UN PIANETA CHIAMATO DIGNITA’

C’era una volta un collaboratore della rivista Mondo Sommerso molto diverso dal consueto. Fotografava come gli altri ma ci metteva anche il cuore e soprattutto il cervello: Marco Giacomo Eletti

Qui pubblichiamo un suo reportage che nell’Italia subacquea del “tutti felici” non aveva trovato spazio

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sopra Marco Giacomo Eletti, oggi

Quando visitai Dar es Salaam, correva forse il 1979, era credo verso la fine di un inverno piovoso e tetro, e l”idea di un viaggio al caldo, mi appariva deliziosamente eccitante.

Sarei stato ospite, come giornalista, del governo tanzanese e della TTC (Tanzania Tourism Corporation) come inviato di mondo sommerso, che voleva dar notizie sulle isole di Pemba, Zanzibar e Mafia e sul delta del fiume Rufiji.

Stavo girando nella zona del porto: il quartiere del mercato delle spezie. è un luogo incantato, dove trovi di tutto, e tutto trova te. Fuori dal tempo e dallo spazio, come secoli or sono, ancora carico di immagini coloniali, carico di suoni e di profumi che si mischiano  al grido lamentoso del muezzin che chiama alla preghiera: allah akbar,  Allàh è grande!! era un crogiolo di genti,di cose e di merci,  di polvere e di sgangherati carretti, di strade e stradine sterrate, vecchie case coloniali coi colori delle facciate tutti scrostati  e declinanti,  testimonianza del fallimento socialista, come se la macchina del tempo mi avesse trasferito  nella povertà del 17 secolo, così troppo uguale a quella che avevo dinnanzi agli occhi.

Ero carico di macchine fotografiche, sudato per il caldo cattivo e umido. quando alla fine di una strada sterrata e polverosa,  il fortissimo fetore di immondizia,  un cumulo davvero grande, era così aspro e tremendo che mi colpì all’improvviso e, quasi, non caddi per terra, vomitando.

Appena dietro quella puzzolentissima montagnola, vidi un arrugginito paraurti di motocicletta inglese con la targa gialla e numeri neri.  Si muoveva.  e alzandosi al disopra del tumulo,  pareva il cappello di napoleone, vidi, a sorpresa  il volto di un vecchio negro che mi guardava fissandomi, cercando di capire se io mai rappresentassi per lui, un pericolo. era così nero, che pareva un nerissimo gorilla delle cime ugandesi.

Era sporco, incrostato di avanzi di cibo e peggio. il paraurti di quella vecchia motocicletta militare gli stava proprio sopra la testa ed era il suo copricapo.

Lui stava frugando in quella maleodorante montagna in cerca di cose da mangiare, forse da rivendere, o forse cercava soltanto la sua stessa sopravvivenza!

Il mio istinto di fotografo reporter mise subito le mani sulle macchine, già immaginavo la bellissima foto, drammatica, pubblicata sul servizio che avrei pubblicato.

Qualcosa scattò dentro di me…  mi avvicinai. Compassione, rabbia nel vedere ancora condizioni di vita subumane, e dolorosa tristezza mi staccarono le mani dalle macchine fotografiche. Presi, invece, dei soldi,  ben sapendo che, il  mostrare in quel luogo, anche un minimo di ricchezza, poteva significare di finire morti ammazzati: la vita umana li è solo un infinitesimo dettaglio, di scarsissima importanza.

Mi avvicinai e gli offrii  quei biglietti che, per me, erano  un nulla. Forse per lui la vita, in quell’ultimo gradino della dignità umana, dove poi c”è  solo la decomposizione della morte e peggio ancora dell’oblio.

Mi avvicinai, sino a poterlo toccare. Il fetore che arrivava ai miei sensi era insopportabile, inumano, orrendo. Il sudore mi colava negli occhi e nugoli di mosche non davano tregua. Le sue mani erano coperte di croste, con le dita  che fuoriuscivano dai guanti neri e sfilacciati.

Portava un consunto e liso gilet nero e neri erano i suoi deformi pantaloni, come il colore della sua pelle. il suo naso era lucido e umido,  la pelle  dei suoi piedi nudi rugosi e coperti di polvere. lo guardai negli occhi e mi  fissò,  fiero come un guerriero africano pronto a gettarsi in battaglia.

Fu solo un attimo, fuggente. Riuscii ad entrare dentro e dietro a quegli occhi e vidi ciò che lui aveva visto in tutta la sua vita… e la vidi scorrere. Ero   terrorizzato.

Prese i soldi che gli tendevo e con uno scatto felino mi artigliò tutto un braccio.

Cercava,qualcosa, con l’altra mano nelle tasche.  Pensai cercasse un coltello. Ero allenato. avevo il fisico forte del karatèka, e mi tesi  per fronteggiare il possibile pericolo.

Quando estrasse la mano dalla tasca, nel palmo lercio e sudicio, teneva una vecchia lametta da barba tutta arrugginita: me la mise in mano e poi con un sorriso  sdentato e sbilenco, ma con  grande delicatezza, mi richiuse le dita della mia mano come una richiesta a  tenere forte ciò che per lui rappresentava: un tesoro immenso e me lo regalava. Io,il vecchio cacciatore di immagini, sopra e sotto il mare, nei luoghi più remoti ed impervi, nelle giungle più inesplorate, attraverso pericoli di ogni genere,  negli abissi più profondi, stavo per atterrare in un pianeta sino allora sconosciuto. Ciò che per tutta la vita avevo cercato, stava finalmente lì, davanti a me.

Non avrei del resto mai immaginato di trovare proprio dietro ad una putrida montagna di rifiuti, la più alta forma di umana dignità.

O forse anche un pezzo perduto di Dio, il mio Bosone di Higgs.( il bosone da cui ebbe origine il tutto: il tempo, lo spazio e l”universo e l”assoluto)

Quell’uomo povero che anche la più tetra povertà rifiuterebbe, non aveva accettato l’elemosina.

Per quelle poche monete, date dal mio egoismo,  mi aveva regalato il suo bene più prezioso. Non vi era , infatti alcuna proporzione  tra  i valori di ciò che gli avevo dato io e quel che mi aveva dato lui.

Sarebbe stata, credo, la  più bella foto, quella da sempre ricercata spasmodicamente per il successo personale, per lo scoop, per i futuri premi e riconoscimenti internazionali, per  l”eclatante articolo foto giornalistico,  che avrei firmato al mio ritorno in Italia. Per il mio super- ego di cacciatore di immagini e per i soldi che avrebbe reso.

Dopo questo racconto, ancora oggi, conoscenti ed amici  mi chiedono di poter vedere quella incredibile foto: forse l” immagine di Dio, travestito da barbone.

Come un sacerdote che apre un ostensorio, mostro loro una  bella scatoletta araba di legno intarsiato : quando si solleva il coperchio, sembra di udire un bellissimo e antico carillon.

È una musica dolce e malinconica, che  culla il pensiero  dentro l”anima e dona una  vera  e totale pace interiore: accade come un miracolo.

Dentro a quella scatoletta, dal fondo ricoperto di un bel velluto rosso, non c’é nulla,  solo una vecchissima e antica lametta da barba tutta arrugginita.

Marco Giacomo Eletti

Nota della direzione:

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