ALFA-ALFA UN SAR PER NECESSITA’

 

 

 

 

 

Sopra, imbarcazione in difficoltà – Un avvincente racconto di storia vera, vissuto dal dottor Luca Lucarini

Naufragio Saben (HU-13) Argentario 07/02/2009 –

Sabato mattina ore 11,10 sono uscito con Alfa-Alfa dal Porto di Cala Galera ben sapendo di trovare delle condizione meteomarine non precisamente ottimali. In barca con me Andrea e altri due amici (una donna e un bambino, moglie e figlio di un operaio di nazionalità albanese che stava eseguendo dei lavori di manutenzione nella mia casa di Giannutri) che dovevano andare a Giannutri. Gli obiettivi erano quelli di far sbarcare a Giannutri le due persone (il traghetto non era partito a causa del mare mosso), portare una stecca di sigarette, dei giornali agli amici dell’isola ed infine fare un tuffo con il rebreather se si riusciva a trovare ridosso.
Una volta fuori dal porto mi sono reso conto per l’ennesima volta di quanto si possa sottostimare la violenza del mare vedendolo da terra, ma al contempo mi rallegravo con me stesso per essere ancora io l’unico ad uscire da porto.    La prode Alfa-Alfa ha uno score da fare invidia nel brogliaccio delle uscite del Marina di Cala Galera: di questo il più felice è Trillocco (il gestore del distributore Agip).
I miei ospiti a bordo ,   d’altro canto, non si rallegravano affatto e prontamente hanno assunto posizioni supine anticinetosi nonostante i cerotti di scopolamina.
Al traverso di P. Ercole i miei ospiti avevano già riempito un paio di sacchetti del genere di quelli che si trovano nella tasca dei sedili degli aerei…
Arrivato all’Isolotto ho visto tra una cresta dell’onda e l’altra una barca, piccola, a vela, un J24: azz! non sono uscito solo io!
Erano con tutta la tela a riva nonostante il mare, il vento (25-30 knts) ma soprattutto le raffiche tipiche di quel tratto di mare.
Albero in carbonio, vele racing ed equipaggio apparentemente affiatato e grintoso che planava sulle onde e spesso metteva la falchetta in acqua: beh almeno sono in buona compagnia! Però strano, velisti che escono quando c’è vento… nella mia esperienza nautica ormai trentennale ne avrò conosciuti due o tre di velisti che escono quando c’è mare formato. Non ho fatto in tempo a pensare questo che: SCUFFIA!
Chiamo Andrea che si risveglia dal torpore , gli indico la barca con l’albero in acqua e gli spiego che non c’è da preoccuparsi perchè è una barca a vela…. quindi di li a poco le sue proprietà di autoraddrizzamento … il bulbo… la deriva …di quando Slocum, di Tabarly , di Moitessier ed invece dovevo parlargli di Miles Smeeton (Basta una volta)… è bastata un’altra ondata per capovolgere il J24.
A quel punto ho invertito la rotta non senza qualche apprensione a causa delle onde da libeccio che in quel punto si gonfiano ancora di più e mi sono diretto sul punto, sicuro di trovare delle persone in difficoltà.
Nel raggiungere l’obiettivo spiegavo ad Andrea che comunque era impossibile che la barca potesse affondare e che si trattava di un’imbarcazione molto diffusa dove di solito trovano posto 5 regatanti del tipo di quelli tutti vestiti uguali, che quando

l’articolo uscito nel 2009 racconta una versione giornalisticamente semplificata

sono seduti da Bilbo (Bar di Cala Galera) sembrano tutti Lupi di Mare, con quell’aspetto un po’ supertecnico, un po’ finto trasandato che fa tanto radical chic e ti guardano dall’alto a te che sei un volgare “motoscafaro”e di conseguenza come un ominide poco evoluto non puoi amare il mare.
Arrivati nei pressi del J24 capovolto, ci siamo resi conto che non solo la barca a vela non si raddrizzava ma che stava inesorabilmente affondando. Né io né Andrea capivamo le intenzioni dei 5 malcapitati a causa del vento che annullava i loro tentativi di comunicazione. Noi gridavamo ad alta voce se avessero bisogno di aiuto, se avessero nei paragi un tender di appoggio oppure se dovevamo allertare la Capitaneria. Sembravano degli scemi perché alle nostre domande si guardavano disorientati e poi riprendevano a gridare in modo incomprensibile. Solo molto dopo abbiamo capito il motivo del loro strano comportamento: erano ungheresi e parlavano solo ungherese!
A quel punto decisi di chiamare la Capitaneria: “Circomare S.Stefano,Circomare S.Stefano, qui Alfa-Alfa etc.etc. Forse, se io fossi dipendente dello stato, bistrattato e mal pagato, in una giornata come quella di quel sabato me ne sarei stato a guardare dei bei film porno su internet durante le ore di lavoro piuttosto che stare in ascolto sul 16.       Ma sono sicuramente io che penso male e verosimilmente il mio appello non è giunto al destinatario in quanto la propagazione radio talvolta può essere disturbata in vicinanza del monte.         Dal 16 comunque nessuna risposta nell’immediato.
Per fortuna che sul ch. 9 c’è sempre e comunque Marina di Cala Galera in ascolto e che immediatamente si attiva per telefonare a CP.
Nel frattempo anche nell’incomprensione dell’idioma i segnali che provenivano dai naufraghi erano inequivocabili: veniteci a prendere! La temperatura dell’acqua era di 14°C e nonostante le cerate Musto penso che non sia piacevole essere immersi in un turbinio di acqua e vento dove il limite dell’orizzonte sparisce ad ogni onda.
Come ..zzo li recupero? Riesco a malapena a mantenere la posizione con il mare in prua…il recupero a poppa mi esporrebbe ad ingavonamento certo… Rischiamo. Oltre a questo dovevo prestare particolare attenzione ad una miriade di drizze e cime che galleggiavano intorno al J 24 ormai con solo un metro di prua fuori dall’acqua ed il resto affondato. Prendere una cima con le eliche di Alfa Alfa significava mettere a repentaglio anche le vite di altre due persone (la donna e il bambino che trasportavo) che non avevano deciso deliberatamente di mettersi in gioco come abbiamo fatto Andrea ed io.
Per la prima volta nella realtà ho messo in atto ciò che mi ero previsualizzato centinaia di volte adottando il metodo del “What if” mutuato dalla speleosubacquea. Procedure di emergenza e recupero uomo in mare(nelle mie elucubrazioni si tratta o di mia moglie o di una delle mie due figlie).
Andrea ha staccato dall’apposito sostegno l’anulare Busetti line che ha la particolarità di avere la sagola galleggiante avvolta intorno all’anulare stesso che è provvisto di apposita gola. Finalmente la sua presenza troneggiante sotto il roll bar del fly, ha trovato uno scopo più elevato di quello ornamentale.
Con Alfa-Alfa mi sono portato sottovento al relitto ormai fuori dall’acqua solo con il pulpito e abbiamo fatto capire a gesti ai 5 ungheresi (maledetta Torre di Babele !) di nuotare per portarsi in franchia dalle cime che galleggiavano. Nel frattempo Andrea ciccava il primo lancio dell’anulare a causa del forte vento e del peso dello stesso e della boetta luminosa agganciata. Alla vista di questo ho realizzato che una persona di media corporatura non può essere in grado di compiere quel gesto. Per chi non conosce Andrea basti considerare che si tratta di un atleta non di primo pelo ma che ,oltre il metro e ottantacinque, i 105kg di massa magra (ex. culturista), è attualmente primatista mondiale di nuoto master s.l.
La boetta è stata quindi tagliata via con uno dei due coltelli sempre a portata di mano presenti su Alfa-Alfa . Nel frattempo io alle manette cercavo di avvicinarmi a quel corollario di 5 disgraziati che probabilmente intuivano la possibilità di avere di fronte un potenziale omicida colposo… Sarebbe bastato poco: un colpo di acceleratore un po’ troppo energico, la plancetta che gli va in testa mentre Alfa- Alfa salta sulle onde e da ipotetico salvatore in un attimo ti ritrovi ad avere una vita distrutta dai rimorsi. Come se non bastassero questi pensieri bisognava anche interloquire con Civitavecchia Radio che “gestiva” l’emergenza, al punto che ho comunicato a Civitavecchia Radio che non eravamo un equipaggio SAR e o salvavamo o parlavamo e quindi ho proprio spento il VHF. Affanc…. Il primo ad essere stato tratto a bordo (letteralmente di peso) è stato quello più maturo e malconcio oltre che spaventato. Penso si trattasse proprio di PEJO… poi, è stata la volta di un ragazzo che penso che abbia abbondantemente soddisfatto la RDA (dose giornaliera raccomandata) di sodio perchè non la finiva più di tossire e vomitare. Mentre recuperavamo il terzo naufrago (in questo caso Andrea ha messo a frutto il fatto di continuare da venti anni a lavorare in palestra con 140kg di rematore per braccio) è arrivata CP 567 e a quel punto mi sono sentito sollevato dal recupero dei rimanenti due naufraghi. Dalle facce stravolte dei tre a bordo di Alfa-Alfa penso proprio che ne avranno da raccontare ai nipoti…
Ho messo Alfa-Alfa alla via e mi sono diretto a Cala Galera con le onde corpose che sollevavano la poppa impegnando barca e il sottoscritto a timone che però non ha potuto non notare con perplessità il fatto che CP567 si portava con disinvoltura in prossimità del relitto semiaffiorante. A tal punto Andrea mi ha chiesto con cadenza ternana: ” Aoh, ma che c’hanno l’idrogetto?”
E no! La classe 800 c’ha l’idrogetto! Mah, cazzi loro! La sera stessa degli amici di P.Ercole mi hanno informato che CP567 durante il recupero ha rotto i timoni con le cime…
Appena all’imboccatura di Cala Galera sono accolto da facce di sdegno e anche un po’ di disprezzo dei decani degli ormeggiatori del porto che non sapevano dell’accaduto e come mi hanno successivamente confidato pensavano che “non ce l’avessi a sfondare” (locuzione tipica del luogo) per andare a Giannutri e che rientravo “cagato addosso”. L’apoteosi si è raggiunta al momento dell’ormeggio, dove dopo una manovra ai confini della perfezione in relazione alle forti raffiche di vento (ogni tanto anche un po’ di culo), al momento del lancio delle cime ho visto un gruppetto di persone accanto ai consueti e sempre zelanti ormeggiatori di Cala Galera.
Pensavo fossero parenti o amici dei naufraghi che si volevano congratulare con noi per lo scampato pericolo, quindi pregustavo una serie di festeggiamenti per far abbassare i tassi di adrenalina, invece era la Guardia di Finanza in borghese che voleva vedere i documenti e le dotazioni di bordo…
AFFFANCUUUUUUUUULOOOOOOOOOO!!!
A loro discolpa devo dire che non sapevano del salvataggio e che appena hanno realizzato, ci hanno fatto i complimenti. Ma sarebbe stato comico se ci avessero chiesto davvero i documenti: trasportavo tre ungheresi e due albanesi!!! Un vero e proprio scafista all’Argentario! Gli Ungheresi non appena messo piede a terra si sono eclissati. Uno di loro ci ha rivolto un timido grazie, che stonava molto con le facce supplichevoli e miserande che fino a pochi minuti prima avevano stampato sul viso. E io che speravo di assaggiare un po’ Gulash…
Sono convinto che tra qualche tempo li incrocerò da Bilbo mentre si stanno vantando con altri velisti delle loro elettrizzanti planate a 15 nodi e di come dominano il campionato J24: io non li riconoscerò dietro quell’aspetto tronfio troppo distante da quello di pulcini bagnati in cerata rossa di quando con Andrea li abbiamo tirati fuori dalla merda. Loro faranno finta di non vedermi perchè certe persone preferiscono dimenticare alcuni fatti della vita per non avvilire il proprio ego.
D’altro canto il sottoscritto e sono convinto anche Andrea preferisce pensare che magari a Budapest un figlio od una mamma saranno presto contenti di riabbracciare al rientro il proprio caro e saranno contenti nel sentirsi raccontare la storia del naufragio del “Saben” magari riveduta e corretta, con la sicura omissione della sequela di castronerie commesse.
I giornali del giorno dopo hanno riportato la notizia addirittura in prima pagina ed è paradigmatico ciò che si evince leggendoli:
mentre la CP salvava eroicamente ed in modo professionale l’equipaggio del Saben, una barca di curiosi passava di lì.
Di sicuro in futuro mi ricorderò di questo sabato e di quanto sarebbe stato più facile far finta di non vedere e andarmi a godere una bella immersione a Giannutri, ma chi mi conosce sa che mi piace andare a vedere la luna in fondo al pozzo.
Luca

PASQUALE LONGOBARDI PUNTUALIZZA

 

sopra: l’anidride carbonica è molto più solubile nel sangue rispetto all’ossigeno.    Viene trasportata ai polmoni con tre modalità: disciolta (7%), legata all’emoglobina (23%), sotto forma di ione idrogeno e ione bicarbonato (70%).    Le percentuali effettive delle tre modalità di trasporto e l’eliminazione della anidride carbonica dipendono dal pH del sangue, dalla temperatura, dalla perfusione, dalla presenza di 2,3 difosfoglicerato (prodotto in caso di ipossia)

Nal 2011 riceviamo questa lettera del dottor Pasquale Longobardi, nome di riferimento anche nell’immersione professionale e pertanto la pubblichiamo integralmente. Come abbiamo accennato nel precedente articolo non si tratta di nostri pensieri ma di opinioni di esimi medici e specialisti del settore. Pertanto non ci riteniamo responsabili delle affermazioni fatte dal buon dottor Luca Lucarelli, nell’articolo “Rebreather life support or ethanasia game” che peraltro pubblicheremo anche sulla rivista MARE n.21. Si tratta di pareri medici ed è a loro che lasciamo la palla, mentre ai lettori la valutazione. Ci rendiamo conto che in alcune parti il discorso di Longobardi diventa ostico per i non addetti ai lavori, ma per precisione non ci sentiamo di semplificare per non incorrere in errore. Chi volesse leggere le esatte parole di Luca Lucarelli sulla ritenzione può farlo leggendo l’articolo sopraccitato pubblicato su “marescoop”. Per estrema onestà, abbiamo chiesto al dottor Longobardi se aveva interessi economici nel mondo dei REB, ci ha risposto che non ha alcun interesse economico in merito. Siamo qundi tutti a tirare nella stessa direzione, che è quella di diffondere i CCR ma senza i morti? Lo speriamo caldamente. In aggiunta direi che Longobardi preferisce i CCR agli SCR e questo cozza contro le nostre attuali convinzioni. In sostanza ne vedremo delle belle. Buona lettura
il direttore

Caro Direttore di Marescoop,
ringraziando per l’attenzione ti scrivo in merito all’articolo”Perché si muore di rebreather?”
Dal punto di vista giornalistico, l’articolo è ben scritto e raggiunge lo scopo di suscitare interesse e far interagire i lettori. Difatti, ti invio le mie considerazioni.
Nell’articolo è segnalato che chi acquista il “rebreather” (permettimi di chiamarlo autorespiratore a riciclo o ARR) o consegue il brevetto abbia quasi la certezza di morire per problematiche tecniche (incertezza sulla reale efficacia del materiale filtrante, inaffidabilità dell’elettronica, ecc.) e/o fisiologiche.
Il mio disagio, come medico subacqueo, è relativo agli aspetti fisiologici pur concordando che l’ARR sia sempre da considerare macchina + uomo. Nell’articolo si citano l’effetto Haldane e quello Bohr, si afferma che a elevate pressioni di ossigeno (1,3 atmosfere) ci sia una inibizione del trasporto dell’anidride carbonica che causerebbe il “colpo di anidride carbonica”. Quanto citato nell’articolo potrebbe far riferimento solo a una delle tre modalità di trasporto dell’anidride carbonica (vedi sopra). Non mi è chiaro come una pressione parziale dell’ossigeno in immersione di 1,3 atmosfere relative (quindi ragionevole) possa inibire il trasporto di tutta l’anidride carbonica, attraverso l’eventuale blocco di una sola modalità di trasporto della stessa. Per quanto riguarda l’ossigeno, il coefficiente di utilizzazione (differenza tra il contenuto di O₂ del sangue arterioso e il contenuto di O₂ del sangue venoso) aumenta durante l’attività fisica, in immersione, per il concorso di vari fattori: l’aumento della perfusione ematica tessutale; l’abbassamento della tensione tessutale dell’ossigeno conseguente al suo accentuato consumo; l’aumento della temperatura locale e della tensione della anidride carbonica (CO₂), la diminuzione del pH tessutale (dovuta all’accumulo di metaboliti acidi, quali l’acido lattico). Quindi l’accumulo di anidride carbonica è solo uno dei fattori in gioco.

Mi sia consentito di precisare le tre modalità con le quali l’anidride carbonica viene trasportata dai tessuti verso il polmone:
– in forma fisicamente disciolta (7%)
- legata all’emoglobina sotto forma di carboemoglobina (23%) – a questa modalità fanno riferimento l’effetto Haldane e Bohr
- come ione idrogeno e bicarbonato (70%).
Visto che quest’ultima modalità è quella prevalente, per i lettori più curiosi, chiarisco che nei tessuti l’anidride carbonica (CO2) penetra nel globulo rosso. Lì l’enzima anidrasi carbonica catalizza la reazione di idratazione: CO2+ acqua (H20) -> H2CO3 (acido carbonico). Quest’ultimo a sua volta si dissocia: H2CO3 -> ione idrogeno (H+) + ione bicarbonato (HCO3-). Lo ione idrogeno viene tamponato dall’emoglobina stessa mentre lo ione bicarbonato fuoriesce dal globulo rosso nel plasma (tramite scambio con uno ione cloro).
A livello polmonare si determinano le reazioni opposte. L’ossigenazione del sangue provoca un aumento dell’acidità dell’emoglobina, quindi una diminuzione del suo potere tamponante e un rilascio di quegli ioni idrogeno (H+), questi recuperano il precedente legame con gli ioni bicarbonato (HCO3-), si sintetizza acido carbonico (H2CO3) e poi acqua (H20) + anidride carbonica (CO2) eliminata attraverso l’espirazione (70% della CO2 eliminata).
L’effetto Haldane e l’effetto Bohr, citati nell’articolo di Marescoop, fanno riferimento prevalentemente alla seconda modalità (carboemoglobina) responsabile della eliminazione di solo il 23% dell’anidride carbonica.
L’effetto Haldane indica che l’ossigenazione del sangue, a livello polmonare, provoca una diminuzione della forza dei legami carbaminici tra emoglobina e anidride carbonica (CO2), quindi favorisce il rilascio di quel 23% di CO2 trasportato sotto forma di carboemoglobina.
L’effetto Bohr è l’opposto. Indica che a livello dei tessuti diversi fattori quali: aumento della temperatura, della pCO2, diminuzione del pH o dovuti alla diminuzione dell’ossigeno (aumento del 2,3 difosfoglicerato – DPG), facilitano la liberazione dell’ossigeno dall’emoglobina (a parità di pO2 corrisponde una minore percentuale di saturazione dell’emoglobina, graficamente si sposta a destra la curva di dissociazione dell’emoglobina – vedi figura allegata).
Avendo sommariamente chiarito la fisiologia del trasporto dell’anidride carbonica, ribadisco il disagio verso l’affermazione che l’autorespiratore a riciclo (ARR) sia quasi certamente mortale anche a causa del “colpo da anidride carbonica”
Caro Direttore sono certo che esperti, quali il C.V. Prof. Fabio Faralli (MMI) che entrambi stimiamo, potranno chiarire il quesito in un eventuale articolo che potresti pubblicare sulla rivista Mare
Evito di esprimere opinioni sulla parte tecnica perché mi manca la preparazione teorica e le ore di immersione sufficienti per dare un parere affidabile. So che, con la adeguata formazione, è possibile prevedere e prevenire eventuali problemi tecnici: esistono procedure da applicare nel caso, per esempio, di blocco del solenoide sia in apertura che in chiusura; raccomandazioni sull’utilizzo di sensori passivi da affiancare a quelli che gestiscono l’elettronica attiva, ecc. Conosci certamente qualche esperto che, nella rivista Mare, potrà chiarire questi aspetti con competenza.
Saluto cordialmente i lettori di Marescoop, di Mare e te con iperbarici auguri per un 2011 “saturo” di serenità
Pasquale Longobardi

NOTA

CARO DOTT. LONGOBARDI avendo la possibilità di aggiungere qualcosa in data marzo 2016, sono convinto che quando hai scritto questo articolo non potevi immaginare che successivamente ci sarebbero stati altri 300 morti da rebreather, purtroppo le nostre più tetre previsioni si sono avverate e non è ancora finita…

il direttore

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PERCHE’ SI PUO’ MUORIRE DI REBREATHER

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sopra, schema di funzionamento di un rebreather CCR (circuito chiuso)

Ci abbiamo impiegato cinque anni per venire a capo di uno dei più difficili accadimenti, dal punto di vista interpretativo: perché si muore di rebreather?
Non era facile, dal momento che la maggior parte delle morti avveniva lontano da qualunque occhio in grado di valutarne i sintomi e, successivamente, sia il corpo dello sventurato subacqueo, sia il reb subivano l’oltraggio dell’ingresso dell’ acqua di mare all’interno dei polmoni, del sacco polmone, del canister di calce sodata, delle celle di lettura della PO2, invalidando qualunque valutazione medico scientifica, per mancanza di dati oggettivi.
Le morti venivano attribuite infatti a malore e successivo annegamento. E a quale altra causa potevano essere attribuite? L’apparecchio rebreather usciva sempre non colpevole per due fondamentali ragioni, non era possibile valutare le eventuali cause del decesso; il magistrato chiamato a dipanare la matassa era serrato fra l’incudine e il martello, dove l’incudine era rappresentata dalla sua totale ignoranza circa tale strumento, e il martello dalla controparte che chiedeva a gran voce, tramite i suoi avvocati, delle prove tangibili sulla responsabilità dello strumento, prove ovviamente non dimostrabili.
Qualcosa però era destinato a cambiare: intanto uno dei reb colpevoli della morte di un sub era arrivato in superficie integro e non allagato (non posso scendere nei particolari per via del segreto istruttorio); poi un PM tramite avvocato della parte lesa, chiedeva a noi di fare chiarezza sulla reale situazione.
Ma tutto ciò non sarebbe bastato, fortunatamente ben due esperti e profondi conoscitori dei reb, scendevano in campo e aderivano alla nostra richiesta di fare chiarezza, per non essere moralmente coinvolti nella morte di tutti quei bravi ragazzi e di chi ancora li avrebbe seguiti in futuro.
Il calendario delle morti oggi è fermo solo per cause meteorologiche, ma appena tornerà il bel tempo siamo certi che continueremo a contare…
Ma che cosa è venuto alla luce grazie a questi due esperti?
1)gli strumenti REB in generale non sono omologati secondo gli ultimi standard europei in qualità di life support per uso subacqueo, e quando certe omologazioni vengono esposte sono quasi sempre fasulle
2) non dipende dalla macchina, ma dal sistema uomo/macchina!
3) dipende dalla dinamica dell’emoglobina, esempio sugli effetti Haldane e Bohr tanto per citarne qualcuno, quando si imposta una PO2 di 1,3 per guadagnare 20 o 30 minuti di decompressione (continua, clicca su leggi tutto)

4) perché nel sangue ad alti livelli di PO2 c’è un’inibizione al trasporto di CO2
5) perché non è la macchina che non rimuove la CO2 (qualora la calce sia correttamente attiva) ma il nostro organismo che non riesce neanche a trasportarla ai polmoni affinché possa essere rimossa…la ritenzione di CO2 inizia ben prima che nei polmoni…
6) perché leggendo il display del REB non siamo assolutamente in grado di conoscere la PO2 nei nostri polmoni
7) perché per conoscerla ci vorrebbe una emo-gas-analisi e comunque nel cervello sarebbe ancora diversa
Quanto sopra che non viene dalla mia fantasia ma da una relazione accorata pubblicata sul nostro giornale da parte di un giovane medico: Luca Lucarini, esperto di rebreather ed immersioni in alto fondale.
Ebbene finalmente ci avviciniamo alla verità vera su quelle morti; intanto abbiamo compreso che tutti i popò di strumenti che abbiamo davanti quando usiamo un REB non dicono la verità oggettiva, ma una verità altamente sconosciuta.
In pratica fra quello che leggiamo e la realtà c’è un delta fisiologico che varia fra utente e utente e che non è quantizzabile e, oltretutto, cambia con il cambiare delle condizioni dell’organismo del subacqueo in quel momento, quel giorno; quindi un delta assolutamente sconosciuto e tale resterà, anche se mettiamo in campo tremila strumenti super sofisticati.
Allora facciamo il punto:
1) non siamo in grado di sapere la vera PO2 nel nostro sangue anche quando tutto funziona
2) non siamo in grado di sapere la condizione operativa della nostra calce sodata perché non è stata testata (vedi decalogo pubblicato su marescoop)
3) non siamo in grado di sapere se e quando l’elettronica ci mollerà, visto che non risponde alle richieste di omologazione per life support ad uso subacqueo
4) non siamo in grado di sapere specie in profondità se stiamo effettivamente eliminando la CO2 attraverso i polmoni prima e la calce sodata poi, a causa della ritenzione venosa determinata dalla elevata PO2 della quale a tutti gli effetti ignoriamo il valore reale nel nostro organismo e al nostro cervello.
Ecco in sintesi le quattro cause del crash.
L’incidente mortale avviene quando tre o quattro dei punti sopraccitati vengono a coincidere. Come negli incidenti aerei non è mai una sola causa a produrre il crash, tutti i piloti sanno bene che l’incidente avviene quando tre o quattro anomalie si sommano. A quel punto leggere il manuale di volo dell’aeromobile diventa inutile: si va giù, si cerca di fare il possibile e quasi sempre si muore.
Esagerando potremmo trovarci con una PO2 elevata, una forte ritenzione di CO2 nel sangue, una calce sodata scadente e a quel punto, anche se l’elettronica funziona siamo morti.
Una morte silenziosa, improvvisa, senza segni premonitori: si avverte un lieve malessere, si fa segno al compagno che qualcosa non va, poi si muore.
IL colpo di CO2 (CO2 hit), segnalato da noi da oltre 12 anni, quello che uccideva i nostri subacquei in ARO, torna in auge, poiché, come sottolineiamo da anni, nulla nella sostanza è cambiato. Si sono solo aggiunti altri preoccupanti elementi d’incertezza.
Quanto sopra dovrebbe limitare la vendita di REB ai subacquei sportivi (limitandola ai documentaristi e ai ricercatori che utilizzano metodi simili alla MMI), così come il rilascio di brevetti da parte di istruttori che non sono e non potrebbero essere in grado di far fronte a questo genere d’insidia, che non si risolve, se non con i sistemi della Marina Militare:
operatore imbracato, elettronica che costa tre volte quella sportiva, e sostituita costantemente, calce sodata collaudata ed efficiente, profondità mai oltre i canonici 45- 50 metri, pressione pPO2  0.7  camera iperbarica sulla verticale dell’uomo immerso, standby divers pronti all’intervento.
In pratica si agisce sempre come se l’incidente fosse certo e sul punto di accadere.
Questi metodi, che sono gli unici a garantire la sopravvivenza dell’operatore, non sono assolutamente compatibili con l’uso semplice sportivo, quindi chi acquista un reb e prende un brevetto DEVE avere la conoscenza del fatto di  poter incorrere in un incidente quasi sempre con esito fatale. Tutto dipende da quante volte va in acqua al mese o alla settimana.
Più è bravo, più s’immerge, più probabilità ha di ritrovarsi in Paradiso.
Questo devono sapere i padri di famiglia, questo devono sapere le mogli di quei padri di famiglia, questo devono sapere i figli di quei padri di famiglia.
Noi non possiamo impedire a nessuno di rischiare la vita, ma abbia l’onestà, quel subacqueo, di confessarlo per iscritto, perché a questo punto siamo innanzi al “gioco” dell’euthanasia, la stessa del militare americano nel film “il cacciatore”, chi è più fortunato vive di più e guadagna bene, ma se fai la roulette russa tutte le settimane, quanto potrai vivere?
Il direttore

IL CONTENUTO DI QUESTO VIDEO è SCONSIGLIATO ALLE PERSONE SENSIBILI ALLE SCENE MACABRE E AI MINORI DI 18 ANNI – LA DIREZIONE

come evidenziato dalle immagini si tratta di morte in C.A. e non in rebreather, ma la profondità la dice lunga…

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