L’OMICIDIO MUTI E I SUOI ASSASSINI – gli omicidi non vanno in prescrizione

 

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sopra, l’immagine del libro dello scrittore Arrigo Petacco che abbiamo incontrato innanzi a due pescherecci, in quei di Portovenere dove vive da anni. Il viso sulla copertina è quello di Ettore Muti uno dei più decorati eroi italiani, definito da D’Annunzio “Jim dagli occhi verdi” trucidato da Badoglio e dal re Vittorio Emanuele III.

Ettore Muti. Settantesimo anniversario della morte

Chiedete chi erano i Beatles e vi risponderanno.

Chiedete ai giovani chi era Ettore Muti e vi guarderanno con occhi perduti alla ricerca di una risposta. Gli italiani d’oggi non sanno chi era Ettore Muti. D’Annunzio lo aveva definito “Jim dagli occhi verdi” e poi lo “stradivari del volo”.  È stato uno dei più gradi eroi di quell’Italia che per circa trent’anni fu spirito guida della politica mondiale. Un’Italia sempre prima, sempre avanti, nella ricerca, nelle tecnologie, nei record, nel cielo e anche nel calcio.
1 medaglia d’oro al V.M., 5 d’argento, 4 di bronzo, 5 croci di guerra, 2 croci di ferro tedesche, 2 medaglie al valore spagnole, 3 promozioni per merito di guerra.
Non sono certamente le decorazioni di uno qualunque, anzi, nell’Italia di prima della trasmissione “Affari Tuoi” gli eroi non erano quelli che per culo vincevano “cinnqueccentomilaeuro”, bensì coloro che mettevano a repentaglio la loro vita per la Patria, cioè per il bene di tutti, o meglio per quello che loro credevano in buona fede essere il bene di tutti.
Ettore Muti, era sicuramente uno dei più grandi eroi che l’Italia abbia avuto e allora perché pochi o nessuno ne parla? Perché è caduto nell’oblio? Perché non esiste un campo di aviazione a nome di Ettore Muti?
Ecco, a dire il vero una risposta c’è, ma fa talmente schifo che ho dei grossi problemi a dirvela.
Provate ad immaginare se si scoprisse che l’auto di Falcone è saltata in aria perché i carabinieri hanno minato la strada, perché il primo ministro in carica aveva paura di finire indagato per fatti di mafia, che cosa pensereste?    Eppure Falcone, pur essendo un eroe, non era nemmeno lontanamente quello che Muti rappresentava per gli italiani dell’epoca, ma c’è di peggio, di molto peggio… Facciamo girare indietro gli orologi ed arriviamo in una notte del 24 agosto di una Italia in guerra; di quale 24 agosto e di che anno parleremo dopo.
Direttamente dal testo di Enzo Capaldo, leggiamo:
Poco prima della mezzanotte del 23 agosto 1943 una piccola colonna di automezzi dei Reali Carabinieri parte dall’autocentro del Ministero dell’Interno: un’autovettura, un autocarro, un’ambulanza. A bordo un tenente dell’Arma (Taddei), un maresciallo in borghese (Ricci), un uomo in tuta kaki di cui nessuno saprà mai il nome – basso, stempiato, sulla quarantina, con accento napoletano – e una dozzina di carabinieri armati di moschetto.
Escono da Roma deserta nella notte (vige il coprifuoco), percorrono la via Aurelia, raggiungono Maccarese.
Nella periferia della cittadina lasciano l’ambulanza, che attenda il loro ritorno, e sostano alla locale stazione dei carabinieri. Viene svegliato il maresciallo che la comanda, al quale il tenente chiede due militi perché facciano da guida alla comitiva fino a Fregene.
Salgono sull’auto i carabinieri Contiero e Frau; la colonna riparte silenziosa nel buio, sguscia per la campagna e si ferma davanti alla piccola caserma dei carabinieri di Fregene.
La comanda il brigadiere Barolat, che viene tirato giù dal letto e invitato ad unirsi alla comitiva. Perché? Risponde brusco il tenente: “Abbiamo l’ordine di arrestare Ettore Muti e lei deve condurci alla sua abitazione”.
Meraviglia dell’assonnato brigadiere. Con tutto quello schieramento di forze ?
Non era più semplice mandare un piantone a chiamarlo, come era stato fatto altre volte? «No», è la risposta. «Questa volta la cosa è diversa».
E in effetti fu una «cosa diversa».
Dopo aver imbarcato il brigadiere, autovettura ed autocarro proseguono per la strada sterrata che conduce alla pineta di Fregene, ai cui margini sorge, piuttosto isolata, la bassa villetta ad un piano che è la residenza di Muti.
Fermate le macchine ad una certa distanza e spenti i motori, gli uomini vengono fatti proseguire a piedi, in colonna e in silenzio, fino alla costruzione.
«Abita qui» dice il brigadiere. “Bene” risponde l’ufficiale, e ordina di circondare la casa imbracciando i moschetti e di bussare alla porta. L’ordine viene eseguito, ma nella villa tutti dormono e ci vorrà qualche minuto perché la porta venga aperta.
Assonnato compare sull’uscio l’attendente di Muti, che stupefatto chiede al brigadiere Barolat, da lui ben conosciuto, il perché di quell’insolita visita alle due di notte.
Ma la meraviglia gli passa di colpo quando un gruppetto di armati, tenente in testa, fa irruzione nell’interno.
«Ho un mandato di cattura per Ettore Muti. Svegliatelo e fate presto!» spiega secco il tenente.
Muti era in camera da letto, e non era solo. Da tempo conviveva con lui una ballerina polacca di una compagnia di riviste, Edith Fucherova.
Svegliato forse dal trambusto, compare sulla porta dell’ingresso a torso nudo, con i soli pantaloni del pigiama. Compaiono anche gli altri pochi abitanti della villetta:
Concetta Verità, la cameriera, e Roberto Rivalta, un vecchio amico di famiglia di Muti.
Questi si guarda intorno, apparentemente tranquillo, accenna un sorriso al brigadiere che conosce, chiede che cosa si voglia da lui.
Risponde senza complimenti il tenente Taddei: «Ho l’ordine di arrestarla. Si vesta e venga con noi».
Sguardo sbalordito di Muti, poi una scrollata di spalle:«Va bene, mi vesto e vengo subito». Il tenente lo rincorre mentre si dirige verso la camera da letto. Muti incomincia a seccarsi: «Tenente, so vestirmi anche da solo». E poi, spiega, nella camera c’è un’altra persona. Ma l’altro insiste e si giustifica: «Ho l’ordine di non perderla di vista neppure un minuto».

a sinistra il medagliere di Ettore Muti. E’ incredibile pensare che sia stato ucciso da quell’Italia che aveva difeso con impareggiabile coraggio e da quel re al quale aveva, come tutti, giurato fedeltà

Eseguita rapidamente la vestizione, Muti allunga il braccio nell’interno dell’armadio in cui pende la sua giacca di tenente colonnello pilota dell’Aeronautica, con quattro file di decorazioni sul petto. Il solerte carabiniere non gradisce, osserva che farebbe meglio a vestirsi in borghese, tanto (ma su questo particolare le versioni non concordano) «le sue medaglie ora non servono».
Muti indossa ugualmente la sua giubba gloriosa, si fa preparare un borsa con un po’ di biancheria e parte con l’ufficiale e con gli altri, verso la notte esterna.
Parte anche verso la morte. Invece di prendere la strada che conduce a Fregene, sulla quale erano rimasti gli automezzi, la comitiva si dirige a piedi, in colonna, nella direzione opposta: quella che porta alla pineta. In testa alcuni carabinieri, nel mezzo Muti affiancato dal Maresciallo Ricci e dal carabiniere Frau immediatamente alle sue spalle, a due passi di distanza, il misterioso uomo in tuta kaki; e in coda, un po’ distanziato, il tenente con gli altri carabinieri.
Alcuni minuti di marcia silenziosa nei viottoli della pineta; poi Muti si ferma. Evidentemente l’illogica direzione verso cui lo stanno portando fa nascere in lui qualche sospetto. Ma non ha tempo per approfondirlo.
Nella notte fonda dei bosco si ode un fischio, poi un altro, poi la sua voce che grida: «Ma insomma, che fate? Sono un italiano!»
Il tutto viene sommerso da alcuni scoppi di bombe a mano, raffiche di mitra, confuso fuoco di fucileria. Due, tre minuti di bolgia infernale, al termine della quale Ettore Muti giace al suolo, nell’immobilità della morte.
Ecco, la frittata è fatta, indietro non si torna più, si cercherà di insabbiare il tutto, di travisare la realtà, ma la storia in queste cose è micidiale.
Alla fine la verità emerge come una portata di agnolotti che raggiunge la cottura. Non c’è nulla da fare, gli spregevoli saranno valutati spregevoli, gli eroi torneranno ad essere eroi e piano piano, come l’erba che invade l’asfalto anche i nomi delle vie cambieranno, e le lapidi oggi tanto osannate ingialliranno, mentre altre lapidi di marmo bianco ricorderanno i giusti, coloro che combatterono e morirono con onore.
Le menzogne, tutte le menzogne, sono destinate ad essere smascherate dalla storia e non ci sarà pacificazione nel nostro paese fino a quando questo non avverrà.
Ci vorrà tempo, decenni, lustri, epoche ma noi continueremo a lavorare e dopo di noi altri come noi, poiché l’unica certezza che può avere un uomo che non scappa ed affronta la morte gridando viva l’Italia è che la storia non lo abbandonerà.
Ma torniamo alla tragica fine di Ettore Muti:
Come si svolsero i fatti in quella notte d’agosto del 1943 nella pineta di Fregene, buia come la gola di un pozzo?
Quale era la situazione generale e quale il clima politico di quelle giornate, durante le quali italiani e tedeschi, ancora alleati, cercavano di darsela a intendere a vicenda? Gli italiani, assicurandoli che avrebbero continuato la guerra, nonostante la caduta del Fascismo e l’uscita di scena di Mussolini, e i tedeschi, fingendo di crederci.
A Roma, infatti, nella massima segretezza, le autorità militari elaboravano piani antitedeschi mentre ufficialmente, da parte degli alti comandi italiani, la collaborazione con la Germania continuava come se nulla fosse. A Madrid, dove I ‘incontrai dopo la sua fuga dall’Italia, il generale Roatta mi raccontò infatti che il capo di S.M. generale Ambrosio, prima di partire per una riunione con i tedeschi che si svolse a Bologna il 16 agosto del 1943, gli accennò alI ‘eventualità di un armistizio con gli angloamericani ma ciò nonostante, con la massima improntitudine, discusse lo schieramento delle forze italo-tedesche per la difesa della Penisola contro sbarchi alleati. Sempre a Bologna, in quella stessa circostanza, Roatta chiese e ottenne una divisione germanica in più per rinforzare la Sardegna e allorché, nel corso di una delle tante indagini sul suo comportamento per la mancata difesa della capitale, gli fu domandato il perché di una così strana richiesta, rispose che fecero altrettanto Ambrosio e Badoglio per evitare che i tedeschi scoprissero la verità sulle trattative che erano già in corso con il nemico.
A rendere, comunque, più ambigua la situazione, verso il 20 di agosto, accadde un altro fatto che ha dell’inverosimile ma che rispecchia quali fossero i veri propositi di Badoglio. Interpellato dal capo di S.M. generale, il Maresciallo rifiutò la proposta di “orientare i comandi periferici nei Balcani su quanto sarebbe successo” e aggiunse di aver preventivato anche la perdita di mezzo milione d’uomini, piuttosto che “soggiacere alle ben più gravi conseguenze di un’immediata reazione germanica provocata da eventuali indiscrezioni …”
Il vecchio Maresciallo, viveva in preda al terrore e ogni mattina, infatti, allorché il generale Carboni, quale Commissario del SIM, si recava a rapporto, capitava che talvolta vi si recasse anche due volte nella stessa giornata, Badoglio tirava un lungo sospiro, scrollava la testa e ripeteva la solita litania:
“Anche stanotte, i tedeschi non mi hanno prelevato!” . Faceva una pausa e aggiungeva: “Ecco in che pasticcio mi ha messo il Re!”. In altre parole, pavido e incapace di dominare la situazione che giorno dopo giorno gli sfuggiva di mano, era più preoccupato della propria sorte che di quella del Paese che s’avviava allo sfascio.
Del resto, come si comportò durante l ‘ultimo, drammatico Consiglio della Corona che si tenne al Quirinale, prima della precipitosa partenza per Pescara e nel castello di Crecchio, in attesa dell’imbarco sulla corvetta “Baionetta”?
In proposito, esistono due testimonianze ineccepibili, una è del generale Luigi Marchesi, a quell’epoca giovane maggiore addetto al capo di S.M. generale Vittorio Ambrosio e l’altra è del generale Paolo Puntoni che, in veste di primo aiutante di campo generale, era, diciamo così, l’ombra di Vittorio Emanuele III.
Da entrambe le dichiarazioni si ricava un quadro desolante, sia morale che intellettuale, fornito da individui che pur investiti di altissima autorità si dimostrarono incapaci di fronteggiare gli eventi, dotati di discutibile amor patrio e pronti a qualsiasi compromesso pur di salvare i propri averi e la propria pelle.
Sebbene di grado piuttosto modesto rispetto a quello di vari partecipanti al consiglio, (c’erano infatti, attorno a un tavolo ovale, il Re, Badoglio, Carboni, Ambrosio, I’ammiraglio De Courten, Guariglia e alcuni altri ministri), Marchesi che conosceva a menadito i retroscena delle trattative per l’armistizio, prese la parola e manifestò il proprio disappunto allorché Badoglio e Carboni, per timore delle reazioni germaniche, si opposero al lancio di paracadutisti USA su Roma e al contemporaneo atterraggio, sui campi attorno all’Urbe, della 82a divisione avio trasportata americana.
Il perché del rifiuto, Marchesi lo spiega con una battuta tagliente: “Paura, una forsennata paura fisica dei tedeschi. Badoglio, era in preda al panico. . .”.
A Crecchio, secondo il racconto di Puntoni, successe lo stesso. “Mentre il Re è assolutamente tranquillo – annotò nel suo diario il generale – Badoglio appare distrutto… È pallido, preoccupato e ossessionato dal terrore, che del resto manifesta palesemente, di cadere nelle mani dei tedeschi. La frase che ripete sovente è “Se ci prendono, ci tagliano la testa a tutti…”

Chi era Ettore Muti e perché fu ucciso? Per gli italiani che oggi navigano sugli ottant’anni la prima domanda è forse superflua, per tutti gli altri certamente no.
Romagnolo fino al midollo con tutte le caratteristiche della sua gente, spavaldo e generoso, poco colto ma intelligente, indipendente e imprevedibile, coraggiosissimo, visse sempre in prima persona vent’anni della nostra storia senza rifugiarsi in alcun pretesto di diserzione.
Ardito a sedici anni nella Prima Guerra guerra mondiale, legionario fiumano con d’Annunzio, squadrista fascista in Romagna, ufficiale aviatore nella guerra d’Etiopia, di Spagna e nella seconda guerra mondiale. I vent’anni sono rispecchiati nel suo medagliere: Ordine militare di Savoia, dieci medaglie d’argento, cinque croci di guerra italiane, due tedesche. E due medaglie d’oro una italiana e l’altra spagnola. La guerra di Spagna, che fece tutta dal principio alla fine (fu anche comandante di un battaglione del «Tercio» franchista) fu la sua grande avventura: la motivazione della medaglia d’oro parla di centosessanta azioni di bombardamento, tredici vittoriosi duelli aerei in un anno (e non era pilota di caccia), ma nei due anni e mezzo di quella guerra, coi suo S. 79 che tornava sempre bucherellato da proiettili totalizzò qualcosa come quattrocento azioni di combattimento, con episodi di valore incredibile che purtroppo lo spazio non consente qui di citare.
Nell’Italia del tardo Ventennio fascista un uomo simile era inevitabilmente destinato agli osanna e agli incensi della retorica pubblica.      Erano cose che non poteva soffrire. Ad un amico giornalista che gli chiedeva dati per scrivere un articolo sulle sue gesta rispose: «Vedi di non rompermi le devozioni con queste stupidaggini». Ad un altro che da Ravenna gli annunciava l’apertura di una sottoscrizione per offrirgli un pugnale d’oro da ardito, intimò: «E’ ora di finirla con queste buffonate. Che mi mandino del buon salame, questo sì che lo accetto!».
Forse anche perché, oltre che un eroe nazionale, era un fascista anomalo per quei tempi, improvvisamente Mussolini lo nominò, nel 1939, segretario nazionale del partito in sostituzione di Starace.
Non era un posto per lui. Il partito fascista, cloroformizzato da una troppo lunga consuetudine di potere, si era «seduto» nella burocrazia, nella retorica e nel conformismo.
Muti tentò invano di risvegliarlo sconvolgendo uomini e situazioni, imprimendo alla sua gestione il piglio disinvolto realistico e disadorno che gli era proprio, senza risparmiare brucianti staffilate ironiche. (Essendosi accorto che tutti intorno a lui erano perlomeno commendatori, tanto brigò che fece nominare commendatore il proprio attendente e lo chiamava cerimoniosamente con tale titolo quando altri erano presenti).
Non durò molto. Dopo poco più di un anno fu sostituito e il primo ad essere felice fu certamente lui.
Ma i fatti stavano precipitando, Badoglio gli consigliò di andarsene da Roma dove fantomatici agitatori potevano mettere a rischio la sua vita e di trasferirsi in campagna nei pressi di Fregene.
D’altronde, come poteva supporre che stessero preparandogli una trappola mortale, quando nessuno s’era preoccupato di ritirargli il passaporto con il quale, nella seconda decade d’agosto, si era recato in Spagna?
Quel viaggio, invece, segnò il suo destino. A Madrid, infatti, attraverso contatti con personalità conosciute durante la guerra civile, Muti venne a sapere che erano già iniziate le trattative con emissari angloamericani per l’armistizio e ne rimase sconvolto.
Tornò a Roma indignato; confidò agli amici quanto aveva saputo e si scagliò contro Badoglio con parole di fuoco. Le sue escandescenze vennero riferite al Capo del Governo da informatori della Polizia e da agenti del SIM e Badoglio, che già era in preda allo sgomento, nel timore che Muti, per tentare la liberazione di Mussolini, prendesse contatto con i tedeschi e li avvertisse delle trattative in corso con gli alleati, decise di accelerare i tempi e, per l’esecuzione del suo piano, convocò Carboni.
A Senise inviò un messaggio il cui contenuto era una chiara sentenza di morte. Diceva, infatti: “Per Sua Eccellenza Senise. Muti è sempre una minaccia: il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso”.

sopra, il documento originale della lettera di Badoglio, in pratica la sentenza di morte per Ettore Muti

“Badoglio – fu il racconto di Carboni – mi chiamò il 21 agosto e mi ordinò, perentoriamente, di far arrestare Muti. Motivo: spionaggio e complotto contro lo Stato. “A compiere l’arresto – disse – devono essere i Carabinieri perché soltanto di loro posso fidarmi…” io, a mia volta, convocai nel mio ufficio il Comandante dell’Arma, generale Angelo Cerica, e insieme studiammo le modalità della faccenda, considerandone le numerose difficoltà.   Avevo appena finito il colloquio con Cerica, che mi chiamarono di nuovo al Viminale. Trovai il Capo del Governo in preda e una crisi di … incertezza. Volle sapere, in dettaglio, gli accordi presi con Cerica, poi, all’improvviso, si alzò dalla poltrona e disse: “Non ancora. Voglio ripensarci. L’arresto di Muti potrebbe affrettare l’azione dei tedeschi, oppure Muti potrebbe riuscire a farla franca e allora succederebbe uno scandalo. Altra cosa, se l’arrestiamo, dove lo nascondiamo?” Camminava su e giù per la stanza, avvilito e depresso come non lo avevo mai visto. “Tanto” – disse a un tratto socchiudendo gli occhi – “io finirò ammazzato dai tedeschi…”. Domandai: “Ha notizie, Eccellenza, di novità nei rapporti Kesselring-Muti?” Badoglio scrollò il capo. “Allora” – dissi – “soprassediamo di qualche giorno…”. Neppure due giorni dopo, il Maresciallo mi richiamò. Era spaventato e pallido come un cencio. “Non si può più aspettare” – disse – “se non lo arrestiamo subito, quello ci fa la pelle a tutti. Mi ripeta il piano…”. Mentre gli esponevo quanto avevo concordato con Cerica, m’interruppe e disse: “E se si difende? Cosa facciamo, se si difende?” “Il comandante dei Crabinieri è persona fidata” – risposi- “ed è sicuro dei suoi uomini…”. “Bene, bene” – ribatté Badoglio – “a che ora sarà fatto?”. “In piena notte” – dissi io. Il Maresciallo mi congedò ripetendomi più volte: “Mi raccomando. Mi raccomando. Se Muti ci scappa è finita per tutti…”. L’incarico di eseguire l’operazione, venne affidato al capitano Vigneri un esperto, diciamo così, di faccende del genere poiché, più o meno un mese prima, aveva partecipato all’arresto di Mussolini a Villa Savoia.   Stranamente, però, l’ufficiale si dichiarò indisponibile e passò l’ordine a un suo solerte dipendente, il tenente Ezio Taddei, il quale lo eseguì con particolare zelo.   Fino al giorno 23 mattina, poche ore prima dell’uccisione, con Muti che gli si era rivolto per protestare contro la visita di un maresciallo dell’Arma che intendeva fermarlo, sebbene non avesse un regolare mandato, Senise recitò la commedia dell’amico e del protettore. Stando così le cose, “Jimmy dagli occhi verdi”, come lo chiamava D’Annunzio da quando all’età di 17 anni se lo vide arrivare a Fiume, dopo che a 16 anni aveva partecipato alla Grande guerra nel corpo degli Arditi, viveva a Fregene, fuori d’ogni sospetto, in una villetta d’affitto, situata al numero 19 di via Bagnoli.   Con lui, abitavano un amico ravennate, l’industriale Roberto Rivalta, l’attendente Masaniello, la bellissima soubrette Dana Harlowa e la cameriera Concetta Verità.
Ed ecco lo scenario del dramma. Notte calda, silenziosa, piena di stelle. Da Roma, al comando del tenente dei Carabinieri Taddei, parte una colonna di macchine dell’autocentro del Viminale, formata da una vettura, un autocarro e un’autoambulanza che, attraverso la via Aurelia raggiunge la stazione dei carabinieri di Maccarese, dalla quale dipendono i due posti fissi di Fregene e di Palidoro. A Maccarese Taddei lascia l’autoambulanza, ed è strano che se ne sbarazzi data la notorietà del personaggio da “arrestare” e, poco pratico dei luoghi, prende come guide due militi del posto, fra cui Antonio Contiero, il Contiero che dopo l’8 settembre, rivelerà quanto in realtà accadde quella notte. Il brigadiere Barolat, comandante della stazione di Fregene, quando arriva il gruppo al comando del tenente Taddei, vi si unisce e lo guida alla villa dell ‘ex Segretario del Partito che si trova ai margini della pineta, distante all’incirca un chilometro e mezzo. Con l’ufficiale, ci sono un maresciallo dei servizi, un altro brigadiere, 16 carabinieri in uniforme e, in coda al gruppo, un taciturno civile, con indosso una tuta kaki. Alle due di notte, la villetta viene silenziosamente circondata e, per ordine di Taddei, Barolat suona alla porta. Apre l’attendente di Muti Masaniello; il tenente dei Carabinieri irrompe in casa e dichiara ad alta voce: “Ho un mandato di cattura per Ettore Muti!”.
Questi compare a torso nudo, con i pantaloni del pigiama, e pur mostrando sorpresa e incredulità si rassegna all’intimazione di arresto. Agli altri, che nel frattempo si sono anch’essi alzati, Taddei ordina di tornare nelle loro stanze. Sotto scorta, Muti si reca nella propria camera e sebbene l’ufficiale dei carabinieri insista perché vesta un abito civile, “Jimmy” indossa, invece, l’uniforme dell’Aeronautica e ridiscende in basso. Saluta gli amici, consegna alcune migliaia di lire alla cameriera e, dopo averla pregata di telefonare al comandante Aliprandi, capo di gabinetto del Ministro della Marina, data la sua appartenenza al SIS, si avvia all’uscita. Nella luce della porta, Rivalta ha modo di vedere in viso il misterioso “uomo in tuta” e dopo la morte di Muti lo descriverà di mezza età, stempiato, con gli occhi chiari e un inconfondibile accento napoletano. Quale ruolo, quel personaggio abbia nella faccenda, lo sa soltanto il tenente Taddei.
È un “segreto”, comunque, che a Rivalta, il quale potrebbe svelarlo, costerà la vita e difatti qualche tempo dopo l’industriale verrà ucciso in un vicolo di Ravenna e nessuno indagherà sulla sua morte.
Il gruppo si ricompone e verso le due e mezzo si mette in cammino attraverso la pineta; nonostante il buio, nessuno fa uso di lampade. Stranamente, in testa a tutti, anziché Barolat, scelto come guida, o un paio di carabinieri, cammina Muti e, alle spalle di Muti, l’individuo in tuta; dietro, ci sono tutti gli altri, compreso Taddei. A questo punto comincia il “giallo”. Taddei, nella versione ufficiale fornita alla magistratura militare parla di attacchi con armi da fuoco, di risposta da parte dei carabinieri e di uccisione di Muti mentre tenta la fuga. La verità del milite Contiero, uno dei 16 del gruppo, allorché si è deciso a parlare, risulta alquanto diversa: il tenente lancia un fischio, evidentemente un segnale, cui risponde un altro fischio, a titolo d’intesa, seguono alcune raffiche di mitra e dei colpi isolati; tutti gli uomini, ignorando cosa sta succedendo, si buttano a terra poi, a un ordine di Taddei, come d’incanto torna il silenzio. I militi, tutti illesi, si rialzano; il solo che non si rimette in piedi è Ettore Muti: è bocconi, a ridosso di un cespuglio. Due pallottole, sparate a bruciapelo alle spalle, gli hanno forato il berretto all’altezza della nuca e dalle due ferite da revolver esce un abbondante fiotto di sangue. Nonostante il buio, lo scambio di raffiche fra presunti assalitori e assaliti, non c’è stato un ferito; c’è soltanto un cadavere, quello di Muti, che raccolto verso l’alba e infilato in un sacco, in fretta viene trasportato a Roma, all’ospedale militare del Celio. Fra le persone accorse, c’è la madre dell’Eroe la quale, a ricordo del figlio, chiede solamente il berretto sul quale sono ben visibili i fori d’entrata dei due colpi sparatigli dall’individuo in tuta.
La versione ufficiale dell’accaduto, pubblicata all’indomani, mise a nudo, ancora una volta, la viltà di chi aveva impartito quell’ordine. Parlava infatti di scontro a fuoco con paracadutisti tedeschi, mentre venne accertato che nella pineta non c’erano accampamenti militari; di tentativo di fuga di Muti, mentre l’arrestato presentava due fori nella parte posteriore della testa e nessuna ferita nel resto del corpo e tanto meno nelle gambe; di parà apparsi come ombre, sebbene nella pineta ci fosse buio pesto e infine di “eccezionali precauzioni” del comandante del drappello il quale, invece di usare l’auto di cui disponeva, che gli avrebbe permesso di allontanarsi rapidamente e indisturbato da Fregene, s’incamminò a piedi, esponendosi ad ogni sorta di eventuali pericoli.
nella foto Pietro Badoglio un crepuscolare e pavido personaggio che seppe fare al nostro paese danni incalcolabili, disprezzato da tutti ed in particolare dagli “alleati” ai quali consegnò la nostra flotta intonsa.    E’ anche responsabile della morte di centinaia di migliaia di soldati ed ufficiali italiani di tutte le armi.

Ecco è venuto il momento di mettere a fuoco le date: stiamo parlando del 24 agosto 1943, Mussolini è stato destituito, al suo posto è salito un pavido personaggio riciclato più volte ed uscito strisciando da tutti gli scandali, da Caporetto in avanti, il generale Badoglio. L’Italia è ancora alleata con i tedeschi, a livello di facciata si continuano a ricevere i generali tedeschi, ma dietro le quinte si sta trattando con gli Anglo-Americani.    Pochissimi italiani sono al corrente degli intrighi di corte, lo dimostra il fatto che Borghese che comanda un nucleo specialissimo non sa nulla, e nemmeno il Duca D’Aosta comandante della piazza di La Spezia che ignora tutto fino all’emanazione radio (civile) del 8 settembre, comunicatagli da Borghese.  In quel contesto Badoglio concepisce l’omicidio di un eroe di guerra pluridecorato, sulla semplice supposizione che potrebbe rappresentare un pericolo nel momento in cui dovesse dire ai tedeschi quello che il re stava tramando alle loro spalle.
Badoglio uccide Muti per salvare comunque ed a qualunque costo il suo culo e ci riesce.  Muore infatti nella sua principesca villa e nelle sue tenute: doni ricevuti dal fascismo, nel 1956 a 85 anni.
L’8 settembre aveva lasciato 51 divisioni allo sbando con 457.000 uomini di cui 25.000 ufficiali; circa 60.000 uomini nella sola Roma. Molti di loro sono morti sotto il piombo dei tedeschi, come quelli della divisione Acqui.
Non si è mi vista una nazione che cambia bandiera nel corso di una guerra tradendo i suoi alleati, non si è mai visto e non si può nemmeno immaginare che per ordine di Badoglio un gruppo di reali carabinieri infanghi l’Arma, partecipando all’uccisione di uno dei più grandi eroi italiani.
Il resto l’avete visto e sentito, anzi non l’avete visto e non l’avete sentito perché un velo di silenzio è calato su questo sporco e vergognoso omicidio,  su questa ennesima vergogna che ha preannunciato l’8 settembre del 1943, il giorno in cui morì l’Italia e non si dica che c’era il fascismo, poiché Mussolini era stato arrestato mesi prima e al governo c’erano i monarchici, Badoglio e il re Vittorio Emanuele III.

Il nostro agonizzante paese d’oggi, governato da persone che nessuno ha eletto, da ben tre governi, è il risultato di quelle vergogne. Corruzione e qualunquismo derivano da una classe dirigente degna di stare in un secchio di vomito e spazzatura.

Facciamo schifo, in alcuni momenti facciamo ridere, in altri: compassione.
Non ci sarà alcuna pacificazione in Italia, fino a quando queste verità non verranno a galla e non saranno affrontate dai media nazionali.              Jim dagli occhi verdi…  non ti dimenticheremo.

il direttore

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