NAUFRAGARE ALLE GLENAN

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sopra, la carta dell’arcipelago delle isole Glenan

2009, fuori c’è il sole, un maggio da sogno. Venticello fresco, una brezza marina che tanti ma proprio tanti vorrebbero avere a portata di mano.
Non fa né caldo né freddo sono le sette del mattino e l’atmosfera è quella giusta per mettermi a scrivere.
Devo buttare giù i ricordi fino a quando sento di poterlo fare, alcuni dettagli, alcuni nomi si sono già persi nelle nebbie del tempo ma la sostanza c’è ancora tutta.
Come sempre ogni cosa, ogni parola ed ogni sensazione che leggerete è cronologicamente vera.   Un cronaca senza alcuna aggiunta di fantasia su quello che accadde nel corso di una mia spedizione di lavoro alle isole Glenan nel 1985.
Sì, avete letto bene, proprio quelle isole al largo di Concarneau, nella Bretagna francese che si affaccia sull’Atlantico, quelle dove sono stati forgiati alcuni fra i più grandi velisti della storia.
Questa è anche la cronaca di un miracolo senza il quale oggi non sarei qui a scrivere.  Insomma una delle troppe volte che l’avventura mi ha portato davanti a quel sottile diaframma permeabile che separa la vita dalla morte.
Ebbene, eccomi qui: Agosto del 1985 e a me sembra ieri.   Sul carrello che ho trascinato con una “pallas” fino alle coste della Bretagna c’è il mio gommone VTR della Nuova Jolly, equipaggiato con un motore Johnson da 45 cavalli, tutto è pronto.
Gil Bessì, un francese nato in Nuova Caledonia, mi aiuta a calare in acqua l’imbarcazione, la famiglia (moglie e figlio) l’ho già sistemata sul traghetto che arriverà molto prima di noi.
Noi invece lasceremo le acque del porto di Concarnou per affrontare l’Atlantico con un gommone di 4,75 metri ed un motore premiscelato.
Le miglia da fare non sono molte, circa 18 se ricordo bene Poco più di un’ora di gommone…
Indosso i pantaloni di una muta umida da sette millimetri con bretelle. Sopra, una cerata gialla con cappuccio comprata a Tobermory Bay nelle isole Ebridi scozzesi.  Roba seria, professionale.
Nei piedi i calzari a scarpetta, insomma mi sento al di sopra di qualunque problema meteo.
Il tempo, appunto, fa schifo, il cielo è plumbeo, il sole è un lontano ricordo e con una situazione simile in Italia non mi alzo nemmeno dal letto.

una tipica imbarcazione bretone

Qui invece è “bel tempo”. “Potete andare senza problemi” ci ha detto la bella gendarme della Capitanerie du Port, “nulla da segnalare, bel tempo stabile” ha aggiunto con un sorriso. Usciamo dalle acque calme del porto e mi trovo davanti… l’inferno del gommonauta.
Un mare incrociato, anzi un oceano incrociato, onde alte almeno due metri fatte come le piramidi del Cairo, alcune anche spaccate da minacciose creste bianche.
Guardo Gil, e con gli occhi gli dico:«ma che cazzo ci facciamo qui?»  Ai comandi ci sono io, riduco il gas ed inizio la virata.
Lui mi guarda ed esclama nel suo francese del Nord:«Marcello, ma che cosa stai facendo?»« Che cosa sto facendo? Torno indietro con ste’ onde dove andiamo?» «Ma va là – insiste lui – ma non vedi che è bel tempo oggi?”»
Lasciatemi dire che se quello è il bel tempo allora non voglio proprio immaginare com’è quando è brutto.
Ciò nonostante riprendo la rotta per le isole. È esattamente l’opposto di 30 gradi Nord, quelli che ricordo di aver navigato al ritorno, quindi 210 Sud.
Inutile dire che avevamo il libeccio al mascone di destra.
“Planare? Ah, ah, ah, che risate.”
Qui di planare non se ne parla nemmeno. Inizia così una battaglia senza fine con le onde, presto siamo pieni d’acqua, apro gli scarichi di poppa, tanto per cercare di farne uscire un po’ ma non ce verso, pieno per pieno non cambia nulla.
Il gommone così appesantito diventa stabile, ma ogni volta che entra nell’onda, la stessa spazza tutto lo scafo ed i suoi abitanti.
L’acqua gelida mi entra dal cappuccio s’infila all’interno della salopette di neoprene e scivola fin giù a riempire i calzari.
Maledico il momento in cui ho pensato di non mettermi la giacca della muta con cappuccio che è rimasta nella borsa sul traghetto.
Il mio “marinaio” invece è coperto in modo corretto e fischietta felice.
Io in pochi minuti mi trasformo nell’omino della Michelin. Le gambe si gonfiano d’acqua, sono costretto ad eliminare i calzari per drenare. Scopro che la cerata lì non serve a un cavolo, dopo cinque minuti comincio ad avere freddo, e dovrò averlo per altre cinque ore.
Al tramonto arriviamo all’isola di Saint qualche cosa. Sono prossimo ad in collasso per idrocuzione, non ragiono quasi più.
Non ho detto una parola per cinque ore, perché non riuscivo più ad articolare la mascella sconvolta da un tremito convulso.
Se avessi parlato Gil si sarebbe reso conto dal mio belato, che stavo per morire di freddo e mi avrebbe sostituito al timone. Questo avrebbe significato la fine mia e del mio gommone. Ne ero certo e dovevo resistere!
Appena legati in banchina Gil salta a terra e mi dice “visto, te l’avevo detto che era bel tempo” a quel punto mi mette a fuoco, intuisce che la smorfia che gli faccio vorrebbe essere un sorriso, ma l’uomo che ha davanti è un quasi cadavere verdognolo giunto agli ultimi istanti della sua vita.
Si spaventa, cerca una coperta, non c’è, si affanna a cercare qualcosa per aiutarmi, ma non trova nulla. In quel momento arriva Anna, mia moglie, “Ben arrivati” esclama felice, poi mi vede e si rende immediatamente conto di tutto. Non mi ha mai visto conciato così dal freddo. Sa che ho una resistenza sconvolgente alle basse temperature ma che se ora non fa qualcosa mi perderà.
Apre freneticamente la sacca, estrae un accappatoio, ma a me servirebbe il ventre caldo di una foca. Mi guardo in giro, non ce ne sono.
So che infilarsi nel ventre di una foca appena ammazzata e sventrata, nel calore intenso degli intestini è il metodo degli esquimesi polari per salvarsi in caso di idrocuzione avanzata.
Gil mi spoglia dalla salopette a fatica, Anna è corsa a cercare un te caldo.
Avvolto in quell’accappatoio che mi sembra un inutile sudario umido, mi sento più nudo ed indifeso di prima.
Tremo come una foglia, ho violenti sussulti.
Mi trascinano fino alla nostra camera da letto. Un materasso gettato a terra in una baracca priva di riscaldamento.
E’ il massimo che può offrire quest’isola Saint qualche cosa. Bevo il te caldo, mi avvolgo nelle coperte, tremo e piango al mio interno.
Non voglio dare a quel cavolo di Caledone la soddisfazione di veder piangere un italiano. Poco a poco la vita ritorna attraverso fitte di dolore inenarrabile. E’ il sangue che si rimette in marcia.
Il giorno dopo sono di nuovo io.
Mi rendo conto di essere approdato in una delle ultime frontiere della subacquea.
Ricordate la scena del ponte di Apocalypse now ? Ecco l’atmosfera è quella. Subacquei semi svestiti si aggirano fra la nebbia siamo nel surreale.
Colazione in una baracca tavoloni stile caserma, pentole del latte, pentolone della cioccolata calda, pane raffermo, marmellata.
Siamo al CIP delle Glenan, Centre International de Plongée, diretto da Rougée Vegel, un bretone che, da mie informazioni, è stato ai comandi della goletta di Humprey Bogart.
Sembra più di stare in un distaccamento della legione straniera. Qui tutti hanno dei compiti nessuno ha tempo di fermarsi a parlare.
Insomma che io sia Marcel Tojà un reporter de Mondo Sommerso, la meme què le Mond de la Mer non glie ne frega niente a nessuno.   Qui la considerazione si conquista giorno dopo giorno dimostrando di sapersi organizzare e soprattutto… sopravvivere.
Dentro la baracca mensa, dove troneggia una stufa probabilmente rubata da Napoleone durante la campagna di Russia, inizia il briefing pre immersione.
Si tratta di immergersi senza piombi con mute invernali, effettuare la speciale respirazione tronca per scendere fino a 10 – 15 metri e poi giunti alla situazione di equilibrio idrostatico esplorare il fondale ed il relitto.
Successivamente riemergere; decompressione attaccati alla cima con respirazione sempre tronca e fuoriuscita.
Ascolto senza dire una parola… ma che “kaiser” è la respirazione tronca?
E per quale ragione bisogna immergersi senza piombi?
E il GAV?
Chi?
Il GAV, ma… qui non c’è!
Vedo partire l’armata semisvestita.
Fuori piove, accarezzo un breton-alleman un cane stupendo.  Sono già zuppo, vedo passare Gil e gli grido “bel tempo anche oggi e?”
“ah c’est superbe!” mi risponde per nulla scherzando e si accoda alla fila dei dannati che sta salendo a bordo.
Partono così, sotto alla pioggia, in mezzo alla nebbia, in un triste mattino d’agosto dell’85 in un’atmosfera da incubo. Mi domando quanti ne torneranno…
Invece tornano tutti e a mezzodì in una atmosfera festaiola si mangia insieme nei piatti d’alluminio, evidentemente le gavette sono finite; fuori … piove, sempre.
Stamane all’alba ho passato tre ore con mio figlio di 9 anni, a studiare un ragno enorme, posto in alto in un angolo del soffitto, talmente grosso da sentirsi il rumore delle sue mascelle quando mangia una mosca (forse esagero un po’, ma non molto), lo abbiamo chiamato Barnaba e da quel mattino ogni volta che ci svegliamo mio figlio mi domanda “dov’è Barnaba?”
Lui è sempre là, grosso, peloso ed opulento, impegnato a rendere più vivibile l’interno della baracca afflitta da mosche e zanzare imparentate con elicotteri AH60.
Quel posto comincia a piacermi! Sono pazzo?
Si, credo di sì, ma sono certo che alla fine piacerà anche alla mia famiglia, molto alla fine.
Al pomeriggio finalmente riesco ad isolare Rougée. Lo tempesto di domande per comporre il reportage e la massima curiosità la manifesto nei confronti della respirazione tronca.
Vengo così a sapere che al CIP si addestrano anche i pescatori atlantici francesi. L’obiettivo è quello d’intervenire con delle mute termiche ed una piccola bombola quando l’elica s’incattiva in una rete o altro in alto mare.
Qui non si scherza, senza la muta termica in inverno si muore in 4 minuti.
D’estate la possibilità di vivere dopo una caduta in mare arriva a 30 minuti nei casi eccezionali.
Al Cip, mi spiega Rougée i subacquei arrivano tutti dall’esperienza delle scuole subacquee francesi, le famose federazioni, con delle cinture di piombi paurose: 8-10 chili.
Quando se ne vanno molti non usano più la zavorra, i più sfortunati solo due chili.
Lo guardo incredulo, e lui mi fa vedere come si respira in modo tronco.
“Le vie respiratorie lavorano bene in basso, – mi dice, ed aggiunge – l’aria che conta è quella che scambiamo a livello alveolare l’altra, quella che resta nelle vie aeree non serve, ci rende solo più galleggianti”.
Mi fa vedere ancora: inspira in modo tronco, cioè fermandosi a metà dell’atto ed espira violentemente, contraendo il plesso solare e svuotando i polmoni fino in fondo.
Ci provo e dopo un attimo mi gira la testa. Evidentemente mi sto decarbonizzando troppo violentemente, ricomincio con più dolcezza e lui mi dice “Ecco, quello è il metodo. Quando entri in acqua, respiri così con quel ritmo abbastanza veloce e ti aiuti per i primi metri con la cima dell’ancora, vedrai che a dieci metri non ne a avrai più bisogno ed a quindici potrai tornare a respirare normalmente. Al ritorno sempre attaccato alla cima dell’ancora farai la decompressione con la stessa tecnica di respirazione”. Beh, non gli sto ad obiettare che senza la catena dell’ancora finisci in superficie, ma nelle immersioni programmate in quel modo, non c’è dubbio che il metodo funzioni.
Penso a quei subacquei che volteggiano come delle farfalle intorno al relitto, consumando la metà dell’aria e senza usare alcun GAV e/o zavorra e francamente un po’ li invidio.
Il resto delle settimane passano rapidamente e senza ulteriori scosse.
Visito la scuola dei velisti che è sopra un’altra isola quella di Fort Cigogne , scopro delle spiagge tropicali con sabbia finissima, m’immergo sul grande relitto del “Pietrò”, oltre 200 metri di nave autoaffondatasi dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini, una storia simile a quella dell’Umbria.
Il Pietro però l’abbiamo visto in pochissimi ed è uno spettacolo eccezionale.
Poi arriva il giorno sbagliato, dopo una settimana di sole, piove nuovamente, il cielo è plumbeo, c’è vento di Libeccio.
Rougée m’invita a seguirlo per una uscita in barca a vela fuori programma.
La sua è una vela di nove metri, una vela pura. Infatti non monta alcun motore.
“Portiamo i sub che pescano in apnea negli scogli più esterni – mi spiega- aspettiamo che tornino e tu fai le foto, così realizzi un servizio in più. Pesca in apnea e con la vela alle Glenan” esordisce con entusiasmo.
Mio figlio vorrebbe venire con me, problemi di spazio non ce ne sono. Rougée Vegel mi autorizza ad imbarcarlo.
Proprio all’ultimo momento mi viene un presentimento e dico a mio figlio “No, oggi stai a casa con la mamma”. Se ne va immusonito, borbottando qualcosa.
Salpiamo e con una perizia incredibile Rougée porta la sua barca fra le onde e i ridossi dell’arcipelago fino alle scogliere più esterne verso Ovest.
La nostra isola Saint Nicolas (finalmente lo so) si vede appena, sono le cinque del pomeriggio.
Verrà completamente buio alle dieci, abbiamo a disposizione cinque ore di luce.
Timonando in modo superbo ci fermiamo dietro un’irta scogliera che fuoriesce dal mare. Giù le vele, giù l’ancora. Eccoci nel massimo comfort, a ridosso dal vento. I sub che si preparano sono tre e vanno subito in acqua, a bordo restiamo in tre: Rougée, un vecchio istruttore subacqueo francese, lo scrivente.
Inizio una lunga conversazione con il mio amico francese che ci porta lontano, sulle rotte dei mari caraibici, con quella sua goletta che prende fuoco a causa di una stufetta a gas. Poi il ripiego delle Glenan, la scuola sub, nuovi sogni e progetti.
Sotto di noi l’oceano pompa come un mantice e si va ingrossando. Sono passate diverse ore. D’un tratto sentiamo una specie di sparo.
Rougée mi guarda ed esclama “Oh putaine, il but est cassée” Traduco mentalmente “Oh puttana! Si è rotta la cima dell’ancora” Istintivamente mi alzo e vado al fiocco per mandarlo a riva.
Rougeé osserva la barca che scarroccia velocemente all’indietro e mi dice calmo “No, non armare il fiocco, andiamo a recuperare i sub con la sola randa”.
Mi fermo, in questi casi gli ordini dello skipper non si discutono nemmeno un po’.
Vegel dimostra di sapere quello che fa e usando da solo randa e timone passa a raccogliere tutti i sub con una sicurezza ed una maestria che nei nostri mari non esiste.
Tutto scorre liscio fino all’ultimo subacqueo, lo tiriamo a bordo al centro di una grande scogliera fatta a forma di ferro di cavallo, Rougée si ferma contro vento l’attimo fuggente per farlo saltare a bordo poi si lascia scadere a babordo per riprendere il vento, dare velocità alla barca e manovrare fuori dal ferro di cavallo.
Peccato che tutti contemporaneamente ci rendiamo conto che gli spazi di manovra non ci sono più.
La corrente ci ha spinti troppo dentro al ferro di cavallo e con la sola randa la barca può prendere velocità ma solo per andarsi a schiantare contro gli scogli, da una parte o dall’altra, di qui non si esce più.
Sono le venti di sera di un “tranquillo” giorno di vento e pioggerella alle Isole Glenan.
Rougée Vegel si volta verso di noi e mormora con un tono di voce che non dimenticherò mai “Oh putaine, nous sommes fouttu”.
Non c’è più tempo di alzare il fiocco, la barca arriva alla velocità del vento e va in direzione degli scogli a cavallo di un’onda..
La sua velocità rispetto all’acqua e zero, il timone non serve a nulla, l’ancora l’abbiamo appena persa e questo non è un galeone. Non abbiamo l’ancora di misericordia, non abbiamo i fasci di cannoni da gettare ed anche se li avessimo non avremmo il tempo di prepararli.
Un brivido freddo mi scende dalla nuca fino allo sfintere anale. Sto per provare la stessa impressionante emozione dell’equipaggio di un antico galeone che naufraga su una scogliera.

una tempesta atlantica – foto di repertorio

Il silenzio e totale, il vento non c’è più perché viaggiamo portati dal mare alla sua velocità. La vela è floscia siamo impietriti dagli avvenimenti, sappiamo che fra poco avverrà lo schianto e non possiamo far altro che attendere.
Il tempo si ferma insieme al vento, tutto accade al rallentatore.
Il vecchio plongeur impugna un lungo remo, non so nemmeno dove l’abbia trovato, corre verso prua, capisco che ha intenzione di addolcire l’impatto probabilmente sacrificandosi.
Continuano gli effetti speciali.
Sempre al rallenty il vecchio subacqueo arriva a prua un mezzo secondo prima dello schianto. Vedo benissimo il remo che si spezza come un grissino e l’uomo che parte in volo, catapultato verso gli scogli.
Noi siamo sempre immobili, agghiacciati. Poi l’urto tremendo e tutto ricomincia a girare e a muoversi a velocità normale.
La barca si ferma d’improvviso con un fragore impensabile e subito mare e vento ci investono, più di metà dell’albero maestro crolla sul ponte, la pala del grosso timone si spezza lasciando un moncherino e se ne va alla deriva.
Lo scafo viene gettato sugli scogli una prima volta e si sdraia in un fracasso poco rassicurante.
Sento nella baraonda la voce di Rougeé che urla “Abandonée le bateau, abandonée!”
Studio la situazione pensando a come salvarmi la pelle. Ad ogni onda lo scafo si abbatte sugli scogli poi per effetto della risacca si rialza per venir nuovamente sdraiato dal mare e perdere altri pezzi.
Ho una sola possibilità, devo saltare in mare quando si sdraia ed arrampicarmi su per gli scogli prima che si raddrizzi per poi sdraiarsi nuovamente.
Se scivolo sono morto, se perdo la presa sono morto, se vengo risucchiato dalla risacca sono morto.
Tutte e sette le tonnellate della barca mi verrebbero addosso spiaccicandomi come una mosca.
Ecco, è il momento, prendo il coraggio a due mani e mi getto, ho saltato quando lo scafo era al massimo della fase di sbandamento la fiancata era sott’acqua, è questione di sincronismo, mi arrampico e riesco a sottrarmi al colpo di maglio successivo.
Arrivo in cima agli scogli sono neri e la cosa mi piace poco, significa che con l’alta marea vanno sotto e il mare pulisce il guano degli uccelli marini.
Guardo il vecchio istruttore subacqueo: salvo qualche graffio è illeso!
Cerco i sub sono evidentemente saltati in acqua ed hanno raggiunto il lato sottovento dell’isolotto, ma non ci possono salire a causa dei tre quattro metri di risacca che li risucchia ogni volta. Restano a bagno come tre anatroccoli protetti dalle onde e riscaldati dalla muta.
Guardo Vegel sulla sua barca che va lentamente a pezzi, tritata dagli scogli.
Quel diavolo di uomo non abbandona la barca, vedo scene incredibili, sforzi disumani ma per fare che? Nulla di tutto quello che ha imparato in 50 anni di vela lo può aiutare. Sta semplicemente morendo insieme alla sua barca.
Mi si spezza il cuore, poi penso a noi… Guardo il vecchio subacqueo, sta piangendo, bofonchia “ho la bronchite, il mare salirà e questi scogli spariranno. Siamo tutti morti” In effetti la marea è al minimo, salirà di circa sei metri, le onde ci spazzeranno via.
Confermo ” sì, siamo morti”.
Penso ai sub, forse loro con la muta riescono a sopravvivere ma per noi tre e finita.
Solo un miracolo ci può salvare ed il miracolo avviene.
Non dimenticherò mai ciò che ho visto oppure ciò che credo fermamente di aver visto.
UN’ONDA A FORMA DI MANO RACCOGLIE LA BARCA DI ROUGEE E LA ALZA SOPRA GLI SCOGLI.
Il comandante ha i piedi bloccati nelle draglie e sta con la testa e tutto il busto sott’acqua, sporto oltre la murata. L’onda a forma di mano deposita la barca dall’altra parte della scogliera a ridosso.
Vegel ha una manciata di secondi per salvarsi, con uno sforzo supremo degli addominali si tira su, corre in cabina esce con un ancorotto di fortuna ed una cima e lo butta in mare, riesce ad aggrapparsi ad uno scoglio ed a fermare la barca, che inspiegabilmente semi-disalberata e senza timone galleggia ancora.
Ci guardiamo increduli. Metà del problema è risolto, i sub possono salire a bordo, ma per noi due c’è poca speranza.
Impossibile scendere in mare in quella maledetta risacca, saremmo fatti letteralmente a pezzi. Sento i singhiozzi del “vecchietto” e francamente mi girano i coglioni ad elica.
“Morti un cazzo !”esclamo, sono quasi le nove di sera sta venendo notte le probabilità che qualcuno mi veda sono veramente poche. Salgo in cima allo scoglio e con la cerata gialla di Tobermory mi metto a sbracciarmi, urlare sarebbe veramente inutile.”
Mi sbraccio e mormoro a bassa voce una cantilena “Morti un cazzo, morti un cazzo, morti un cazzo…” Passano i minuti e nulla accade, poi i miei occhi abituati a cercare nel mare il soffio di un mammifero, vedono qualcosa d’irregolare, è uno sbaffo bianco? L’onda di una prua che fende l’acqua?
Passano i minuti e dalla mia posizione vedo ora chiaramente un gommone grigio che arranca verso di noi.
“Arriva qualcuno – grido in francese – ci hanno visti!” Passano ancora i minuti e due angeli, un uomo ed una donna, sicuramente dotati di un enorme paio di balle cadauno, arrivano in nostro soccorso su uno Zodiac di 4 metri, con un motorino più adatto a fare le seghe alle mosche che ad affrontare quel mare.
Sono due eroi, rischiano la loro vita per dare a noi una possibilità. Non sanno che vicino alla scogliera c’è la nostra barca e se salissimo tutti e sei su quel gommone nessuno di noi tornerebbe a casa.
Ma quel piccolo guscio un compito lo può svolgere, può servire a trasferirci in secco sulla nostra barca, li penseremo con calma al da farsi.
I due eroi francesi cercano di venirci vicino ma ogni volta la risacca li allontana brutalmente mettendo a rischio il motore. Devo pensare a qualcosa, ma a che cosa?
Sfilo la Nikonos che ho ancora sotto la cerata e gliela getto mentre sfruttando l’onda si avvicina, la macchinetta arriva sul gommone e viene presa al volo allora mi si accende la lampadina.
GUARDO I DUE EROI E GLI FACCIO CAPIRE LE MIE INTENZIONI.
Dico al vecchietto “Guarda come faccio io e fallo anche tu”.
Siamo a ridosso quindi quelle che arrivano non sono ondate ma solo il mare che si gonfia e sale sugli scogli e poi si ritira violentemente facendo rotolare ogni cosa.
Il mare si gonfia l’acqua si alza verso di me, il francese accelera e si getta in avanti, io prendo una piccola rincorsa e salto nel vuoto. Atterro in orizzontale come una foca, a mani larghe sul suo tendalino, che flette e si smonta.
Scivolo letteralmente a bordo illeso.
Li abbraccio, li bacio. Rimettiamo a posto il supporto del tendalino per ammortizzare il salto del vecchio subacqueo, ripetiamo tutta l’operazione, lo spirito del plongeur non è ancora tramontato del tutto ed imitandomi si getta. Salvo anche lui.
A marcia indietro raggiungiamo la ex barca a vela.
Due dei tre subacquei sgottano acqua con una pompa a mano. Ed ora che si fa?
Cacciamo via i due eroi che con il motore tossicchiante vanno verso il porticciolo della nostra isola.
Ci gridano che avviseranno la Guardia Costiera, di non disperare.
Rougée da una lunga occhiata al pezzo di albero che ci resta ed al moncherino di timone, “dai – gli grido io – proviamoci!”
Usiamo una puleggia per madare a riva (si fa per dire) un pezzo di fiocco e con quello straccio di vela improvvisata, grazie al vento che ha ancora rinforzato ci troviamo a navigare sbandati di 20°. È esaltante, io cazzo il “fiocco” usando una coppia di candelieri Rougée è al timone. Il mare investe la prua con una spuma bianca stiamo filando come razzi verso casa.
In porto arriviamo di notte, fermiamo le operazioni di soccorso (laggiù non scherzano e si muovono in parecchi) I soliti bla, bla per spiegare, alle 22,30 arriva la minestra calda nel piatto.
Ci siamo solo noi, i naufraghi e la mia famiglia.
Beviamo un bicchiere di vino, poi Vegel con il cucchiaio in mano mi guarda e mi dice “Marcello, scusami, avevi ragione tu, dovevi alzare quel maledetto fiocco” finisco di bere, ingurgito un cucchiaio di minestra calda, poi mi fermo “Rougée – dico nel silenzio di tomba, tutti i cucchiai fermi – Rougée vaffanculo!”
La risata generale che segue è… liberatoria.

il direttore

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Un pensiero su “NAUFRAGARE ALLE GLENAN”

  1. Difficile commentare. Anche da parte di un vecchio logorroico come il sottoscritto.
    Difficile esprimere a parole sentimenti, emozioni, sensazioni che il racconto ha suscitato.

    Mente e cuore, pelle e visceri fanno a gara per prevalere lasciandomi basito. Per l’avventura da voi inaspettatamente vissuta, certo, ma soprattutto per come tu, Direttore, hai saputo trasmetterla. E’ stato come se io fossi con voi aggrappato alla battagliola per resistere alle raffiche nel su e giù violento delle ondate, come voi intirizzito a cercare scampo a una natura che Di tutti noi microbi presuntuosi se ne sbatte.

    L’immagine di quella grande mano d’acqua …credo la porterò con me nel sonno.

    Spettacolare, un pezzo di bravura davvero da premiare.
    Da parte mia con….la pelle d’oca che non mi trovo sulla pelle ma che ancora sento dentro….

    Chapeau, mon ami, chapeau.
    A.

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