nella fotogrfia il ricercatore James Lorrain Smith che riuscì per primo a dimostrare la ADRS (Adult respiratory distress syndrome) utilizzando i topi come cavie. I danni dell’ossigeno aumentano con l’aumentare della pressione parziale dello stesso. Vale a dire che se respiriamo O2 ad una pp di 0,6 Ata possiamo farlo per 720 minuti ma a un set point di 1,3 solo per 180

Nove anni fa nel 2001 la mia rivista Immersione Rapida MARE pubblicava un articolo di Fabio Faralli sulla tossicità dell’ossigeno. In quell’articolo si parlava già di set point (ppO2) a 1,3 per gli utilizzatori di rebreather si parlava però anche dei rischi inerenti all’esposizione all’O2 (ossigeno).
Innanzi tutto va compreso che ciò che conta nei confronti della tossicità polmonare, perché è lì che si concentra maggiormente il pericolo, è la pressione parziale dell ‘O2 a cui ci si espone.
Detto così, credo che ormai l’abbiano capito tutti; lo abbiamo detto e scritto decine di volte: l’ossigeno è una medicina e come tale va trattato; ma nel concreto quali sono i rischi?
Si chiama ARDS (Adult respiratory distress syndrome) ed è determinata dall’effetto Lorrain Smith dal nome del ricercatore che ne ha registrato per primo gli effetti e le cause.
Da un testo di Faralli: L’ossigeno è un gas forse paradossale: permette la vita delle nostre cellule, ma con i suoi effetti tossici ne determina, probabilmente, anche l’invecchiamento e, in definitiva, la morte.
Poco ossigeno è incompatibile con la vita, troppo ossigeno causa la morte.
Della tossicità di questo gas si erano già accorti i suoi scopritori, Priestley e Scheele, evidenziandola sulle piante esposte all’ossigeno puro.
Priestley, osservando la rapida combustione di una candela immersa in ossigeno, scrisse che “le forze di un animale si sarebbero esaurite troppo velocemente in questo particolare tipo di aria”.
Paul Bert nel 1878 aveva verificato e dimostrato la tossicità a carico del sistema nervoso centrale umano di alte pressioni parziali di ossigeno nell’impiego subacqueo. Successivamente, nel 1899, durante una serie di esperimenti tesi a stabilire gli esatti confini della tossicità dell’ossigeno, Lorrain Smith descrisse con esattezza gli effetti tossici a carico del polmone.
Un ratto, dopo quattro giorni di esposizione ad un’aria arricchita di ossigeno al 73%, sviluppò… (clicca su leggi tutto)

la tabella realizzata da noi e ricavata direttamente dll’articolo di Faralli pubblicato sul numero 8 di IR MARE

una forma di polmonite fatale. Successive osservazioni furono fatte durante l’impiego dei primi autorespiratori ad ossigeno puro dai fisiologici della Marina Militare Italiana e della Royal Navy. Infine gli studi e le ricerche nel campo della medicina iperbarica e delle immersioni in saturazione hanno completato il quadro attuale delle conoscenze. Ma che cosa succede ai polmoni in presenza dell’effetto Lorrain Smith?
Se l’esposizione eccede i limiti sopportabili che ovviamente variano da uomo a uomo essendo anche variabile la fisiologia di ognuno di noi, si manifesta una ARDS Adult respiratory distress syndrome. Nell’uomo i primi sintomi di intossicazione tracheo-bronchiale si manifestano con tosse e bruciore retrosternale nella inspirazione. Dopo dieci ore di respirazione di ossigeno a 1 ATA le alterazioni sono ancora reversibili dice Faralli, ma dopo 24-48 si ha lo sviluppo della sindrome con, alla fine, una fibrosi interstiziale polmonare e danno alveolare diffuso.
Questo DEVE stamparsi bene nella testa di coloro che manifestando una prosopopea allucinante, dichiararono come se si trattasse di un gioco, che il loro scaldabagno giallo (REB ECCR) fosse settato a una ppO2 di !,3 ATA, la dove gli OTS lavorano a 0,6, si riposano a 0,4 e vanno solo eccezionalmente a 0,9; mentre i militari normalmente settano a 0,7 e solo dove necessario a 1,3, utilizzando due modelli differenti di REB.
La tabella che abbiamo realizzato, mostra chiaramente quali sono i limiti di utilizzo dell’O2 in funzione della ppO2 che stabiliremo di utilizzare, fermo restando che se facciamo una immersione di 40 minuti a -80 metri con circa due ore e mezza di decompressione (secondo le tabelle V-Planner che non condividiamo) con set point di 1,3, sforiamo chiaramente dai limiti per singola esposizione, in base alle rilevanze fissate dalla MMI, dalla US Navy, della Royal Navy eccetera.
Ora, è ovvio che ci esponiamo ai pericoli di una intossicazione tracheo-bronchiale che in presenza di una lunga decompressione in O2 ci può causare una ARDS e nei casi peggiori non solo un danno permanente ai polmoni ma la morte.
Ho sacrificato una sera di lavoro per il numero 18 di MARE per realizzare questo servizio che vi offro. Sono certo che nei manuali dei REB è chiaramente citato l’Effetto Lorrain Smith, ma un conto è averlo nel manuale, un altro è tenerlo sempre ben presente e conoscere grazie ad una semplice tabella, i limiti di utilizzo dell’ossigeno in funzione della sua pp.
Il direttore

Adult respiratory distress syndrome (ARDS), also called acute respiratory distress syndrome, is a type of lung (pulmonary) failure that may result from any disease that causes large amounts of fluid to collect in the lungs. ARDS is not itself a specific disease, but a syndrome, a group of symptoms and signs that make up one of the most important forms of lung or respiratory failure. It can develop quite suddenly in persons whose lungs have been perfectly normal. Very often ARDS is a true medical emergency. The basic fault is a breakdown of the barrier, or membrane, that normally keeps fluid from leaking out of the small blood vessels of the lung into the breathing sacs (the alveoli).

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Schermata 2016-03-08 alle 12.42.15

Autore:  Marconi Gabriele
Editore:  Vallecchi
Genere:  letteratura italiana: testi
Collana:  Stelle
ISBN: 8884271754
ISBN-13: 9788884271754
Data pubbl.: 2009
Normalmente disponibile in 3/5 giorni lavorativi

recensione di:Livio Mario Cortese

DAGLI USCOCCHI DI D’ANNUNZIO AD UN SOGNO NAZIONALE
–“Le stelle danzanti”,
di Gabriele Marconi
L’Italia degli ultimi anni sta riscoprendo sé stessa. L’italiano che riesce a non perdersi tra le devianze regionaliste alla moda, ritrova facilmente la consapevolezza del retaggio nazionale: l’identità, in una parola. E quando, guardando il presente, risulta chiara la malafede di chi sta “in alto”, come anche l’abbrutimento del popolo -ammassato di fronte a schermi sempre più vasti- , ebbene: la cosa più naturale è tentare di apprendere dalle azioni di chi ci ha preceduti, in quelle tre o quattro generazioni che precedono l’epoca attuale, detta “post-moderna”. Accade così che spiriti sensibili, poco disposti ad inquadrarsi nelle categorie “destra” e ”sinistra”, gettino i cuori oltre le contraddizioni degli ultimi 80 anni, per cogliere la dimensione del momento e del luogo in cui molti fatti trovarono inizio o compimento, mentre vittoria e sconfitta parvero affiancarsi alleate: a Fiume d’Italia, nel 1919.
Il romanzo “Le stelle danzanti” di Gabriele Marconi tenta proprio di rendere l’essenza di quel momento storico…e ci riesce.
Antefatto è la battaglia del Col Moschin, nel giugno 1918. Negli istanti che precedono l’assalto,veniamo a conoscenza dei due protagonisti: Giulio e Marco, arditi.
Giulio Jentile è un romano, anzi si potrebbe definire IL romano: incarna in modo fin troppo perfetto l’ideale del milite italico. Chiassoso, simpatico, più della violenza conosce il furor del combattimento; è lucido, ben centrato in sé, dotato di un equilibrio che attrae gli amici e le molte donne che non si lascia sfuggire. Un amore ideale, non ancora realizzato –quello per Daria – lo porta innanzi. (continua – clicca su leggi tutto)
Marco Paganoni è… un uomo, con tutte le sue limitazioni. Discendente d’una famiglia della nobiltà lombarda, rompe con la sua gente per abbracciare il sogno fiumano; lo vivrà in modo poco rumoroso, ma sempre pulsante di slancio. Intimamente malinconico, è consumato dalla stessa passione che anima l’amico. Giulio sublima in sé l’atto eroico: è solo anche quando agisce in squadra, ma è la presenza di Marco a salvarlo in più di un’occasione. Si può intuire che i due arditi siano le metà d’un animo solo, destinate a dibattersi, scontrarsi e congiungersi sul suolo istriano, espressione concreta di un ideale: la sovranità italiana sulle terre “irredente” ? Certo, ma più ancora: la sovranità che ragazzi poco più che ventenni impareranno ad esercitare su loro stessi, fra l’esperienza corrusca della guerra di trincea e quella più festosa (ma non meno ardua ) dell’occupazione di Fiume. Un anno e mezzo di resistenza, nel quadro di un’Europa che ribolle nel moto di forze sempre opposte.
Il desiderio d’avventura (o evasione) porta Giulio a lasciare la città con un nucleo di uscocchi. Col nome dei pirati slavi che infestavano l’Adriatico nel Cinquecento, D’Annunzio chiamò gli scorridori che il capitano Romano Manzutto guidava alla conquista dei mercantili italiani, poi dirottati al porto di Fiume perché la città, ormai tagliata fuori dalle rotte commerciali, fosse rifornita. La corsa degli uscocchi attraverso la penisola occupa i sei capitoli più intensi del romanzo, dove ciascuno dei diversi personaggi pare esprimere i volti molteplici dell’impresa: s’incrociano socialisti, anarchici, fascisti e libertari, ma la sola distinzione è fra combattenti ed imboscati, fa uomini fedeli alla Patria e profittatori. Ogni singola differenza diventa elemento di coesione. Ma intanto Fiume decade lentamente, piena com’è di sbandati e spie d’ogni Paese. Marco, rimastovi, dovrà far fronte alla situazione festosa e sempre più ambigua che condurrà al “Natale di sangue”: la città verrà bombardata dall’esercito regolare il 24 dicembre del 1920. Al principio del gennaio 1921, D’Annunzio e i legionari superstiti dovranno smobilitare, per l’incolumità delle loro stesse famiglie. Solo volgendo italiani contro italiani, si è riusciti a debellare un momento, seppur ancora imperfetto, di unità del vero “popolo”; ma il ricordo avanzerà a lungo nell’agire di uomini noti e meno noti, negli anni successivi.