LA CARICA DEI SETTECENTO

l’immagine che vedete  sopra è l’unica al mondo, ed è una istantanea dell’ultima carica di cavalleria della II Guerra Mondiale, per la precisione, del nostro Savoia Cavalleria, in terra di Russia a  Isbuschenskij.
Il bilancio delle perdite, pur doloroso, fu contenuto da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento.
               I sovietici lasciarono sul campo 250 morti e 300 prigionieri, oltre a una cospicua mole di armi (decine di mitragliatrici e mortai, svariate centinaia di fucili e mitra).    Per anni questa carica mi è stata descritta come una stupidità da esaltati militari affascinati più dalla gloria che dalla concretezza.      In realtà, come dicono i numeri fu una grande vittoria della cavalleria sulla tecnologia. Settecento cavalieri spazzarono via migliaia di russi con cannoni e mitragliatrici.        Dunque non una stupida e avventata dimostrazione di vanagloria, ma una precisa e ben calcolata azione militare, fatta dal nostro Savoia cavalleria che fu decorato con la medaglia d’oro.

Cari ragazzi, quella che vi voglio raccontare è una piccola storia incastonata nella grande storia del secolo passato. Una di quelle storie che sembrano appartenere ai romanzi, ai film e non alla realtà. Il mio desiderio di fare luce sulla storia, di raccontare la verità e non cantare nel coro dei mistificatori che pur di far carriera si sono adeguati allo spartito.  Vivere in trincea, come accade ormai da 60 e rotti anni allo scrivente, consente di mettere nel curriculum accadimenti strani, a volte eccezionali.                                                                   I fatti: stavo pulendo la piazza di Lerici in un sabato invernale del 2008 (durante il mi periodo da spazzino durato cinque lunghi anni, cosa non si fa per mangiare!), quando un signore mi si avvicina e mi chiede qualcosa. Mi levo le cuffie dalle orecchie, la voce di Giovannotti, viene meno da un’orecchio e chiedo al mister di ripetere. «Ho buttato per sbaglio il telefonino e un anello nella pattumiera della carta» mi racconta lo sventurato con aria afflitta. «Vediamo che cosa si può fare», rispondo io, sapendo che da quel momento uscivo dagli schemi del mio lavoro ed ero passibile di rapporto, comunicazione disciplinare, anticamera al licenziamento. Nel mio caso d’individuo politicizzato, rivoluzionario e irriducibile nei confronti dei “superiori”, poteva significare solo una cosa: la fame.

 

 

 

 

 

 

 

sopra, incredibile come si trasformava la barba degli alpini, camminando a oltre 40 gradi sotto lo zero

Ciò detto, raggiungo con il trafelato signore l’interrato della carta, uno di quei cassonetti dei quali emerge solo la parte superiore, mentre il serbatoio e parecchi metri sotto terra.    Con le mani guantate apro lo sportello che dovrebbe essere chiuso a chiave, ma che io sapevo non esserlo da almeno un anno e mi metto a sguazzare con le mani fra gli strati della carta gettata via. Trovo l’anello del disperato, gettato via insieme al telefono ma niente cellulare.       Dico all’uomo di darmi il numero per farlo suonare, eseguo la chiamata e sentiamo sotto metri di carta il vibrare del telefonino. «Niente da fare, è scivolato in basso» annuncio allo sbadato signore con i baffi ed una espressione simpatica.
Faccio un ultimo tentativo e incontro con le mani uno strato di libri vecchi. Butto in là molti titoli insignificanti, poi mi viene fra le mani “Nikolajewka: c’ero anch’io”  a cura di Giulio Bedeschi. È un libro scritto e pubblicato trent’anni fa, che parla di fatti di trent’anni prima. Tutti accaduti cinque anni prima che io nascessi.                   Quasi tutti i protagonisti sono già morti in Russia, oppure di vecchiaia.  Le pagine sono ingiallite ma pulite, la parte superiore dei fogli chiusi e piena di polvere e macchie gialle e indica che per molti anni non è stato aperto e letto.
Ma quel libro è come una bottiglia che dopo aver navigato nell’oceano del tempo arriva a me, proprio a me che come giornalista e storico da oltre trent’anni mi occupo di quel periodo.
Più che un libro e una raccolta di testimonianze dei sopravvissuti alla ritirata di Russia ed alla storica ultima battaglia di Nikolajewka, una località di scarsa importana dell’Ucraina, il luogo dove i russi pensavano di sterminare l’ARMIR ed il corpo di spedizione alpino, insieme ai tedeschi,  agli ungheresi e rumeni che si ritiravano insieme a noi.
Presi il libro come se avessi trovato un tesoro e lo riposi all’interno di un sacchetto che conteneva le maniche del giubbetto termico e impermeabile (quasi).
Poi continuai l’operazione telefonino che si concluse con il ritrovamento del telefonino grazie all’intervento di un camion dell’ACAM che sfilò tutto il deposito della carta e lo rovesciò su una apposita griglia.

 

sopra, la fiumana di eroi, che venne definita “sbandati” in realtà dopo aver sparato fino all’ultima cartuccia, molti si accodarono ai veri sbandati (ammesso che ce ne fossero) poiché non potevano più far nulla se non camminare
Che cosa aveva portato quel libro fino a me? Perché proprio io? Molti dei giovani di oggi non sanno nemmeno che è esistita una ritirata di Russia, figuriamoci una battaglia di Nikolajewka.
Eppure sembrava che quei combattenti, ormai quasi tutti morti, avessero scelto la persona giusta per poter esistere ancora.              Per poter far sentire la loro voce a distanza di sessantacinque anni. Che dire poi se la data di ritrovamento del libro fu proprio il 26 gennaio del 2008, esattamente sessantacinque anni dopo quel combattimento?
Casi della storia? Magia della vita?
Pensate quello che vi pare, ma io sono dell’idea che di casuale non c’è nulla.
Detto questo, veniamo alla sostanza.   Nella mia mente di nato con la Repubblica italiana fondata sul lavoro, in particolare il mio; l’immagine della ritirata di Russia che mi era stata raccontata, era un’epopea di sbandati, che per mesi e mesi si erano trascinati nella steppa senza nessuna resistenza, massacrati dai russi, dai tedeschi che li gettavano giù dai camion, armati di armi inservibili causa il freddo. Insomma delle larve umane senza né onore né gloria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, una pattuglia di alpini sciatori, erano il terrore dei giovani soldati russi. Attaccavano urlando, sparavano all’impiedi falciando la fanteria e poi scomparivano aiutati dalle loro mimetiche bianche. Dotati di durissima scorza erano montanari abituati al freddo ed alla fatica

Che dire quando dalla testimonianza diretta dei protagonisti scopro invece una realtà completamente diversa: la ritirata di Russia, fu un ripiegamento, attuato per impedire alle preponderanti forze russe che avevano sfondato nella zona difesa da ungheresi e tedeschi, di accerchiare il corpo di spedizione italiano ed in particolare quello della fanteria del Vicenza, degli alpini della Julia, della Cuneense e della Tridentina.
Insieme a reparti del genio e ad un battaglione corazzato tedesco.
Gli alpini erano stati fino a quel giorno perfettamente trincerati sul fiume Don, dove avevano scavato e preparato per l’inverno delle ottime postazioni in grado di resistere al freddo e alle cannonate dei russi. Questi ultimi avevano invano tentato di penetrare nelle linee difese dagli alpini e dalla relativa artiglieria, scoprendo che le nostre linee erano impermeabili.
Fra il 16 ed il 18 gennaio del 1943 giunse alle truppe italiane l’ordine di ripiegare per evitare l’accerchiamento.    La battaglia finale per uscire dalla sacca, si svolse il 26 gennaio del 1943. Se la matematica non è una opinione, la tragica ritirata di Russia, sempre enfatizzata da coloro che da un mezzo secolo cercano di dipingerci come dei suonatori di mandolino e pizzaioli, durò 8-10 giorni.
Ma c’è di più, molto di più. Nelle molte battaglie che si svolsero in quegli otto-dieci giorni, gli alpini riportarono delle clamorose vittorie, uccidendo e mettendo in fuga migliaia di Russi, anche se questi erano armati di “parabellum” la famosa “pepesha” come la chiamavano loro, di carri armati pesanti T-34 (34 tonnellate), di lanciamissili katiusha, di viveri, pellicce, Wodka, tabacco e quant’altro
Gli alpini avevano, moschetti 91/38, fucili 1891, mitragliatrici Breda, bombe a mano, artiglieria e quattro blindati tedeschi del generale Ebel, a dare manforte.
Causa una mancanza di comunicazione, la Cuneense e la Julia, si incamminarono verso la distruzione e la prigionia poiché si diressero a Waluiki, come da piano originale; località che era caduta in mani russe a loro insaputa.
Si difesero con le unghie e con i denti e la resa venne solo al termine delle munizioni.
Il rimanente corpo di spedizione che ebbe la fortuna di ricevere una comunicazione sulla situazione di Waluiki, si diresse invece a Nikolajewka, attraverso una serie di battaglie che decimarono i reparti, generando quella fiumana di “sbandati”, che erano in realtà gli eroi di tante battaglie, rimasti senza munizioni.
In particolare non è vero che le nostre armi non funzionavano; le nostre artiglierie avevano difficoltà a perforare le corazze dei T-34 ma la cosa era risaputa fin dall’inizio. Ciò nonostante vincemmo tutte le battaglie che cercavano di chiuderci in una sacca, mettendo in fuga i russi che erano (alcuni) quasi bambini, gettati da Stalin nella mischia, come carne da macello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sopra, nella carta si vede chiaramente come i russi sfondarono a destra e sinistra del corpo di spedizione alpino, avendo compreso che non era possibile vincere con una battaglia frontale

Gli alpini Del Vestone, dell’Edolo, della compagnia comando, insomma della leggendaria Tridentina erano dei veterani duri ed incalliti.
Non è vero che i tedeschi furono solo dei cattivi che ci gettavano giù dai camion; combatterono con noi, morirono con noi.     Alcuni piccoli episodi d’intolleranza vennero enfatizzati dai finti storici per giustificare il nostro tradimento l’8 settembre del 1943.
Nonostante il freddo i nostri cannoni spararono fino all’ultimo colpo ed i fucili Beretta 1891 dei nostri alpini, avevano la meglio sui parabellum dei russi, che servivano solo nella distanza ravvicinata.
Dal punto di vista militare, il nostro ripiegamento fu un successo, costellato di vittorie, dove i nostri soldati, i nostri fanti e i nostri alpini dimostrarono che gli italiani erano i migliori soldati del mondo.
Purtroppo, tornati in patria questi eroi trovarono solo caos, dal caos nacque la falsità di chi gettò un velo di polvere sull’eroismo degli itliani in Russia.    Un eroismo riconosciuto persino dai russi che ci incensarono e dai civili russi che accolsero ovunque gli italiani con amore, donando loro cibo e generi di prima necessità.
In effetti gli ucraini ne avevano le palle piene del Soviet, già negli anni quaranta, ma i loro figli erano costretti a combattere contro gli italiani.
Episodi di generosità si registrarono da ambo le parti e in molte occasioni, italiani e “russi” mangiarono e dormirono insieme nelle stesse isbe.
E’ vero che i tedeschi furono più duri con i russi e furono trattati molto più duramente dagli stessi, che li fucilavano sul posto.             Per comprendere meglio quanto dico, ecco alcuni frammenti di quelle testimonianze che vi faranno aprire gli occhi sulla verità. Si tratta di testimonianze di coloro che gettarono i propri corpi e le proprie vite contro il piombo del nemico per la Patria, per l’Italia, nella quale credevano, ma anche per uno stupendo sentimento, uno spirito di corpo che solo noi italiani possediamo quando veniamo messi con le spalle al muro.
A questo spirito di corpo dobbiamo rivolgerci noi tutti nel momento in cui l’Italia rischia di diventare un paese alla deriva. Tutti i vivi all’assalto!

Tenente Martino Occhi, Comandante la 53° Compagnia, Battaglione Vestone, 6° Reggimento Alpini…
Il 22 gennaio 1943 il Vestone parte alla testa della colonna, io alla testa della 53° compagnia supero con poca difficoltà, ma grande decisione dei miei alpini un paese, prendendo prigionieri dei partigiani armati di parabellum. Più avanti si avvista un paese molto ben difeso con tanti carri armati. Dopo un nutrito tiro della nostra artiglieria quattro carri armati russi fugono a Nord, sulla destra del nostro schieramento, noi attacchiamo ed i miei alpini catturano e mandano a pezzi, tre fucili mitragliatori,due mitragliatrici, parecchi parabellum ed immobilizzano due carri armati russi. Si arriva verso sera a Scheljakino.
Nella giornata del 23 faticosa marcia, si vive mangiando miele. IL 24 ancora in testa al Vestone; con la 53° Compagnia catturiamo un centinaio di prigionieri e molte munizioni (queste ultime e i relativi parabellum saranno la nostra salvezza a Nikolajevka); a sera ci ricoveriamo alla meglio in stalle con tetti di paglia tra Malakjewa e Romankowo. Dei partigiani appiccano il fuoco al tetto che nella notte crolla e troviamo al mattino 8 cadaveri carbonizzati, non possiamo identificarli, parecchi altri restano ustionati. Mattino rigidissimo. Si prosegue. Varie scaramucce con partigiani anche fra boschi. A sera si arriva a Nikitowka.
26 gennaio 1943 si parte all’alba, si sa che c’è un ultimo caposaldo russo, si giunge presto in vista di Nikolajewka. Si sosta in attesa di precisi ordini. Si sa che il battaglione Edolo , a retroguardia è impegnato coi partigiani. Gli alpini sono impazienti di proseguire l’azione. Finalmente il maggiore Bracchi dà ordine d’attacco. I due panzer tedeschi aprono il fuoco e noi proseguiamo l’azione. La reazione nemica è vivacissima. Avanziamo affiancati: la 55° comandata dal capitano Signori, la compagnia comandi comandata dal tenente Pendoli, la 53° comandata dal sottoscritto. Immediatamente si accende una intensissima sparatoria con tutte le armi efficenti; io mi accorgo che il port’arma di una mia squadra di fucilieri cade colpito da un colpo anticarro, balzo sul posto raccolgo l’arma e vuoto il caricatore contri russi che vicinissimi impongono l’alzata delle mani. Ricarico il mitragliatore e scaricandolo sui serventi del pezzo anticarro russo posto vicino al cavalcavia della ferrovia li faccio smettere di sparare, inseguo di corsa i russi fuggitivi. Un russo nascosto da un cespuglio mi spara a bruciapelo e la pallottola strisciandomi sul petto, mi trapassa il braccio e mi getta a terra; in un primo momento mi impressiona il sangue che mi scorre lungo il braccio, ma il pronto accorrere dei miei alpini mi dà coraggio e mi rialzo e con loro e le altre due compagnie scavalchiamo la strada ferrata rialzata e perlustriamo le prime isbe… va notato che questa testimonianza è quella di un ufficiale che aveva alle spalle dieci giorni di battaglie, poco o quasi nulla di cibo e riposo, temperature che andavano da -35 a -45 gradi sotto lo zero.
A leggere queste parole si stenta a ritrovare il fante deluso, amareggiato e sgamato, che secondo la propaganda post bellica, ha popolato le nostre fantasie, ma vediamo un altro pezzetto di storia:

sopra, uno StuG III, un cacciacarri tedesco, uno dei due blindati rimasti del 24° corpo corazzato germanico che giunse con quattro mezzi fino a Nikolajewka, su quel carro che, data l’unicità, era il bersaglio privilegiato da tutti gli artiglieri russi, il generale Reverberi guidò l’assalto finale sopravvivendo. Andò meno bene a moltissimi alti ufficiali che andarono all’assalto con gli alpini.

Tenente colonnello Carlo Camin, aiutante maggiore 6° Reggimento Alpini
…La situazione diventa pericolosa. La 76° batteria anticarro del Capitano Miglietti prende posizione e spara: esito più che brillante, un carro è presto in fiamme ed un altro ben centrato si arresta. Il generale mi manda a sollecitare l’arrivo del 5° che sta già serrando sotto. Parlo con il colonnello Adami che ci viene incontro e raggiunge Reverberi (il generale che urlando “Tridentina avanti” con voce sovrumana, fece scendere la massa urlante di alpini e “sbandati” che spazzò un’intera divisione russa a Nikolajewka).

C’è Calbo, comandante del gruppo Vicenza al quale fino ad oggi è stata celata la morte del suo aiutante maggiore capitano Polo.                       «Due pezzi cingolati tedeschi prendono posizione in una balka sottostante. Tensione in tutti. Ma ecco che si sviluppa superba, direi leggendaria, l’azione a largo raggio dell’Edolo, che vedo svolgersi nitida sotto i nostri occhi.  Belotti lancia le sue compagnie in perfetta formazione di combattimento: puntano rapidamente, dalla sinistra, sulla piana di Scheljakino dirette sul nemico. Gli alpini appaiono svelti, agili, sul biancore della neve. Così li vediamo tutti. È una visione che commuove. Sembra quasi di assistere ad una esercitazione e non ad un atto di uomini disperati, già duramente provati da altre giornate di dura lotta, d’improbe fatiche in un clima intollerabile…(omissis)
Il nemico sgombra e ripiega. I suoi carri sono già stati raggiunti ed assaliti dagli alpini, quelli ancora efficenti si dirigono verso Warwarowka; rimangono alcune fumanti carcasse e qualche carro abbandonato…
Qui finisce l’elenco delle testimonianze che potrebbe continuare per giorni (tanto è spesso il libro) sullo stesso tono, anche quando si parla di coloro che ebbero i piedi congelati, furono feriti, patirono la fame eccetera.

 

 

la copertina di uno dei molti libri, con alcune rare immagini. Le foto a giungere in Italia furono veramente poche e pochissime furono quelle realizzate durante le azioni che furono terribili, infernali.

 

Si parla di eroismo, un incredibile eroismo ed una incredibile dimostrazione di coraggio, disciplina ed addestramento, che i soldati italiani dimostrarono in russia, in condizioni climatiche che alcuni di noi, che non hanno battuto le piste dell’alta montagna, non riescono neppure ad immaginare.

A Nikolajewka, spazzammo via una intera divisione russa e la stessa “Pravda” dovette ammettere che il corpo militare alpino usci invitto dalla terra di Russia.   Gli ufficiali, generali compresi presero parte alle battaglie e morirono insieme agli alpini e va detto che prima del ripiegamento, determinato dal crollo del settore tedesco- ungherese, il fronte tenuto da noi sul Don risultò impenetrabile ai russi che lasciarono sul fiume gelato interi battaglioni di caduti.
Una pagina dimenticata che invece occorre ricordare, per comprendere che gli attuali militari italiani che operano all’estero, non sono improvvisamente e stranamente attivi e validi.                        In contrasto con una falsa tradizione di viltà, qualunquismo e superficialità, esprimono una tradizione che dalla prima guerra mondiale ad oggi, non ha mai conosciuto soluzione di continuità. Questa è la verità, ed altre verità storiche vi comunicherò man mano che mi verranno consegnate dalla vita.
Il libro, trovato fra i rifiuti, urlava per essere letto. Quei morti, rimasti laggiù in terra di Russia non vogliono essere dimenticati, non devono essere dimenticati.
Quando vi chiedete perché dovete rinunciare a benessere e carriera, per salvare l’onore e la verità, pensate a loro ed alla frase gridata da un ufficiale, poi caduto con i suoi alpini e circondato da preponderanti forze nemiche. “Tutti i vivi all’assalto!
La vostra Nikoljewka sarà l’ufficio, l’officina, la banca, le strade. Discendete dagli eroi dell’Armir, della X Mas, della Aqui e potrei andare avanti per ore ed ore a raccontarvi tante verità che vi hanno mentito e/o nascosto sotto il tappeto polveroso e in finto persiano della storia dei “vincitori”.
Siete figli di eroi, discendenti dalle legioni romane, non abbattetevi, non pensate di essere secondi a qualcuno.   Intervenite sempre, imponetevi, siete italiani! Sacrificatevi perché la verità, la giustizia e la libertà trionfino. Forse morirete poveri e dimenticati come lo scrivente ma che bello guardare la vostra faccia allo specchio! Non pensate mai lo farà qualcun altro… fatelo voi!

il direttore

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4 pensieri su “LA CARICA DEI SETTECENTO”

  1. Con rispetto. Va tutto bene: è pur sempre una soddisfazione poter sottolineare che i nostri soldati (in Russia od altrove) hanno fatto il loro dovere, che erano stati ben addestrati, che si sono comportati con impegno, … tutto bene. E’ motivo di orgoglio.
    E mi ha fatto molto piacere leggere l’articolo: sono goloso di sapere in generale.

    Però – facendo un passo indietro ed osservando la situazione da più lontano (così i dettagli influenzano meno la “ciccia” della situazione) – mi suona strano leggere, dato che da una parte c’eravano gli italiani e dall’altra i russi, che quelli bravi fossero
    > … coloro che gettarono i propri corpi e le proprie vite contro il piombo del nemico per la Patria, per l’Italia, nella quale credevano …
    mentre il cattivo era
    > il nemico [che] sgombra e ripiega. I suoi carri sono già stati raggiunti ed assaliti dagli alpini, quelli ancora efficenti si dirigono verso Warwarowka; rimangono alcune fumanti carcasse e qualche carro abbandonato …

    Mi suona strano perchè c’erano degli italiano in Russia che sparavano ai russi, ed erano gli italiani ad avere ragione … solo perchè (la dico male, ma è per badare all’arrosto senza farsi influenzare dal fumo) baffetto aveva manie di grandezza, ed al crapone serviva un pugno di morti per sedersi al tavolo delle trattative.

    Ho le mie idee, ma lo dico in modo asettico: leggendo l’articolo vedo descritto uno schieramento di magnifici che
    > spazzarono via migliaia di russi con cannoni e mitragliatrici.
    Non c’è dubbio tra chi siano i buoni e chi i cattivi.
    Se la descrizione di un aspetto di quella vicenda è così dipinto, in modo volutamente partigiano, per poterla contrapporre ad una storia che abitualmente viene tratteggiata come disonorevole d’accordo. E’ tutto lecito. E condivido.
    Ma dev’essere tenuto presente che, in quell’occasione, chi voleva imporre la propria visione del mondo ad altri, in casa loro e con la violenza, eravamo noi …

    Che cos’è che non ho capito? 🙂

    1. Semplicemente che non era un articolo scritto per esaltare qualcuno, si tratta di storia dove noi italiani siamo sempre stati fatti passare per mandolinari semi deficienti da una sinistra stalinista (italiana) che aveva insieme ai “liberatori” l’obiettivo di annientare nelle masse qualunque orgoglio e ideale, con il risultato che possiamo vedere tutti i giorni oggi. Una classe dirigente che non fa che rubare e priva di amor di Patria e una massa di ignavi che se andasse al potere ruberebbe come i politici. La storia è storia, quella vera; non c’è nulla da capire ma solo da conoscere, in merito alla valutazione degli italiani che attaccano la povera Russia, credo che tu stia dimenticando il patto Ribbentrop/Molotov in merito ad attacchi non si salvava proprio nessuno. Con simpatia Marcello

  2. “Caro Direttore, per un lungo momento l’orgoglio che ha profuso il Suo articolo circa la verità sulla presunta scarsa belligeranza dell’ARMIR mi ha riempito di orgoglio. Mi sarei messo a piangere debbo a Lei in particolare il ravvivarsi di questo dolce sentimento di amore prima per la mia patria e poi per il mio paese che certo come si é trasformato oggi non condivido. Però c’é un però. Un però pericoloso perché vede carissimo che se da quel sentimento che giustamente Lei pretende e che approvo si passa a difendere ed a risuscitare un certo tipo di passato fatto si di gloria ma anche di prepotenze e di ridicole messe in scena , ebbene ce ne corre ed allora mi dispiace, ma io che in fondo sono e rimango sempre un pacifista, non La seguo più” capt. Franco Masini- Lucca Italia

    1. Il mio obiettivo è scrivere la verità, su cose della storia che sono state mistificate, e sono veramente tante. Più vado a fondo e più ne scopro. Non entro nel merito della parola “pacifista” solo Le domando Capitano, di riflettere sul significato della parola stessa.
      In un mondo in equilibrio fra gli attentati suicidi e l’olocausto finale, io non riesco a comprendere a fondo il senso di quella parola, sicuramente è un mio limite. Cordiali saluti e grazie per il suo commento.
      il direttore

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