ARDETECÈ LI’ CANNELICCHIÈ!

 

Schermata 2016-04-11 alle 21.16.04

 Sopra, ENSIS SILIQUA MINOR
Cultellide dalla conchiglia liscia e arcuata, ha un periostraco sottile. Vive su fondali sabbiosi. Dimensioni di 13cm. Poco comune.

Oramai, girando per le città gli sguardi non possono fare a meno di osservare muri, case, monumenti, mezzi pubblici e quant’altro, letteralmente imbrattati di scritte e disegni vari, fatti generalmente con vernici a spruzzo contenute in bombolette che, decisamente fastidiosi, deturpano il paesaggio urbano.
Molto spesso il contenuto di questi “graffiti” hanno dei significati conosciuto per lo più solamente ai loro anonimi autori. Altre volte la maleducazione la fa da padrona. In certi casi, rari, s’intravede una qualche forma di comunicazione.
Approfittando di un tiepido primo pomeriggio dell’ottobre dell’anno scorso, mentre facevo una passeggiata in bicicletta sul lungomare della mia città, Pescara, fui colpito da una delle tante scritte spry che sporcavano il muretto di separazione tra il battuto in mattoncini della passeggiata, dall’arenile.
Mi fermai e lessi le grandi lettere rosse con i bordi poco netti ed un po’ sfumati a causa della vernice vaporizzata sotto pressione.
In dialetto pescarese dicevano:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
In italiano: RIDATECI I CANNELICCHI !
La vista di questa scritta, ai più apparentemente banale o, forse, simpatica, suscitò in me una serie di ricordi oramai riavvolti dallo scorrer del tempo, ed ora, così, d’improvviso, srotolati e leggibili.
“Cannelicchio” è il nome comune di un caratteristico bivalve dalla forma di rettangolo molto allungato, che misura, più o meno, una decina di centimetri, che vive conficatto nella sabbia.
Il cannelicchio era l’universo di noi ragazzini pescaresi non ancora adolescenti. Esso rappresentava l’ambita preda di lunghe giornate di pesca, passate a mollo nell’acqua per ore ed ore!

Denominazione scientifica e habitat: Il cannelicchio (Solen Marginatus – seguendo la catalogazione di Pannant – o Ensis Siliqua – secondo quella di Linneo –) è un bivalve dalla caratteristica forma oblunga simile ad un coltello (altro nome con cui viene riconosciuto regionalmente).
Il corpo è caratterizzato da una conchiglia morbida, allungata e molto liscia, di colore che cambia a seconda dell’età del soggetto e del fondo in cui si riproduce, la sua lunghezza può raggiungere i 15-20 cm negli esemplari più adulti.

La caccia, certo, non era delle più semplici. Il mollusco, come dicevo prima, vive completamente conficcato nella sabbia in posizione ritta. Nella sua parte inferiore c’è la lingua, così noi la chiamavamo, un’appendice muscolosa carnosa infilata nella rena che contraendosi di colpo fa scivolare il corpo del mollusco coperto dalle sue valve geometriche sotto terra quando l’animale si senta minacciato dall’alto. Sull’altra estremità, quella che si trova a livello della rena, ci sono due buchi: uno è un sifone che pompa acqua, e quindi nutrimento all’interno dell’organismo, e l’altro un sensore di onde di pressione, praticamente un orecchio.   Noi, all’epoca, questi due buchini un po’ asimmetrici tra loro in quanto a grandezza, erroneamente, li chiamavamo “occhi”.
Le nostre conoscenza in materia, d’altronde, non erano scientifiche, ma basate solamente sull’antica tradizione tramandata oralmente da generazioni e generazioni d’accaniti pescatori che ci avevano preceduti nel tempo! Il fatto di chiamarli occhi, però, aveva una sua ragione, stabilita dalla diretta osservazione dell’animale e del suo comportamento. I due buchi radenti la sabbia del fondo, visti dall’alto, con la maschera sul viso e con i raggi del sole che entravano in acqua un po’ inclinati, riflettevano con un barlume similmente a due veri occhi. Quando poi ci si avvicinava all’animale, “lui”, siccome ci aveva visto, questo era il ragionamento, se la svignava sottoterra. Lui, invece, ci sentiva arrivare.
La prima regola che il pescatore doveva imparare, era, innanzi tutto, quella di saper riconoscere i famosi (per noi) due buchini. Anche altri mollusci che vivono nella terra, come vongole e telline, hanno comunque sempre i due occhi, e spesso il “pivolo” della “banda di fratelli” prendeva fischi per fiaschi scambiando le tracce superficiali delle statiche ed inermi vongole per i buchi degl’infidi e sfuggentissimi cannelicchi. Poveretto il pivolo della cricca: l’onta che doveva subire passava attraverso le beffarde parole dei “nonni” che con lazzi e prese per il culo, schernivano il malcapitato. Questa è stata la dura gavetta dalla quale siamo passati inesorabilmente tutti noi cacciatori di canelicchi!
La seconda regola da apprendere, avidamente ascoltata dai poveri tartassati pivolini, era quella d’ingaggio con il nemico e preda giurata! Gli anziani della tribù dicevano che l’avvicinamento dovevave essere effettuato lentamente e mai direttamente sulla verticale dell’essere pena la fuga dell’animaletto, sempre perchè ci aveva…visto!
“Acquisito” il bersaglio, e qua veniva il tosto, silenziosamente senza far rumore e schizzi con i piedi palmati di gomma, bisognava scivolare sott’acqua in diagonale rispetto all’ignaro, con il braccio disteso e le dita della mano unite a mo’ di paletta, con rapida mossa inchiodare con i polpastrelli il corpo calcareo contro la sabbia, che per il malcapitato si trasformava così da sicuro rifugio in inesorabile trappola mortale!
Questa era la teoria: perfetta, lineare, semplice, come tutte le teorie!
Nella realtà, prima di divenire abili pescatori di cannelicchi, si doveva passare attraverso un tirocinio fatto di polpastrelli delle dita dolorosamente tagliati dagli affilati bordi superiori dei duri gusci, un’infinita serie di tuffi infruttuosi, avvicinamenti perfetti seguiti poi da rapidi guizzi sfocianti con un semplice sbuffo di sabbia e basta tra le mani, o al massimo una grande vongola. A quei tempi, insomma, non ci furono mai parole più vere dell’antico proverbio che dice che “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.
Arrivò, prima o poi per tutti, finalmente il Grande Giorno, quello della prima cattura…
Uh, eccoli lì gli occhietti, uno un po’ più piccolo dell’altro con i bordi un po’ sfrangiati (come da manuale!), rimasero al loro posto (per fortuna!).
Scivolai sotto con il corpo, già infreddolito dalla mia estrema magrezza dell’epoca accopiata alla lunga permanenza in acqua solo con mutandine da bagno.
“IL BRACCIO TESO E LE DITA UNITE”, le sacre parole dei saggi erano marcate a lettere di fuoco dentro la mia mente, ed ora le vedevo sfolgoraranti più che mai! Ora, o meglio allora, o mai più!
Deciso diedi un rapido colpo di pinne e di reni, rapido infilai la mano nella sabbia, e… VVVAIII! Lo bloccai là!
Impotente il “mollusco” non poteva muoversi di un sol millimetro, appiccicato al muro di sabbia! Velocemente, con il pollice della stessa mano, completai la presa del cannellicchio dall’altro lato del suo corpo.
Arrivò la parte finale, quella più delicata, quella che se sbagliata vanificava tutto il ben fatto fin’allora!
E’ incredibile che un esserino così piccolo, però conficcato nel suo elemento, possa avere tanta forza.
Da una parte tiravo io verso l’alto, mai a strappi però. Dall’altra lui in direzione opposta facendo una fiera resistenza con la lingua che cercava di conficcarsi sempre più a fondo per guadagnar millimetri vitali.br> Io non mollai, e poco per volta iniziai a sentire che le sue forze venivano meno.
Feci piano, anzi pianissimo, e finalmente sfilai del tutto il corpo del poverello, stremato dallo sforzo, con la lingua penzoloni!
La lingua!
Un cannelicchio senza la lingua è come un panino senza del buon ed abbondante prosciutto dentro!
Semisfiatato dalla lunga apnea, balzai così su all’aria, con il condannato stretto nella mano!
Che soddisfazione!
Il cerchio si chiudeva per aprire un lungo periodo di caccia con lo scopo di non fare prigionieri!
Allora con gli altri amici cacciatori, nascevano amicizie, coalizioni, partnership, che però potevano di colpo svanire come nebbia al sole quando, uno della “banda di fratelli” acchiappava più cannelicchi degli altri temporanei soci. Le gelosie territoriali, retaggi ancestrali neanche poi tanto lontani dei nostri antenati che campavano sopra i rami degli alberi, esplodevano con tonanti parole dai contenuti decisamente poco…urbani, e non era raro, anzi, che i contendenti venissero alle mani!
Con l’affinarsi della tecnica di cattura li andavamo a pescare in acque sempre più fonde, dove per logica selezione non naturale, ma stabilta da NOI, rimanevano solo quelli più grandi e difficili da prendere.
I cannelicchi li mangiavamo crudi con un pizzico di limone, gratinati, in una delicattissima e squisita salsa bianca con gli spaghetti. I cannolicchi li vendevamo ai ristoranti che li pagavano profumatamente.
I cannelicchi, il mare, erano il centro del nostro universo. Un inverno tutta la costa abruzzese fu colpita da forti mareggiate che divorarono decine e decine di metri del bell’arenile che corre per chilometri dalle nostre parti. L’acqua arrivò fin sull’asfalto della strada, diversi stabilimenti balneari crollarono, inesorabilmente minati dall’erosione attorno alle loro fondamenta.
Le amministrazioni dovettero per forza di cose correre ai ripari per salvaguardare la costa sabbiosa ed i proventi che arrivavano dai villeggianti che venivano a godersi queste belle spiaggie, e così furono posizionate delle scogliere artificiali frangiflutti a mitizzare la forza del mare durante le forti buriane di grecale, il vento dominante di queste parti. Per noi, abituati a vedere il mare libero fino all’orizzonte, questa nuova prospettiva ci sembrò un po’ strana, poi, come solitamente succede, con il tempo ci facemmo l’abitudine, e gli “scogli” divennero parte del nostro piccolo mondo di divertimento.
“ENSIS SILIQUA MINOR” e “SOLEN MARGINATUS”, sono i pomposi e quasi intimorenti nomi scientifici delle specie di cannelicchi che lungamente abbiamo pescato.
Il primo, molto comune, con il guscio di calcare un po’ più fragile rispetto al secondo che era preda un po’ più rara da trovare, ambedue, però, avevano bisogno di un sedimento sabbioso con una granulometria non troppo fine. Con il posizionamento delle nuove barriere artificiali di protezione della costa, di conseguenza s’è modificata la morfologia del fondale, ossia i normali spostamenti della sabbia sott’acqua, causata dal movimento di onde e correnti, similmente come avviene quando si spostano le dune del deserto a causa del vento, ha portato delle nuove masse di sabbia con granulometria molto più fine sotto costa, decretando, per così dire, la scomparsa dei canelicchi che non avevano più la loro terra per attecchire. Almeno questa è stata la spiegazione che un amico, esperto malacologo, mi ha dato. Ora, che la causa sia stata questa, o ci siano state delle altre concause, questo non lo so.
Di una cosa son certo, però, che i cannelicchi non ci sono più.
Nell’ottica di una giusta ripulita della città, sono state cancellate tante scritte sui muri, e con un pizzico di rimpianto e nostalgia, per me, è scomparsa anche quella che diceva:
ARDETECE’ LI’ CANNELICCHIE’ !
la cui vista, per qualche momento, mi ha fatto ripercorrere il bellissimo periodo dell’infanzia spensierata.

Murena alias MARCHIONNI GIACINTO

Ecco quello che intendevo per “operazione Washington post”, ogni lettore di edicolamarescoop, può diventare reporter, regalando la sua esperienza a tutti noi. Nel mare c’è sempre da imparare. Bravissimo Giacinto…
il direttore

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