono nati, anche se non posso non notare che Valerio, il più grande comandante di sommergibili della storia, viene messo in coda ai tanti eroi e Sergio Nesi eroe ancora vivente della Decima MAS (seduto da solo, vicino al podio) viene sbadatamente dimenticato.
Non fa nulla; in altre epoche storiche, meno recenti, il principe Andrea Sciré Borghese e suo padre, sarebbero stati ignorati, così come vennero ignorati e mortificati i fratelli Borghese, quando chiesero all’allora ministro della difesa Giulio Andreotti, di poter sepellire il padre, medaglia d’oro al valor militare con una cerimonia a “fusto di cannone”; tradizione che spetta di diritto a tutti i decorati con tale onorificenza. Il portavoce del ministro disse in quella occasione: “siamo desolati ma vostro padre è stato degradato quindi non può essere sepellito come una medaglia d’oro”, dimenticando che la nostra ferrea tradizione prevede che tutti i decorati di medaglia d’oro al valor militare, indipendentemente dal grado, abbiano diritto ad un funerale a “fusto di cannone” .
Forse Giulio Andreotti non aveva letto bene questo dettaglio, oppure preso com’era nella gestione assoluta dei poteri si era dato anche quelli di un dio minore e non solo decideva chi doveva vivere e morire, ma anche chi aveva merito nei confronti della sua stessa medaglia d’oro.
Vorremmo solo poter piangere e commemorare i nostri morti, come tutti.
Vorremmo poter scrivere i nostri libri di storia, quelli dei “perdenti”, e leggerceli, vorremmo che gli eroi nella morte e nella vita fossero tutti eguali.
Non credo che sia chiedere troppo, eppure in Italia, forse, è ancora troppo o troppo presto.

sopra, da sinistra a destra: Andrea Sciré Borghese, lo scrittore Sergio Nesi ex marò della decima decorato con medaglia d’argento V.M. autore della biografia “Junio Valerio Borghese – Un principe, un comandante, un itliano”; il comandante Walter Braccini ora in pensione ma attivo più che mai!

La tre giorni del principe, grazie all’incredibile aiuto del Comandante Braccini che viene da me “trasferito” momentaneamente al servizio logistico, continua con il pranzo dell’Associazione Nazionale Incursori ad Aulla.
Il principe Andrea Sciré mangia a stenti pressato dalla continua richiesta di dediche ed autografi, infine gli danno il microfono. Stupito scopro che sta parlando di me, sta spiegando che è qui grazie a me, all’articolo che ho scritto sul varo dei nuovi sommergibili “Sciré” e “Todaro”.
Che è qui, per la chiarezza con cui ho affrontato la situazione, per l’esposizione della verità senza compromessi.
Nessuno ha mai parlato di me ad un microfono davanti a oltre 400 persone in modo così lusinghiero, per ricevere questa prima e probabilmente unica manciata di gloria ho dovuto attendere sessant’anni ed un principe. Quasi non bastasse viene citato anche il nome del mio quotidiano on line, tanto che sull’articolo de “La Nazione” del giorno dopo, vien fatto erroneamente credere che www.marescoop.com abbia invitato Andrea Sciré Boghese a La Spezia.  La verità è che ci è venuto di sua volontà allo scopo di incontrarmi e poi è rimasto, insieme a me, travolto dall’incalzare degli eventi. A quel punto il mitico comandante Walter Braccini mi esorta a prendere il microfono. Francamente non è la prima volta che parlo a tanta gente, non sono emozionato e credo sia venuto il momento giusto per puntualizzare quali erano gli ideali del principe Junio Valerio Borghese, poiché sono convinto che anche in questa platea altamente specializzata, alcuni li ignorino ancora.         Sottolineo che la decima flottiglia MAS non è mai stata fascista, ha combattuto al fianco dei tedeschi perché erano i nostri alleati e perché ignorava l’esistenza dei campi di sterminio, come conferma Piero Vivarelli, un ex marò della “decima” ed attuale tesserato del partito comunista rivoluzionario cubano, in un documentario di scarsissima diffusione.

sopra, l’uomo indicato con la freccia è il mitico Comandante Braccini, qui durante una sfilata a Roma, la sua posizione in testa alla truppa, la dice lunga sulle sue capacità e sulla sua operatività. Pochissimi superano le selezioni per diventare incursori, ma stare in testa al reparto è veramente roba di pochi; alle sue spalle i più formidabili guerrieri del mondo. In tutte queste occasioni viene impiegato il passo da parata degli incursori che è quello detto dell’oca.

Se il comandante Borghese ed i suoi marò avessero saputo che cosa le SS stavano facendo in quei campi, avrebbero continuato a combattere il comunismo e gli “alleati” invasori, ma prendendo le distanze dai tedeschi. Chi non comprende questo non comprende una verità storica fondamentale.
Chi utilizza le leggi razziali emanate dal facismo per infangare la “Decima” non considera che i giovani di allora non furono minimamente sensibilizzati dagli intellettuali del partito e dagli organi di stampa per mera piaggeria. Intellettuali che poi divennero, in alcuni casi, di sinistra.
Successivamente spiego alla platea come e perché dopo anni di ricerche e verifiche storiche ho abbracciato gli stessi ideali del principe e di tutta la Decima. Avevo bisogno di ideali puri e puliti, per orientare la mia vita in questa giungla di egoisti, cortigiani e ruffiani, per avere la forza di affrontare tutte le vessazioni che avrei immancabilmente ricevuto.
Termino il mio intervento dicendo: «Né di destra, né di sinistra, né di centro…Italiani e basta!» E non è qualunquismo, perché è questa la decima!
Per comprendere meglio chi era Junio Valerio Borghese, riporto qui di seguito una sua frase scritta: «Ho sempre diffidato dei politici perché considero la politica per quello che realmente è: lotta di gruppi contro altri gruppi per la conquista del potere; ed il potere di un gruppo crea privilegi, discriminazioni e prevaricazioni a danno degli altri che non fanno parte del gruppo vincente. Che poi la lotta politica ami ammantarsi del magico termine di “democrazia”, mi sembra soltanto un alibi, una maschera di rispettabilità. L’attività politica divide, acceca e spesso scava disastrosi solchi di odio, impedendo così l’unione dei cittadini tutta a vantaggio del loro paese».
In queste parole si celano il mistero e la ragione per le quali il nome di Borghese è così impopolare fra le persone di potere e conseguentemente fra i mass media.
Sono ideali puri, che hanno come unico obiettivo l’onore ed il bene della Patria; ideali che non sono attribuibili ad una parte o all’altra e che finiscono per creare diffidenza in tutte e due le parti e se ci riferiamo al passato, in tutte e tre le parti: destra, sinistra, centro; va detto però, per somma onestà, che la destra del paese ha molto più in simpatia la “decima” di quanto non l’abbia la sinistra, e questa è un’altra dimostrazione di quanto l’ignoranza e la propaganda politica abbiano scavato una trincea laddove ci potrebbe essere invece un ponte trafficato.

i sopra, due figli del principe Valerio Borghese, nipote di Junio Valerio. Sono a cavalcioni di un SLC siluro a lenta corsa, ideato dall’ingegnere del genio navale ed eroe della decima, Teseo Tesei. Detto “maiale” in seguito ad una affermazione dello stesso Tesei che durante una esercitazione uscì dall’acqua esclamando “non riesco a tenere fermo sto maiale”, navigava in assetto leggermente appoppato, per cui il motorista restava sempre sott’acqua respirando con l’ossigeno. Questa caratteristica fu fonte di molti problemi

A quanti non capiscono l’avversione che aveva Valerio Borghese per il comunismo staliniano di allora, consiglio la lettura di “Ritratto di Stalin” di Victor Serge, un nome che nasconde il rivoluzionario Victor-Napoléon Lvovic Kibal’cic, uno dei padri della rivoluzione bolscevica, agitatore e provocatore internazionale, coetaneo di Trotzki, Lenin, Stalin, Bucarin eccetera, morto in Messico nel 1947.
Leggendo quel libro edito a Parigi nel 1940 da Grasset, tradotto da Paolo Casciola e stampato nel 1991 e nel 1997 dalla coop Erre Emme Edizioni di Bolsena. www.enjoy.it/erre-emme, avrete tutte le risposte che cercate.
Se è vero che il mitico comandante dello Sciré non sapeva nulla dei campi di sterminio tedeschi come ho avuto modo di appurare, è altrettanto vero che avendo sposato una contessa russa transfuga, molto vicina ai Romanov, sapeva benissimo chi era realmente Stalin e che cosa era in quei giorni il comunismo sovietico, vera officina del terrore.
In merito a questo argomento leggiamo quanto scriveva la contessa Daria Wassilevna Olsoufieff moglie del principe Borghese e Madre dell’Andrea Sciré, in un suo appunto: il granduca Alessandro Michailovic, quarto figlio di Nicola I e di cecilia Baden pubblicò a Parigi nel 1933, poco prima di morire, un libro di ricordi, un libro che non si proponeva fini politici…
“La struttura dell’impero russo avrebbe potuto benissimo sopravvivere a tutt’oggi se il “pericolo rosso” fosse tutto consistito in uomini come Tolstoi e Krapotkin, in terroristi come Lenin e Plechanov,in vecchie psicopatiche come la Brescko-Breskovskaia e la Finger, o in avventurieri come Savinkov e Azev. Come avviene in ogni malattia contagiosa, il reale pericolo della rivoluzione era rappresentato dagli innumerevoli portatori del virus: topi, ratti e insetti…
In altre parole e per usare un linguaggio più letterario, dobbiamo ammettere che una grande maggioranza dell’elite e della intellighenzia russa, formava l’esercito di portatori del contagio.
Il trono dei Romanov non cadde certo sotto l’impeto dei precursori del Soviet, né sotto a quello di giovanili dinamitardi; esso soccombette invece alla pressione di gente che portava cognomi nobiliari, di banchieri, editori, avvocati, professori e di altri partecipanti alla vita pubblica che vivevano alle spalle dell’impero. Lo zar avrebbe potuto soddisfare le necessità degli operai e dei contadini russi. La polizia avrebbe potuto fare piazza pulita dei terroristi.
Sarebbe invece stata fatica sprecata tentare di accontentare tutti gli innumerevoli pretendenti alla carica di ministro, i rivoluzionari scritti nel libro d’oro dell’aristocrazia e i burocrati dell’opposizione, scodellati dalle università russe…(segue un lungo elenco descrittivo di coloro che fecero cadere per vanagloria l’impero dei Romanov).


sopra,  si nota la verniciatura dello “Scire” voluta espressamente dal comandante Borghese, per trarre in inganno il nemico. La sagoma nera rappresenta un piropeschereccio e in più la prua dello stesso e rivolta verso poppa. sul ponte i contenitori degli SLC. Non è possibile sapere quanto funzionò ma è certo che lo Scirè superò tutte le difficoltà sotto il suo comando, tornando sempre a casa. La soluzione la dice lunga anche sulla fantasia del Comandante, che conosceva molto bene il mare sia sopra che sotto, dove ottenne un record mondiale di profondità in veste di palombaro.

Da notare come anche oggi ci siano gli stessi problemi nel nostro paese, e come Stalin non compaia in nessuno scritto, fino a quando prese il potere attraverso la burocrazia, annientando tutti i suoi compagni rivoluzionari, tutti i generali dell’armata rossa creata da Trotzki, tutti i dissidenti; stiamo parlando di milioni di persone scomparse, inghiottite dalla tundra siberiana o dai bui scantinati del Cremlino.
La “tre giorni del principe” continua poi con una cena alla “Lanterna” di Rio Maggiore, ospiti di Massimo, quello splendido amico che fin dal primo momento si è messo a disposizione per farmi fare una bella figura, e per avere l’onore di ospitare un’altra scheggia di storia nel suo ristorante. Va anche detto che anche il nostro sponsor, la CNS, si era offerta per alloggiare la famiglia in un grande albergo, ma Andrea Sciré mi ha fatto giurare che gli avrei trovato un Bad & Brekfast a spese sue non volendo pesare su nessuno.
Il giorno successivo (domenica) viene il momento della visita al piccolo museo aperto a La Spezia dall’Associazione Nazionale Incursori con la valida collaborazione di Paola Ceccotti.
E’ un molto ben organizzato pezzo di storia che si sfoglia come un libro e nel quale la X flottiglia MAS ed il suo comandante hanno certamente un posto d’onore.
Importante il successo di questo museo per il momento unico nel suo genere, necessario a far comprendere meglio la storia dei nostri incursori, veri portatori di un ardimento che dovrebbe albergare nel cuore di tutti gli italiani.
Alle tredici, sempre di domenica, siamo a bordo del rimorchiatore “Plon”, costruito nel 1939 con l’acciaio della corazzata Bismark; li troviamo un altro caro amico Renato Rozzi, insieme ad alcuni giovani ragazzi che pendono letteralmente dalle labbra del principe.              Ce posto anche per la commozione e fra una storia e l’altra veniamo a conoscenza dell’ultima vessazione che un Borghese sta subendo ancora oggi.
Andatosene dall’Italia amareggiato, dopo la farsa del funerale del padre voluto così dalla Farnesina, Andrea Sciré dovette rinunciare alla cittadinanza italiana per assumere quella australiana.
Alcuni anni dopo divenne possibile anche in Australia avere doppio passaporto; il principe espletò dunque tutte le formalità richieste dall’ambiasciata italiana per riottenere la cittadinanza italiana, ma ancora oggi dopo sette lunghi anni è in attesa di risposta, anzi, come ultima notizia gli è stato detto che deve ricominciare daccapo tutto l’iter burocratico.
Questo in una nazione dove un immigrato clandestino arriva alla cittadinanza italiana in un tempo di gran lunga inferiore!

sopra, uno dei primi sottomarini classe CA ella Regia Marina, costruito nel 1938. Dovevano, fra le altre cose, essere trasportati da un sottomarino più grande fin sulle coste degli Stati Uniti, per colpire New York city, la notte di Natale del 1943.
L’ armistizio (chiamiamolo così per pietà) scrisse la parola fine alla fantastica operazione, insieme alla perdita in battaglia del sommergibile trasportatore. L’operazione poteva cambiare le sorti della guerra.

Se qualcuno ha dei dubbi sulla malafede che sta dietro tutte queste cose, basta guardare il mio caso citato nell’articolo “La Verità” sul mio giornale, che ha avuto ampio spazio anche sul quotidiano “La Nazione” nella cronaca locale. Per salvare il mio diritto alle idee ed al lavoro, ho dovuto incatenarmi come un detenuto alle caviglie e svolgere tutto il mio servizio oberato da pesanti catene. Questa non è l’Italia del ventennio come amano dire in molti, questa è l’Italia del 2008 e questa è una provincia che dovrebbe essere la culla dei lavoratori, ed in effetti lo è, ma solo per i raccomandati dal “partito”.
La visita del principe Borghese e della sua spumeggiante famigliola, si conclude nella casa di campagna di un giovane pescatore Daniele Pindaro, dove alla comitiva si è aggiunto Carlo Alberto Biggini, figlio del più famoso Carlo Alberto (fucilato dopo un processo sommario) che fu uomo di rilevanza politica e professore durante i “vent’anni del consenso” all’epoca di Benito Mussolini.
Le ottime acciughe, le seppie pescate e cucinate da Daniele, l’ottimo vino portato da Biggini dal Piemonte, non bastano ad asciugare le lacrime e la commozione generale quando leggo la lettera di uno dei tanti condannati a morte senza processo, non ha importanza di che parte.
Una lettera dolcissima, che evidenzia un amore sconfinato per la moglie e per la sua famiglia, la lettera di un uomo generoso che rifiuta di salvarsi attraveso una fuga combinata dai suoi carcerieri, per non abbandonare i suoi compagni di cella e di destino.
La tristezza che emerge da un guerra civile, che vide contrapposti figli, padri e fratelli, e che per molti anni ancora impedirà al nostro popolo di riunirsi in una unica fraterna e pattriottica amicizia, è insopportabile!
Eppure i due Principi che ho davanti non hanno alcun odio per coloro che combatterono dall’altra parte, l’unico risentimento esistente è per coloro (pochissimi) che impedirono al più grande comandante di sommergibili della storia di avere una autopsia che avrebbe forse rivelato le vere cause della sua morte e, infine, un degno funerale a fusto di cannone.
Il 28 agosto del 1974 il “Corriere della Sera” pubblicava l’annuncio della morte di Junio Valerio Borghese per una pancreatite acuta. Purtroppo quando i figli giunsero a Cadice, dove era morto lo trovarono già eviscerato e con un referto di autopsia da operetta, come fu successivamente anche il funerale ufficiale a Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, il principe Adrea Sciré davanti all’ingresso di quella che fu la caserma della Decima MAS, che non fu come erroneamente si crede il Varignano. La costruzione in parte abbandonata, si trova sulla strada per Lerici dall’altra parte del “golfo dei poeti”. Nei cantieri del Muggiano, lì vicino, si costruivano i sommergibili.

Fra le ultime cose che disse l’ex comandante della Decima all’indirizzo del Paese che aveva tanto amato, una frase che potrebbe essergli costata cara:“Rientrerò in Italia e dirò tutta la verità su questo tentativo di golpe che mi è stato attribuito”. In Italia rientrò, ma in una cassetta della frutta e su un furgone bianco e scortato, che non poteva viaggiare a meno di 70 chilometri ora. Purtroppo non poteva più parlare.
Quanto sopra, che reputo necessario per meglio comprendere, è la cronaca di tre splendidi giorni che non dimenticheremo mai.
Grazie a tutti, a nome del principe e della sua famiglia: alla Marina Militare Italiana, al Comandante Braccini, agli incursori della Marina tutti, agli amici come Rozzi, Pindaro, Biggini, all’Associazione Incursori, a Paola Ceccotti e a tutti coloro che si sono prodigati per portare al cuore di un italiano lontano, quel calore necessario per riprendere rinnovata fiducia nella sua Patria.
«…nella nostra concezione di destra non c’è altro che il rispetto per i valori tradizionali e per il concetto di Patria. Ma non va’ confuso questo con la destra conservatrice, la destra vecchio stile, la destra antisociale, la destra che non è vicina al popolo… J.V.Borghese»



sopra, da sinistra a dstra: Walter Braccini; Daniele Pindaro; il principe Andrea Sciré; lo scrivente; il principe Valerio Borghese, flglio di Andrea Sciré, nipote del comandante della Decima.

il direttore: Antonio Marcello Giuseppe Toja

Vivo con una pensione di 1000 euro al mese, se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

 

DENUNCIATI I PRESUNTI ASSASSINI DI JUNIO VALERIO BORGHESE

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SOPRA il momento del varo del sommergibile Sciré, classe “Africa” da seicento tonnellate.   Il relitto giace oggi in Mediterraneo, nei pressi della città israeliana di Haifa e viene saltuariamente controllato dalle navi della Marina Militare Italiana

Qualcuno si chiederà perchè metto in prima pagina un fatto come questo già pubblicato nel 2008 su www.marescoop.com, la risposta è semplice l’omicidio non va in prescrizione e se omicidio c’è stato è sempre attualità.

In Italia… dice una nota canzone, il Paese delle mezze verità… In Italia c’è un primo sottomarino U212/A (progetto tedesco)che si chiama S.TODARO, è da il nome alla classe, il secondo si chiama invece SCIRÈ, classe Todaro.   Come nella maggior parte dei casi che fanno riferimento alla storia recente è tutto sbagliato.
S. Todaro fu una figura di secondo piano nella storia dei sommergibili italiani, J.V.Borghese fu invece il più grande comandante di sommergibili del mondo, a detta di tutti. Osannato da tutte le marine militari del mondo, mentre la X Flottiglia MAS e i suoi metodi di combattimento hanno dettato le regole di tutti i corpi speciali del mondo.

In un famoso e recentissimo film sui Navy Seal americani si vede un sottomarino classe 688 Los Angeles che porta sul ponte un contenitore per “Maiale” e la cosa viene fatta vedere con enfasi, noi lo facevamo già nel 1941, grazie allo Sciré, comandato da JV Borghese; tutti sono stati decorati con medaglia d’oro, ancora in vita, sia il comandante, sia l’equipaggio, sia il sottomarino.                          Quindi il primo sottomarino all’idrogeno italiano dovrebbe chiamarsi “J.V.BORGHESE” ed il secondo “S.TODARO” classe “Borghese”.
Todaro;   pochi sanno che in Francia, a Betasom, la base sommergibili atlantici italiana nel 1942/44, durante una visita del grand admiral Karl Doenitz,  fu definito dallo stesso «un buon comandante per navi ospedale», data la sua tendenza a salvare i naufraghi delle navi che affondava; mettendo però a repentaglio la vita del suo equipaggio.
Un accadimento che mi viene dalla testimonianza diretta di chi era lì a guardare e a sentire, quindi è cosa certa.
Non basta, magari fosse tutto lì… invece il 26 agosto 1974 moriva a Cadice il comandante J.V.Borghese due volte medaglia d’oro al valor militare, Cavaliere dell’ordine dei Savoia, croce di ferro al merito, eccetera.

Come molti sanno, suo figlio, il principe Andrea Scirè Borghese, è un mio intimo e caro amico e pertanto sappiamo con certezza che quando i figli giunsero a Cadice al capezzale del padre, la salma era già stata imbalsamata con l’asportazione di tutti gli organi interni.                     Per le tecnologie dell’epoca era a quel punto impossibile stabilire con esattezza le cause della morte, che furono accertate dal primo ed unico referto medico come: pancreatite acuta.                 Curiosamente l’effetto di alcuni noti veleni, produce proprio quella che sembrerebbe una pancreatite acuta, ma che tale non è.

a sinistra, il momento del varo del moderno sottomarino “Sciré” classe Todaro, un sottomarino a cellule d’idrogeno in grado di navigare per parecchie settimane sott’acqua, senza mai riemergere.

Junio Valerio Borghese sapeva molte cose sia sul finto golpe, mai avvenuto,  sia su quello che stava capitando in Italia in quel triste periodo.
Le ultime parole dette alla stampa, dopo la sua assoluzione in contumacia per non aver commesso il fatto (il famoso golpe del principe nero) furono: «tornerò in Italia e dirò tutto».

Quella frase gli è certamente costata la vita, all’epoca non era ancora di moda il caffè alla Sindona, ma in Italia c’è tornato:  morto ed imbalsamato, una cassa di frutta e verdura, in un furgone bianco senza insegne che doveva raggiungere Roma alla velocità minima di settanta chilometri all’ora, questi i dettami della Farnesina.
Ed ecco che cosa è giunto alla nostra redazione, speditoci da uno degli ultimi superstiti della RSI, una sigla che in Italia, in questo magnifico Paese, dove l’ultima cosa che si vende, ma proprio l’ultima è la giustizia, seguita a pari passo dalla verità, pronunciare RSI sembra un’eresia, all’epoca invece se eri in età di leva avevi due scelte:   1) andare in montagna e rubare i polli ai contadini, per mangiare,  2)   presentarti al comando territoriale della RSI per evitare l’arresto e diciamolo francamente anche perché si mangiava meglio e senza dover rubare i polli.       Chi ha scelto la montagna è diventato un eroe, chi l’arruolamento regolare per la molto imprecisa e disattenta storia ufficiale, un boia assassino che ne avrebbe fatte di tutti i colori. Per poi scoprire in epoche recenti che anche i meravigliosi partigiani ne hanno fatte di tutti i colori, vedi la Strage di Codevigo, nel film “Il sgreto di Italia” interprete Romina Power, che è stato ostacolato e messo alla gogna con ogni mezzo.

Tralasciando tutto quanto ci sarebbe da dire su una Italia vergognosa,  ecco il testo della lettera e relativa denuncia arrivata a noi il 21 dicembre del 2008:

Denunciante Angelo Faccia, ex GNR

Oggetto: denuncia penale a carico degli ignoti autori dell’omicidio del Comandante Junio Valerio Borghese.
Ci si domanderà: perchè dopo tanto tempo? Perchè attendere 34 anni dalla sua morte?
È documentato nella nuova edizione del libro”Affondate Borghese!”
Nessuno aveva interesse che questa sconcertante verità venisse pubblicamente rivelata: da una parte i Carabinieri del SID con il sequestro del materiale investigativo e dall’altra ignoti killer che hanno tentato più volte di farmi tacere per sempre, ma… GOTT MIT HUNS, “Dio è con me”, era inciso sulla fibbia della cinghia dei camerati germanici…
E dato che oggi si ragiona in termini di “casta”, anch’io voglio poter dire che appartengo alla CASTA più nobile, mai conosciuta e mai esistita prima: quella dei combattenti dell’Onore, i Cavalieri della R.S.I. e come tale non potevo non presentarmi al più nobile dei Cavalieri di questa CASTA, il Comandante Junio Valerio Borghese, senza dirgli: Comandante, ho lottato fino all’ultimo, non vi ho abbandonato né come soldato né come amico.
Questo è l’unico scopo di questa mia iniziativa…
Sarei grandemente ingenuo se pensassi che la mia denuncia possa raggiungere uno scopo pratico…

Angelo Faccia – G.N.R.

sopra, il documento originale della denuncia di Angelo Faccia alla procura di Perugia

Che altro si può dire?

Beh, innanzi tutto che l’omicidio non va in prescrizione, quindi che le autorità giudiziarie preposte dovrebbero chiedere, anzi ordinare l’esumazione della salma per stabilire con le moderne tecnologie se JV Borghese è morto per una pancreatite acuta o per avvelenamento. Se fosse vera la seconda ipotesi dovrebbero cercare e se ancora vivente/ti arrestare l’assassino o gli assassini.

Attenzione però, solo un idiota potrebbe pensare che lo abbiano ucciso i “compagni” italiani.

JV Borghese sapeva troppe cose, troppo compromettenti per i governi (uomini di potere dell’epoca), su un golpe mai avvenuto e entrato in cronaca ben tre mesi dopo la sua presunta esecuzione.

Se omicidio c’è stato è stato comandato da uomini di potere che volevano pararsi il culo, uomini che durante la “Guerra Fredda” non potevano essere messi in discussione. Si perché all’epoca l’idea del golpe circolava, eccome se circolava, all’epoca il sottoscritto lavorava con documenti Top Secret e di movimenti strani ne ho visti parecchi.

Borghese era presumibilmente in contatto con i servizi segreti americani e inglesi tant’è che uomini della Xa del Sud, passavano allegramente la Gotica avanti e indietro per portare notizie e altro e cambiandosi d’uniforme. Processato alla fine della guerra dagli americani, fu assolto da qualsiasi imputazione inerente a crimini di guerra. Ricordiamo anche che il Porto di Genova fu salvato dalla distruzione da uomini della Xa, che salvarono anche molte aziende del Nord per favorire la ricostruzione post bellica. Questa è la vera storia.
Marcello Toja

ARDETECÈ LI’ CANNELICCHIÈ!

 

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 Sopra, ENSIS SILIQUA MINOR
Cultellide dalla conchiglia liscia e arcuata, ha un periostraco sottile. Vive su fondali sabbiosi. Dimensioni di 13cm. Poco comune.

Oramai, girando per le città gli sguardi non possono fare a meno di osservare muri, case, monumenti, mezzi pubblici e quant’altro, letteralmente imbrattati di scritte e disegni vari, fatti generalmente con vernici a spruzzo contenute in bombolette che, decisamente fastidiosi, deturpano il paesaggio urbano.
Molto spesso il contenuto di questi “graffiti” hanno dei significati conosciuto per lo più solamente ai loro anonimi autori. Altre volte la maleducazione la fa da padrona. In certi casi, rari, s’intravede una qualche forma di comunicazione.
Approfittando di un tiepido primo pomeriggio dell’ottobre dell’anno scorso, mentre facevo una passeggiata in bicicletta sul lungomare della mia città, Pescara, fui colpito da una delle tante scritte spry che sporcavano il muretto di separazione tra il battuto in mattoncini della passeggiata, dall’arenile.
Mi fermai e lessi le grandi lettere rosse con i bordi poco netti ed un po’ sfumati a causa della vernice vaporizzata sotto pressione.
In dialetto pescarese dicevano:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
In italiano: RIDATECI I CANNELICCHI !
La vista di questa scritta, ai più apparentemente banale o, forse, simpatica, suscitò in me una serie di ricordi oramai riavvolti dallo scorrer del tempo, ed ora, così, d’improvviso, srotolati e leggibili.
“Cannelicchio” è il nome comune di un caratteristico bivalve dalla forma di rettangolo molto allungato, che misura, più o meno, una decina di centimetri, che vive conficatto nella sabbia.
Il cannelicchio era l’universo di noi ragazzini pescaresi non ancora adolescenti. Esso rappresentava l’ambita preda di lunghe giornate di pesca, passate a mollo nell’acqua per ore ed ore!

Denominazione scientifica e habitat: Il cannelicchio (Solen Marginatus – seguendo la catalogazione di Pannant – o Ensis Siliqua – secondo quella di Linneo –) è un bivalve dalla caratteristica forma oblunga simile ad un coltello (altro nome con cui viene riconosciuto regionalmente).
Il corpo è caratterizzato da una conchiglia morbida, allungata e molto liscia, di colore che cambia a seconda dell’età del soggetto e del fondo in cui si riproduce, la sua lunghezza può raggiungere i 15-20 cm negli esemplari più adulti.

La caccia, certo, non era delle più semplici. Il mollusco, come dicevo prima, vive completamente conficcato nella sabbia in posizione ritta. Nella sua parte inferiore c’è la lingua, così noi la chiamavamo, un’appendice muscolosa carnosa infilata nella rena che contraendosi di colpo fa scivolare il corpo del mollusco coperto dalle sue valve geometriche sotto terra quando l’animale si senta minacciato dall’alto. Sull’altra estremità, quella che si trova a livello della rena, ci sono due buchi: uno è un sifone che pompa acqua, e quindi nutrimento all’interno dell’organismo, e l’altro un sensore di onde di pressione, praticamente un orecchio.   Noi, all’epoca, questi due buchini un po’ asimmetrici tra loro in quanto a grandezza, erroneamente, li chiamavamo “occhi”.
Le nostre conoscenza in materia, d’altronde, non erano scientifiche, ma basate solamente sull’antica tradizione tramandata oralmente da generazioni e generazioni d’accaniti pescatori che ci avevano preceduti nel tempo! Il fatto di chiamarli occhi, però, aveva una sua ragione, stabilita dalla diretta osservazione dell’animale e del suo comportamento. I due buchi radenti la sabbia del fondo, visti dall’alto, con la maschera sul viso e con i raggi del sole che entravano in acqua un po’ inclinati, riflettevano con un barlume similmente a due veri occhi. Quando poi ci si avvicinava all’animale, “lui”, siccome ci aveva visto, questo era il ragionamento, se la svignava sottoterra. Lui, invece, ci sentiva arrivare.
La prima regola che il pescatore doveva imparare, era, innanzi tutto, quella di saper riconoscere i famosi (per noi) due buchini. Anche altri mollusci che vivono nella terra, come vongole e telline, hanno comunque sempre i due occhi, e spesso il “pivolo” della “banda di fratelli” prendeva fischi per fiaschi scambiando le tracce superficiali delle statiche ed inermi vongole per i buchi degl’infidi e sfuggentissimi cannelicchi. Poveretto il pivolo della cricca: l’onta che doveva subire passava attraverso le beffarde parole dei “nonni” che con lazzi e prese per il culo, schernivano il malcapitato. Questa è stata la dura gavetta dalla quale siamo passati inesorabilmente tutti noi cacciatori di canelicchi!
La seconda regola da apprendere, avidamente ascoltata dai poveri tartassati pivolini, era quella d’ingaggio con il nemico e preda giurata! Gli anziani della tribù dicevano che l’avvicinamento dovevave essere effettuato lentamente e mai direttamente sulla verticale dell’essere pena la fuga dell’animaletto, sempre perchè ci aveva…visto!
“Acquisito” il bersaglio, e qua veniva il tosto, silenziosamente senza far rumore e schizzi con i piedi palmati di gomma, bisognava scivolare sott’acqua in diagonale rispetto all’ignaro, con il braccio disteso e le dita della mano unite a mo’ di paletta, con rapida mossa inchiodare con i polpastrelli il corpo calcareo contro la sabbia, che per il malcapitato si trasformava così da sicuro rifugio in inesorabile trappola mortale!
Questa era la teoria: perfetta, lineare, semplice, come tutte le teorie!
Nella realtà, prima di divenire abili pescatori di cannelicchi, si doveva passare attraverso un tirocinio fatto di polpastrelli delle dita dolorosamente tagliati dagli affilati bordi superiori dei duri gusci, un’infinita serie di tuffi infruttuosi, avvicinamenti perfetti seguiti poi da rapidi guizzi sfocianti con un semplice sbuffo di sabbia e basta tra le mani, o al massimo una grande vongola. A quei tempi, insomma, non ci furono mai parole più vere dell’antico proverbio che dice che “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.
Arrivò, prima o poi per tutti, finalmente il Grande Giorno, quello della prima cattura…
Uh, eccoli lì gli occhietti, uno un po’ più piccolo dell’altro con i bordi un po’ sfrangiati (come da manuale!), rimasero al loro posto (per fortuna!).
Scivolai sotto con il corpo, già infreddolito dalla mia estrema magrezza dell’epoca accopiata alla lunga permanenza in acqua solo con mutandine da bagno.
“IL BRACCIO TESO E LE DITA UNITE”, le sacre parole dei saggi erano marcate a lettere di fuoco dentro la mia mente, ed ora le vedevo sfolgoraranti più che mai! Ora, o meglio allora, o mai più!
Deciso diedi un rapido colpo di pinne e di reni, rapido infilai la mano nella sabbia, e… VVVAIII! Lo bloccai là!
Impotente il “mollusco” non poteva muoversi di un sol millimetro, appiccicato al muro di sabbia! Velocemente, con il pollice della stessa mano, completai la presa del cannellicchio dall’altro lato del suo corpo.
Arrivò la parte finale, quella più delicata, quella che se sbagliata vanificava tutto il ben fatto fin’allora!
E’ incredibile che un esserino così piccolo, però conficcato nel suo elemento, possa avere tanta forza.
Da una parte tiravo io verso l’alto, mai a strappi però. Dall’altra lui in direzione opposta facendo una fiera resistenza con la lingua che cercava di conficcarsi sempre più a fondo per guadagnar millimetri vitali.br> Io non mollai, e poco per volta iniziai a sentire che le sue forze venivano meno.
Feci piano, anzi pianissimo, e finalmente sfilai del tutto il corpo del poverello, stremato dallo sforzo, con la lingua penzoloni!
La lingua!
Un cannelicchio senza la lingua è come un panino senza del buon ed abbondante prosciutto dentro!
Semisfiatato dalla lunga apnea, balzai così su all’aria, con il condannato stretto nella mano!
Che soddisfazione!
Il cerchio si chiudeva per aprire un lungo periodo di caccia con lo scopo di non fare prigionieri!
Allora con gli altri amici cacciatori, nascevano amicizie, coalizioni, partnership, che però potevano di colpo svanire come nebbia al sole quando, uno della “banda di fratelli” acchiappava più cannelicchi degli altri temporanei soci. Le gelosie territoriali, retaggi ancestrali neanche poi tanto lontani dei nostri antenati che campavano sopra i rami degli alberi, esplodevano con tonanti parole dai contenuti decisamente poco…urbani, e non era raro, anzi, che i contendenti venissero alle mani!
Con l’affinarsi della tecnica di cattura li andavamo a pescare in acque sempre più fonde, dove per logica selezione non naturale, ma stabilta da NOI, rimanevano solo quelli più grandi e difficili da prendere.
I cannelicchi li mangiavamo crudi con un pizzico di limone, gratinati, in una delicattissima e squisita salsa bianca con gli spaghetti. I cannolicchi li vendevamo ai ristoranti che li pagavano profumatamente.
I cannelicchi, il mare, erano il centro del nostro universo. Un inverno tutta la costa abruzzese fu colpita da forti mareggiate che divorarono decine e decine di metri del bell’arenile che corre per chilometri dalle nostre parti. L’acqua arrivò fin sull’asfalto della strada, diversi stabilimenti balneari crollarono, inesorabilmente minati dall’erosione attorno alle loro fondamenta.
Le amministrazioni dovettero per forza di cose correre ai ripari per salvaguardare la costa sabbiosa ed i proventi che arrivavano dai villeggianti che venivano a godersi queste belle spiaggie, e così furono posizionate delle scogliere artificiali frangiflutti a mitizzare la forza del mare durante le forti buriane di grecale, il vento dominante di queste parti. Per noi, abituati a vedere il mare libero fino all’orizzonte, questa nuova prospettiva ci sembrò un po’ strana, poi, come solitamente succede, con il tempo ci facemmo l’abitudine, e gli “scogli” divennero parte del nostro piccolo mondo di divertimento.
“ENSIS SILIQUA MINOR” e “SOLEN MARGINATUS”, sono i pomposi e quasi intimorenti nomi scientifici delle specie di cannelicchi che lungamente abbiamo pescato.
Il primo, molto comune, con il guscio di calcare un po’ più fragile rispetto al secondo che era preda un po’ più rara da trovare, ambedue, però, avevano bisogno di un sedimento sabbioso con una granulometria non troppo fine. Con il posizionamento delle nuove barriere artificiali di protezione della costa, di conseguenza s’è modificata la morfologia del fondale, ossia i normali spostamenti della sabbia sott’acqua, causata dal movimento di onde e correnti, similmente come avviene quando si spostano le dune del deserto a causa del vento, ha portato delle nuove masse di sabbia con granulometria molto più fine sotto costa, decretando, per così dire, la scomparsa dei canelicchi che non avevano più la loro terra per attecchire. Almeno questa è stata la spiegazione che un amico, esperto malacologo, mi ha dato. Ora, che la causa sia stata questa, o ci siano state delle altre concause, questo non lo so.
Di una cosa son certo, però, che i cannelicchi non ci sono più.
Nell’ottica di una giusta ripulita della città, sono state cancellate tante scritte sui muri, e con un pizzico di rimpianto e nostalgia, per me, è scomparsa anche quella che diceva:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
la cui vista, per qualche momento, mi ha fatto ripercorrere il bellissimo periodo dell’infanzia spensierata.

Murena alias MARCHIONNI GIACINTO

Ecco quello che intendevo per “operazione Washington post”, ogni lettore di edicolamarescoop, può diventare reporter, regalando la sua esperienza a tutti noi. Nel mare c’è sempre da imparare. Bravissimo Giacinto…
il direttore

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