DUE CASI DI MORTE: PEGGY BRACKE E MARCO BENVENUTI

Schermata 2016-03-01 alle 12.22.04
nell’immagine Marco Benvenuti, un ottimo subacqueo tradito dal respiratore a circuito chiuso e dalla maledetta calce sodata.
Eccoci a parlare di due morti, un uomo ed una donna, lui un esperto subacqueo lei una principiante.
La morte però, li ha uniti per sempre. Non dovranno più preoccuparsi di nulla, mutuo, bollette, rate, scadenze, nulla.
La morte cancella tutto ed è presente nella nostra vita come lo zucchero, il caffé, la marmellata.
Io oggi scrivo per voi, ma fra pochi attimi sarò morto e un altro scriverà per voi e poi, poi sarete morti anche voi, poiché la grande livella non dimentica nessuno.
Tutto questo basta a giustificare la morte di Marco Benvenuti di 43 anni, considerato da tutti un ottimo istruttore ed un ottimo subacqueo?
Io credo di no, ed altrettanto non giustifica la morte di Peggy Bracke, appassionata di subacquea, munita di brevetto Advance Open Padi, era la prima immersione della stagione.
Con lei, sul gommone d’appoggio del “B&B diving” di Camogli, una guida, Massimo, e altri due subacquei, Stefano, 43 anni, di Camogli, e Andrea, 39, di Milano, oltre ad Alfredo, aiuto istruttore rimasto a bordo durante l’immersione. «Peggy era scesa a 30 metri – racconta Roberto Bacigalupi, titolare del “B&B diving” -. Una fase completata lentamente, con tempi tecnici rispettati alla perfezione, mi hanno detto i ragazzi che erano con lei. Peggy ha iniziato ad accusare problemi a 27 metri, 17 minuti dopo l’inizio dell’immersione: aveva conati di vomito, si è tolta la maschera e l’erogatore.   I compagni l’hanno fermata per impedirle di risalire tutto d’un colpo, saltando le fasi di decompressione». Ma a circa 5 metri Peggy Bracke ha perso i sensi.

 

 

 

 

 

Esaminando il primo caso scopriamo che Marco Benvenuti era un esperto istruttore subacqueo tecnico ed appassionato utilizzatore di rebreather.

E’ morto nel lago di Lares, nel gruppo dell’Adamello a quota 2650 metri. E’ morto a 2-3 metri di profondità, la profondità massima del lago era di 20 metri.
Marco era un esperto, perché è morto? Semplicemente a causa dell’ARO. Inutile accampare altre tesi, Marco credeva nel suo rebreather in parte autocostruito, lo usava da anni, ma non aveva modo di accettare quello che noi stiamo dicendo da sempre. La CO2 è una incognita letale per gli utilizzatori di CCR.
Marco in risalita e decompressione usava il suo reb in CCR. Non è difficile immaginare che a sei metri sia passato in O2 per la decompressione, così come non è difficile comprendere le cause della sua morte. Come decine, forse centinaia di sub prima di lui è stato tradito dalla calce sodata.
E’ morto di ipercapnia, il colorito cianotico che fa pensare ad un infarto è, in realtà il colorito di un morto per intossicazione da CO2
Viene da chiedersi quando i vari guru dell’immersione tecnica ed i sostenitori dei CCR e degli ECCR prenderanno posizione, fra quanti morti, fra quante tragedie.
Sottolineo che Marco è morto di rebreather (lui lo chiamava il suo bambino), ma è la cultura criminale di alcuni gangli della subacquea che lo ha ucciso.
Agli antipodi troviamo invece Peggy Bracke;
sembrerebbe tutto quasi normale, ma sulle tabelle US Navy aggiornamento n.6, da noi pubblicate, Peggy era in curva di sicurezza fino a 30 minuti a quella profondità,
Dunque dopo 17 minui a 27 metri poteva risalire senza alcuna tappa di decompressione alla velocità di 30 piedi al minuto, (9 metri).
In un caso di emergenza come quello, forse era meglio lasciarla pallonare e poi occuparsi di lei e della sua salute in secco.
Chi l’ha frenata, lo ha fatto certamente in buona fede, ma ha fatto la cosa giusta?
Perché accade tutto questo (in generale nella subacquea)?
La risposta è semplice:
la decompressione non è solo una forma di tutela contro la MDD ma, in molti casi, una fobia che costringe i subacquei a dei comportamenti che non sempre risultano positivi.
La tragedia della subacquea (in generale) sta tutta lì.
il direttore

GLI AMMUTINATI DEL ROMA

Sopra il ROMA.
Il titolo dice già tutto e rivela ciò che la MMI nasconde da sempre, giustamente a mio parere. Quando il Roma venne fatta saltare da un gruppo di sabota italiani al soldo dei servizi segreti tedeschi, era in pieno ammutinamento.
Le bombe a razzo sperimentali della luftwaffe (la bomba che colpì la Roma era stata progettata sin dal 1939 dal dott. Kramer, ed era contraddistinta dalla sigla FX-1.400 e chiamata familiarmente     Fritz-X. Secondo altre fonti essa avrebbe avuto la sigla PC-1.400X, o anche SD-1.400. Era lunga m 3,30, aveva un diametro di mm 500 circa, pesava kg 1.400 e portava kg 300 di esplosivo) alla Roma non fecero grandi danni, un buco sulla destra che è stato controbilanciato dall’allagamento delle casse di compenso sulla sinistra. Fra le altre cose, il ROMA era la più moderna delle “35.000 tonnellate” messe a progetto nel 1925, e sicuramente era attrezzata per far fronte a dei semplici buchi.
Una corazzata o meglio una nave da battaglia è progettata per funzionare proprio quando è oggetto del fuoco nemico.                     Non stiamo parlando di un traghetto. Fra le altre cose un’altra Fritz-X colpì la nave Italia ex Littorio, ma anche in quel caso passò attraverso la nave ed esplose in acqua. Evidentemente i tedeschi dovevano accorciare i tempi di ritardo delle spolette, ma non ci fu tempo per farlo, inoltre non abbiamo altri dati in merito all’utilizzo di queste bombe nel continuo della guerra. Furono usate solo in quel frangente?
Veniamo ai fatti:
Cronologicamente, verso la fine degli anni settanta (tengo vaghezza nelle date al fine di proteggere le mie fonti) stavo lavorando con copertura e assicurazioni varie, con i nuclei SDAI (sminamento e difesa antimezzi insidiosi), da quell’anno di fuochi d’artificio, vennero fuori un articolo e una serie di fotografie, ma fu proprio in seguito all’operazione di bonifica della Cala dell’Oro di Portofino che venni in contatto con l’ufficiale comandante dello Sdai.

Ora per chi non conosce la MMI, spiego come funziona:
esistono personaggi che hanno in mano tutte le leve per il funzionamento della “macchina”, in quel caso era il sottotenente di Vascello Emilio Prati; ed ufficiali di rango superiore, provenienti dall’Accademia di Livorno, che si succedono al comando dei vari gruppi.
Questa tecnica, che reputo ottima, fa si che non si creino elementi gangrenosi all’interno dell’arma, ma consente anche ai vari ufficiali, futuri ammiragli, di mettere insieme una conoscenza a volo d’uccello delle varie specialità della MMI. In pratica, al comando, chiunque può sostituire chiunque senza che l’insieme ne risenta.
Ebbene innanzi ad un piatto di spaghetti, eravamo reduci dal brillamento di una P.200 con relative operazioni subacquee, quell’ufficiale mi disse con tutto il candore possibile, che nella sua precedente esperienza era al comando di una nave idrogrfica della MMI e che mappando i fondali gli capitò di passare sul relitto della ROMA.
“La vidi chiaramente, sugli scandagli, era lì a -75 metri, con tutto il suo torrione di comando ed avvistamento” (va detto che l’affondare in assetto di navigazione per le corazzate è un fatto normale.
Nella prima fase si capovolgono, scaricano le pesanti torri dell’artiglieria principale e poi si rigirano sott’acqua assumendo un assetto di navigazione. E’ solo un problema di baricentro.
Pochi sanno che le torri girevoli dell’artiglieria principale sono solo appoggiate nelle loro sedi).
Da quel pranzo non ho mai smesso d’interessarmi al ROMA.
Leggendo il libro con gli estratti del processo di Supermarina, una notte alle 4,00 mi si è accesa una luce nella mente: ma se un marinaio ha visto la seconda bomba razzo cadere in acqua ed è stato bagnato dagli schizzi, allora chi e che cosa a fatto esplodere la nave?

La risposta arrivò quasi subito, la ROMA non è esplosa è DEFLAGRATA. Ora che significa esplodere o deflagrare?
1) si dice esplosione quando un esplosivo scoppia a seguito di un innesco. L’effetto è devastante perché tutta l’energia dell’esplosivo si sviluppa in modo istantaneo e più l’esplosione è soffocata maggiore è l’effetto.
2) La deflagrazione è invece l’effetto di una esplosione GRADUALE.
Se i proiettili di un cannone fossero sparati con l’esplosivo esploderebbe il cannone.
Per lanciare un proiettile di cannone, occorre invece che la carica di lancio sia costituita da balistite o cordite, una sorta di esplosivo che brucia in modo progressivo. Quindi non sviluppa tutta la sua potenza all’istante ma in un “X” di tempo, che consente al proiettile di accelerare ed uscire dalla canna.
Le due tipologie vengon dette:
1) esplosione
2) deflagrazione
Detto questo dobbiamo soffermarci ai fatti: gli aerei tedeschi arrivano alle 16,00 (attenzione al dettaglio dell’ora) sganciano due bombe a razzo sperimentali, guidate dall’operatore (le prime bombe intelligenti della storia), la n.1 viene a segno ed attraversa la ROMA come se fosse di burro, esplodendo sotto lo scafo.
Perché attraversa l’acciaio come se fosse burro? Perché essendo una bomba a razzo è fornita di un motore a combustibile solido che aumenta spaventosamente la sua velocità di caduta, al punto tale che attraversa l’acciao come burro e poi, grazie al detonatore ritardato, esplode sotto lo scafo.
Anche i tedeschi vengono sorpresi dalla potenza di penetrazione di queste bombe, anche se venivano già definite ad alta penetrazione.
La seconda invece sbaglia lo scafo e cade in mare (va detto che ogni aereo portava un sola bomba), ma proprio in quel momento una enorme DEFLAGRAZIONE solleva il ponte del ROMA di oltre un metro, e spara la torre trinata principale n.2 in mare con dentro oltre 50 operatori. Da lontano si vede una grande fumata nera, poi la ROMA si spezza in due e affonda.
Quanti di quegli ufficiali, che dalla squadra navale osservarono la tragedia sapevano usare il sestante?   Tanti immaginiamo, allora quanti hanno segnalato il punto di affondamento, approssimato in primi e non ovviamente in secondi?
Poi c’è la deriva e le correnti. La nave affonda ma si sposta, vola come un aliante subacqueo, urta il fondo scivola portata giù dal suo peso e si ferma grazie ad una serie di fattori fortuiti.  Uno, dei tronconi, quello con il torrione, è a settantacinque metri. La MMI conosce la sua ubicazione precisa al secondo di grado, dalla fine degli anni settanta. L’altro troncone non è mai stato trovato, ma è logico pensare che non sia molto lontano, magari 100 o duecento metri più giù.
Qual’è la parte più importante? Quella del torrione, o quella che probabilmente ha in se le prove della seconda bomba che non ha colpito?
L’ubicazione della deflagrazione proprio vicino alla torre n.2 dell’artiglieria principale dimostra che la nave si è spezzata proprio lì. Vicino al punto di massima temperatura, dove l’acciaio è fuso.
L’omicidio di oltre 1300 persone per punire non l’Italia ma ROMA è cominciato a favore dei suoi assassini.
Le prove più importanti sono fuse e affondate.
Però abbiamo un’altra prova importante.
Anche gli asini sanno che se una bomba da una tonnellata (300 chili di esplosivo) esplode in Santa Barbara la nave, tutta, salta in aria, spargendo pezzetti in ogni dove. Alcuni marinai dell’incrociatore inglese esploso a Scapa Flow, sono stati trovati a settecento metri di distanza. La Hood, colpita in S. Barbara dalla salva della Bismark, è esplosa come un arancia attraversata da una 9 mm High Power, la ROMA, unica nella “storia degli esplosivi” è deflagrata strano no?
Quando a Piazza della Marina n.1 in Roma chiedevo lumi all’ufficio stampa, guardavano fuori dalla finestra. Nessuno può affermare che sia normale che colpita al “cuore” una nave deflagri e non esploda.
Anche perché la cordite o balistite non s’innesca senza uno specifico lavoro da professionisti, mentre l’esplosivo salta per simpatia e la simpatia è determinata dalla esplosione di un ordigno in S:Barbara.
Su questo, credetemi, non ci piove.
La deflagrazione la dice lunga. Ottocento persone (il numero è vago) si sono salvate a poppavia della nave e fra quegli ottocento più o meno bruciacchiati, c’era Incisa della Rocchetta, ma anche il sabota che ha affondato la ROMA.
IL ROMA e non l’ITALIA ex LITTORIO, un obiettivo apparentemente più pagante.
Alle 16,00, non alle 16,15, non alle 16,45 o quante altre combinazioni avrebbero potuto esserci?
I tedeschi non vanno in bagno senza un programma ed ecco che gli aerei arrivano alle 16,00.
A quell’ora (pianificata a tavolino)che cosa succede sulla ROMA?
Perché le artiglierie contraeree non aprono il fuoco quando i bombardieri tedeschi sono a distanza utile ed in posizione pericolosa?
Gli addetti al lavoro sapevano che un bombardiere non sgancia una bomba sulla verticale del bersaglio, ma ad un angolo in chiusura di circa 60 gradi, altrimenti la bomba che ha anche la velocità del velivolo, supera il bersaglio e cade in mare.
Ciò nonostante quando gli aerei arrivano, la contraerea della Roma tace, perché?
Eppure il “posto di combattimento” era stato lanciato su tutta la nave. Si sapeva che i tedeschi ci avrebbero attaccati.
Dalle memorie di Incisa della Rocchetta sappiamo che giunto al suo posto di combattimento, i medi calibri, se ricordo bene intorno ai 152 millimetri, non ricevettero dal basso le cariche di lancio perché in basso non c’era nessuno, e che la contraerea da 90 millimetri iniziò a sparare 10 minuti in ritardo con personale non specializzato. Sarebbe a dire: con i primi che passavano di lì.
Orbene, fermiamoci un attimo, a cercare di comprendere che cosa è una nave da guerra.
Prima del fatidico “posto di combattimento” è un paese, un piccolo paese con tutti i suoi problemi e tutte le sue contraddizioni, ma dopo l’ordine “posto di combattimento” diventa una unica creatura, un’arma carica e pronta a sparare. Nulla è lasciato al caso.
Immaginiamo che siate a bordo di una nave militare e stiate facendo la cacca, e proprio in quel momento arrivi l’ordine “posto di combattimento”, scordatevi di usare la carta igienica per pulirvi, scordatevi d’infilarvi le mutande, dovete tagliare in due lo stronzo, come si usa dire, e con le mutande in mano correre verso quello che da sempre sapete essere il vostro posto di combattimento.
Le mutande ve le infilerete strada facendo e l’eventuale cacca che vi sporca il culo è un dato insignificante di cui nessuno vi chiederà conto.
Ma se mancate al vostro posto… è grave, è alto tradimento, è abbandono del posto di combattimento è fuga innanzi al nemico, in guerra equivale ad una condanna a morte.
Questo perché la nave da guerra emanato quell’ordine, diventa una creatura unica nelle mani del suo comandante e degli ufficiali ed il tempo che impiega a divenire tale è fondamentale per la sopravvivenza di tutti.
Ora, come è possibile che sulla ROMA dopo il “posto di combattimento” mancassero gli addetti alla contraerea ed i serventi alle cariche di lancio della media artiglieria?
Non è un dato insignificante, è la dimostrazione che sulla nave era in atto un ammutinamento, non ci sono altre risposte valide.
Questa è l’UNICA RISPOSTA, così come la deflagrazione in luogo dell’esplosione è l’UNICA RISPOSTA.
E siamo già a due due dati incontestabili pesanti come macigni che dicono che nel momento in cui la ROMA è stata attaccata, non era una nave da guerra ma un… problema poco gestibile
Le due anime della Marina si erano spaccate e a bordo c’era chi voleva consegnarsi al nemico seguendo gli ordini dell’ignobile Re e c’era chi voleva continuare la guerra a fianco dei tedeschi, o comunque non consegnare le navi nelle mani del nemico.
Ricordiamoci che all’epoca dei lager nazisti e di quelli comunisti non ne sapeva un cavolo nessuno.
In un film di Fellini ispirato all’otto settembre si vede a Roma un marinaio in groppa ad un cavallo bianco senza sella, un simbolo di che cosa era l’Italia in quei momenti.
Mancarono gli ordini per la truppa, ma quelli importanti per i settori paganti c’erano. La flotta, intonsa, doveva consegnarsi nelle mani dei nemici, poi divenuti “alleati”; la parte giusta; ma tutto… dopo.
In quei giorni erano IL NEMICO.
Fu il più colossale successo di Winston Churchill, ottenere una flotta intonsa dal nemico senza sparare un colpo.
Dall’inizio della guerra, perfettamente consci che non potevamo sostituire le nostre corazzate in caso di perdita, seguivamo la strategia “Beeing Force” che significa restare in forze, non mettere a rischio le risorse principali se non in presenza di un indiscutibile vantaggio Questo dice che la nostra strategia era fondalmentalmente giusta. Potevamo vincere, è andata male, ma potevamo vincere.
Le guerre non sono solo eroi che entrano fra le reti e sabotano, ma un intelligence ed una ricognizione e tante altre cose, dove potremmo cercare i responsabili della sconfitta.
Non serve a nulla vincere le battaglie, bisogna vincere la guerra e per farlo occorre essere come su una nave da guerra, tutti uniti al posto di combattimento.
Quando il Re scappa insieme all’ignobile Badoglio, tutte le regole finiscono e a quel punto stare dalla parte della Patria, non significa stare dalla parte della Nazione (ammiraglio Birindelli).
Ma torniamo a bordo della ROMA il 9 settembre del 1943.
Dalla testimonianza del cuoco di bordo della Roma: “mentre servivo il caffè al comandante, arrivò il nostromo che disse concitato “abbiamo un aereo sulla verticale, suggerirei una accostata” – rispose il comandante – “nostromo lei faccia il suo lavoro che io faccio il mio” segno che c’era nervosismo a bordo, ma anche che giustamente il comandante sapeva che un aereo sulla verticale della nave non poteva essere un problema. Non sapeva nulla delle bombe guidate e a razzo.
Il destino della nave però era già segnato, l’ammutinamento era già in corso, i sabota stavano innescando la balistite per poi spostarsi a poppavia e salvarsi la vita.
Un secondo dopo le parole del comandante della Roma al cuoco avvenne la deflagrazione, lo stesso raggiunse la poppa con serie difficoltà, ma allora, ditemi voi, è possibile che una nave sia già stata attaccata da una bomba a razzo che l’attraversa allagando a destra e che il comandante stia bevendo il caffè e che non si preoccupi del secondo aereo in arrivo?
Io dico che i fatti sono avvenuti con un’altra tempistica, perché credo alla testimonianza del cuoco di bordo, che non aveva nessun interesse recondito a mentirmi. Altre testimonianze parlano addirittura di 4 bombe.
Gli aerei sono arrivati alle 16,00, il primo ha attaccato la nave, mentre il comandante beveva il caffè, colpendola da una posizione impossibile, per una bomba convenzionale, poi ha attaccato il secondo aereo ma nel frattempo la deflagrazione era già avvenuta o fu contemporanea.
La seconda bomba cadde in mare ma tutto lo stato maggiore era già stato “cotto”.
Fu veramente l’ultimo caffè del comandante della ROMA capitano di vascello Adone del Cima.
Eccoci nuovamente hai tempi nostri (si fa per dire), da oltre trent’anni la ROMA giace sul fondo nel silenzio rumoroso di oltre 1300 morti.
Le famiglie dei caduti da anni oppongono un silenzio assoluto ed aggressivo a qualunque domanda (perché?).
La MMI tace, ma come darle torto?
A chi giova rinvangare quei momenti drammatici dove nulla era più chiaro o comprensibile, dove più nessuno aveva ragione e più nessuno aveva torto?
Il “nostro” ufficiale sulla nave idrografica trova la nave, o una parte di essa ed ecco che tutto viene secretato.
Quel punto nave scompare, la MMI sa che non servirebbe a nulla scoprire il relitto, che su certe storie orrende è meglio far scendere il velo del silenzio.
Meglio non far sapere che alcuni ufficiali della nostra marina erano chiaramente agenti dell’intelligence tedesco, meglio non far saper che sulla nave c’era un ammutinamento, meglio non far sapere e basta. Tanto che differenza fa sapere la verità? Nessuna.
Ma veniamo ad una sera di alcuni anni fa a La Spezia. Ero a tavola con due alti ufficiali della Polizia, l’argomento era l’aereo di Ustica, ma poi la conversazione scivola sulla ROMA.
Eravamo tutti e tre ammorbiditi dal buon vino, ma quando il più anziano afferma: “sul relitto della ROMA sta lavorando il CNR ed è a settantacinque metri… attenzione non a sessantotto o a settantasei ma settantacinque, l’esatta profondità che mi disse il mio ufficiale della SDAI sul finire degli anni stettanta, le mie antenne si drizzarono… accidenti. Dopo 25 anni una conferma eclatante.
Può essere un caso? Può un funzionario di polizia ad una cena dire una frase del genere ribadendo la stessa identica profondità detta dall’ufficiale che 25 anni prima ha beccato la ROMA sull’eco di un nave idrografica della MMI?
Beh, se è un caso è veramente uno strano caso.
Orbene, è evidente che dal momento in cui la posizione del relitto o di parte del relitto è conosciuta in ambienti esterni alla MMI, per tutti diventa solo una questione di tempo.
E’ molto probabile che Delauze trovi la ROMA, anche perché a mio parere l’ha già trovata all’epoca di Cousteau ma la MMI gli ha chiesto il silenzio.
Oggi sono passati oltre sessant’anni, è tempo che il sipario si alzi.
Noi che sappiamo la verità da decenni ed abbiamo sempre taciuto, ci auguriamo che comunque vadano le cose il relitto di quella povera nave: farfalla che non fece mai nemmeno un volo – diventi un grande cimitero di guerra, ci auguriamo che venga anche trovata la parte anteriore con i suoi 1393 morti (dati mai precisati).
Inutile dire che avremmo preferito che tutto si perdesse nella notte dei tempi. L’8 settembre del 1943 fu un avvenimento incredibile, che non ha precedenti nella storia dell’umanità.
Non basteranno mille anni per cancellarlo, per farvi capire in piccolo. È come se vostra moglie, la donna a cui avete dato la massima fiducia è fedeltà, la madre dei vostri figli, la trovaste a letto con un altro in una posizione estremamente hard.
In un istante cadrebbero tutte le vostre certezze e se in quel momento doveste prendere delle decisioni epocali, che cosa fareste? La cosa giusta e ponderata? Dubito molto.
Questo era lo stato d’animo degli italiani, e quel marò della decima che la mattina del 9 settembre tagliò con le forbici lo stemma Sabaudo dalla bandiera italiana, non doveva avere uno stato d’animo molto diverso.
Ho voluto dirvi tutto quello che ho messo insieme in 35 anni di ricerche sulla ROMA.
Altre cose le dissi già in altri articoli sempre sullo stesso argomento.
Un lavoro svolto come sempre senza fretta, aspettando che la storia venisse da me, ed è venuta.
Lascio agli altri di scrivere il resto, ma sono certo che almeno i lettori di Marescoop guarderanno ogni accadimento con gli occhi di… persone informate dei fatti.
TUTTO QUANTO SOPRA, NON E’ LA VERITA’ ASSOLUTA, MA LA PIU’ PROBABILE RICOSTRUZIONE STORICA POSSIBILE SULLA BASE DI INDIZI CREDIBILI E TESTIMONIANZE SCRITTE O VERBALI DEI PROTAGONISTI.
CON QUESTA VERSIONE OGNI TASSELLO SEMBRA TROVARE IL SUO POSTO NEL COMPLESSO PUZZLE.
ORA LA PALLA PASSA A DELAUZE, I MEZZI PER TROVARE TUTTI E DUE I TRONCONI LI HA, STIAMO A VEDERE.

Marcello Toja