NAUFRAGARE ALLE GLENAN

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sopra, la carta dell’arcipelago delle isole Glenan

2009, fuori c’è il sole, un maggio da sogno. Venticello fresco, una brezza marina che tanti ma proprio tanti vorrebbero avere a portata di mano.
Non fa né caldo né freddo sono le sette del mattino e l’atmosfera è quella giusta per mettermi a scrivere.
Devo buttare giù i ricordi fino a quando sento di poterlo fare, alcuni dettagli, alcuni nomi si sono già persi nelle nebbie del tempo ma la sostanza c’è ancora tutta.
Come sempre ogni cosa, ogni parola ed ogni sensazione che leggerete è cronologicamente vera.   Un cronaca senza alcuna aggiunta di fantasia su quello che accadde nel corso di una mia spedizione di lavoro alle isole Glenan nel 1985.
Sì, avete letto bene, proprio quelle isole al largo di Concarneau, nella Bretagna francese che si affaccia sull’Atlantico, quelle dove sono stati forgiati alcuni fra i più grandi velisti della storia.
Questa è anche la cronaca di un miracolo senza il quale oggi non sarei qui a scrivere.  Insomma una delle troppe volte che l’avventura mi ha portato davanti a quel sottile diaframma permeabile che separa la vita dalla morte.
Ebbene, eccomi qui: Agosto del 1985 e a me sembra ieri.   Sul carrello che ho trascinato con una “pallas” fino alle coste della Bretagna c’è il mio gommone VTR della Nuova Jolly, equipaggiato con un motore Johnson da 45 cavalli, tutto è pronto.
Gil Bessì, un francese nato in Nuova Caledonia, mi aiuta a calare in acqua l’imbarcazione, la famiglia (moglie e figlio) l’ho già sistemata sul traghetto che arriverà molto prima di noi.
Noi invece lasceremo le acque del porto di Concarnou per affrontare l’Atlantico con un gommone di 4,75 metri ed un motore premiscelato.
Le miglia da fare non sono molte, circa 18 se ricordo bene Poco più di un’ora di gommone…
Indosso i pantaloni di una muta umida da sette millimetri con bretelle. Sopra, una cerata gialla con cappuccio comprata a Tobermory Bay nelle isole Ebridi scozzesi.  Roba seria, professionale.
Nei piedi i calzari a scarpetta, insomma mi sento al di sopra di qualunque problema meteo.
Il tempo, appunto, fa schifo, il cielo è plumbeo, il sole è un lontano ricordo e con una situazione simile in Italia non mi alzo nemmeno dal letto.

una tipica imbarcazione bretone

Qui invece è “bel tempo”. “Potete andare senza problemi” ci ha detto la bella gendarme della Capitanerie du Port, “nulla da segnalare, bel tempo stabile” ha aggiunto con un sorriso. Usciamo dalle acque calme del porto e mi trovo davanti… l’inferno del gommonauta.
Un mare incrociato, anzi un oceano incrociato, onde alte almeno due metri fatte come le piramidi del Cairo, alcune anche spaccate da minacciose creste bianche.
Guardo Gil, e con gli occhi gli dico:«ma che cazzo ci facciamo qui?»  Ai comandi ci sono io, riduco il gas ed inizio la virata.
Lui mi guarda ed esclama nel suo francese del Nord:«Marcello, ma che cosa stai facendo?»« Che cosa sto facendo? Torno indietro con ste’ onde dove andiamo?» «Ma va là – insiste lui – ma non vedi che è bel tempo oggi?”»
Lasciatemi dire che se quello è il bel tempo allora non voglio proprio immaginare com’è quando è brutto.
Ciò nonostante riprendo la rotta per le isole. È esattamente l’opposto di 30 gradi Nord, quelli che ricordo di aver navigato al ritorno, quindi 210 Sud.
Inutile dire che avevamo il libeccio al mascone di destra.
“Planare? Ah, ah, ah, che risate.”
Qui di planare non se ne parla nemmeno. Inizia così una battaglia senza fine con le onde, presto siamo pieni d’acqua, apro gli scarichi di poppa, tanto per cercare di farne uscire un po’ ma non ce verso, pieno per pieno non cambia nulla.
Il gommone così appesantito diventa stabile, ma ogni volta che entra nell’onda, la stessa spazza tutto lo scafo ed i suoi abitanti.
L’acqua gelida mi entra dal cappuccio s’infila all’interno della salopette di neoprene e scivola fin giù a riempire i calzari.
Maledico il momento in cui ho pensato di non mettermi la giacca della muta con cappuccio che è rimasta nella borsa sul traghetto.
Il mio “marinaio” invece è coperto in modo corretto e fischietta felice.
Io in pochi minuti mi trasformo nell’omino della Michelin. Le gambe si gonfiano d’acqua, sono costretto ad eliminare i calzari per drenare. Scopro che la cerata lì non serve a un cavolo, dopo cinque minuti comincio ad avere freddo, e dovrò averlo per altre cinque ore.
Al tramonto arriviamo all’isola di Saint qualche cosa. Sono prossimo ad in collasso per idrocuzione, non ragiono quasi più.
Non ho detto una parola per cinque ore, perché non riuscivo più ad articolare la mascella sconvolta da un tremito convulso.
Se avessi parlato Gil si sarebbe reso conto dal mio belato, che stavo per morire di freddo e mi avrebbe sostituito al timone. Questo avrebbe significato la fine mia e del mio gommone. Ne ero certo e dovevo resistere!
Appena legati in banchina Gil salta a terra e mi dice “visto, te l’avevo detto che era bel tempo” a quel punto mi mette a fuoco, intuisce che la smorfia che gli faccio vorrebbe essere un sorriso, ma l’uomo che ha davanti è un quasi cadavere verdognolo giunto agli ultimi istanti della sua vita.
Si spaventa, cerca una coperta, non c’è, si affanna a cercare qualcosa per aiutarmi, ma non trova nulla. In quel momento arriva Anna, mia moglie, “Ben arrivati” esclama felice, poi mi vede e si rende immediatamente conto di tutto. Non mi ha mai visto conciato così dal freddo. Sa che ho una resistenza sconvolgente alle basse temperature ma che se ora non fa qualcosa mi perderà.
Apre freneticamente la sacca, estrae un accappatoio, ma a me servirebbe il ventre caldo di una foca. Mi guardo in giro, non ce ne sono.
So che infilarsi nel ventre di una foca appena ammazzata e sventrata, nel calore intenso degli intestini è il metodo degli esquimesi polari per salvarsi in caso di idrocuzione avanzata.
Gil mi spoglia dalla salopette a fatica, Anna è corsa a cercare un te caldo.
Avvolto in quell’accappatoio che mi sembra un inutile sudario umido, mi sento più nudo ed indifeso di prima.
Tremo come una foglia, ho violenti sussulti.
Mi trascinano fino alla nostra camera da letto. Un materasso gettato a terra in una baracca priva di riscaldamento.
E’ il massimo che può offrire quest’isola Saint qualche cosa. Bevo il te caldo, mi avvolgo nelle coperte, tremo e piango al mio interno.
Non voglio dare a quel cavolo di Caledone la soddisfazione di veder piangere un italiano. Poco a poco la vita ritorna attraverso fitte di dolore inenarrabile. E’ il sangue che si rimette in marcia.
Il giorno dopo sono di nuovo io.
Mi rendo conto di essere approdato in una delle ultime frontiere della subacquea.
Ricordate la scena del ponte di Apocalypse now ? Ecco l’atmosfera è quella. Subacquei semi svestiti si aggirano fra la nebbia siamo nel surreale.
Colazione in una baracca tavoloni stile caserma, pentole del latte, pentolone della cioccolata calda, pane raffermo, marmellata.
Siamo al CIP delle Glenan, Centre International de Plongée, diretto da Rougée Vegel, un bretone che, da mie informazioni, è stato ai comandi della goletta di Humprey Bogart.
Sembra più di stare in un distaccamento della legione straniera. Qui tutti hanno dei compiti nessuno ha tempo di fermarsi a parlare.
Insomma che io sia Marcel Tojà un reporter de Mondo Sommerso, la meme què le Mond de la Mer non glie ne frega niente a nessuno.   Qui la considerazione si conquista giorno dopo giorno dimostrando di sapersi organizzare e soprattutto… sopravvivere.
Dentro la baracca mensa, dove troneggia una stufa probabilmente rubata da Napoleone durante la campagna di Russia, inizia il briefing pre immersione.
Si tratta di immergersi senza piombi con mute invernali, effettuare la speciale respirazione tronca per scendere fino a 10 – 15 metri e poi giunti alla situazione di equilibrio idrostatico esplorare il fondale ed il relitto.
Successivamente riemergere; decompressione attaccati alla cima con respirazione sempre tronca e fuoriuscita.
Ascolto senza dire una parola… ma che “kaiser” è la respirazione tronca?
E per quale ragione bisogna immergersi senza piombi?
E il GAV?
Chi?
Il GAV, ma… qui non c’è!
Vedo partire l’armata semisvestita.
Fuori piove, accarezzo un breton-alleman un cane stupendo.  Sono già zuppo, vedo passare Gil e gli grido “bel tempo anche oggi e?”
“ah c’est superbe!” mi risponde per nulla scherzando e si accoda alla fila dei dannati che sta salendo a bordo.
Partono così, sotto alla pioggia, in mezzo alla nebbia, in un triste mattino d’agosto dell’85 in un’atmosfera da incubo. Mi domando quanti ne torneranno…
Invece tornano tutti e a mezzodì in una atmosfera festaiola si mangia insieme nei piatti d’alluminio, evidentemente le gavette sono finite; fuori … piove, sempre.
Stamane all’alba ho passato tre ore con mio figlio di 9 anni, a studiare un ragno enorme, posto in alto in un angolo del soffitto, talmente grosso da sentirsi il rumore delle sue mascelle quando mangia una mosca (forse esagero un po’, ma non molto), lo abbiamo chiamato Barnaba e da quel mattino ogni volta che ci svegliamo mio figlio mi domanda “dov’è Barnaba?”
Lui è sempre là, grosso, peloso ed opulento, impegnato a rendere più vivibile l’interno della baracca afflitta da mosche e zanzare imparentate con elicotteri AH60.
Quel posto comincia a piacermi! Sono pazzo?
Si, credo di sì, ma sono certo che alla fine piacerà anche alla mia famiglia, molto alla fine.
Al pomeriggio finalmente riesco ad isolare Rougée. Lo tempesto di domande per comporre il reportage e la massima curiosità la manifesto nei confronti della respirazione tronca.
Vengo così a sapere che al CIP si addestrano anche i pescatori atlantici francesi. L’obiettivo è quello d’intervenire con delle mute termiche ed una piccola bombola quando l’elica s’incattiva in una rete o altro in alto mare.
Qui non si scherza, senza la muta termica in inverno si muore in 4 minuti.
D’estate la possibilità di vivere dopo una caduta in mare arriva a 30 minuti nei casi eccezionali.
Al Cip, mi spiega Rougée i subacquei arrivano tutti dall’esperienza delle scuole subacquee francesi, le famose federazioni, con delle cinture di piombi paurose: 8-10 chili.
Quando se ne vanno molti non usano più la zavorra, i più sfortunati solo due chili.
Lo guardo incredulo, e lui mi fa vedere come si respira in modo tronco.
“Le vie respiratorie lavorano bene in basso, – mi dice, ed aggiunge – l’aria che conta è quella che scambiamo a livello alveolare l’altra, quella che resta nelle vie aeree non serve, ci rende solo più galleggianti”.
Mi fa vedere ancora: inspira in modo tronco, cioè fermandosi a metà dell’atto ed espira violentemente, contraendo il plesso solare e svuotando i polmoni fino in fondo.
Ci provo e dopo un attimo mi gira la testa. Evidentemente mi sto decarbonizzando troppo violentemente, ricomincio con più dolcezza e lui mi dice “Ecco, quello è il metodo. Quando entri in acqua, respiri così con quel ritmo abbastanza veloce e ti aiuti per i primi metri con la cima dell’ancora, vedrai che a dieci metri non ne a avrai più bisogno ed a quindici potrai tornare a respirare normalmente. Al ritorno sempre attaccato alla cima dell’ancora farai la decompressione con la stessa tecnica di respirazione”. Beh, non gli sto ad obiettare che senza la catena dell’ancora finisci in superficie, ma nelle immersioni programmate in quel modo, non c’è dubbio che il metodo funzioni.
Penso a quei subacquei che volteggiano come delle farfalle intorno al relitto, consumando la metà dell’aria e senza usare alcun GAV e/o zavorra e francamente un po’ li invidio.
Il resto delle settimane passano rapidamente e senza ulteriori scosse.
Visito la scuola dei velisti che è sopra un’altra isola quella di Fort Cigogne , scopro delle spiagge tropicali con sabbia finissima, m’immergo sul grande relitto del “Pietrò”, oltre 200 metri di nave autoaffondatasi dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini, una storia simile a quella dell’Umbria.
Il Pietro però l’abbiamo visto in pochissimi ed è uno spettacolo eccezionale.
Poi arriva il giorno sbagliato, dopo una settimana di sole, piove nuovamente, il cielo è plumbeo, c’è vento di Libeccio.
Rougée m’invita a seguirlo per una uscita in barca a vela fuori programma.
La sua è una vela di nove metri, una vela pura. Infatti non monta alcun motore.
“Portiamo i sub che pescano in apnea negli scogli più esterni – mi spiega- aspettiamo che tornino e tu fai le foto, così realizzi un servizio in più. Pesca in apnea e con la vela alle Glenan” esordisce con entusiasmo.
Mio figlio vorrebbe venire con me, problemi di spazio non ce ne sono. Rougée Vegel mi autorizza ad imbarcarlo.
Proprio all’ultimo momento mi viene un presentimento e dico a mio figlio “No, oggi stai a casa con la mamma”. Se ne va immusonito, borbottando qualcosa.
Salpiamo e con una perizia incredibile Rougée porta la sua barca fra le onde e i ridossi dell’arcipelago fino alle scogliere più esterne verso Ovest.
La nostra isola Saint Nicolas (finalmente lo so) si vede appena, sono le cinque del pomeriggio.
Verrà completamente buio alle dieci, abbiamo a disposizione cinque ore di luce.
Timonando in modo superbo ci fermiamo dietro un’irta scogliera che fuoriesce dal mare. Giù le vele, giù l’ancora. Eccoci nel massimo comfort, a ridosso dal vento. I sub che si preparano sono tre e vanno subito in acqua, a bordo restiamo in tre: Rougée, un vecchio istruttore subacqueo francese, lo scrivente.
Inizio una lunga conversazione con il mio amico francese che ci porta lontano, sulle rotte dei mari caraibici, con quella sua goletta che prende fuoco a causa di una stufetta a gas. Poi il ripiego delle Glenan, la scuola sub, nuovi sogni e progetti.
Sotto di noi l’oceano pompa come un mantice e si va ingrossando. Sono passate diverse ore. D’un tratto sentiamo una specie di sparo.
Rougée mi guarda ed esclama “Oh putaine, il but est cassée” Traduco mentalmente “Oh puttana! Si è rotta la cima dell’ancora” Istintivamente mi alzo e vado al fiocco per mandarlo a riva.
Rougeé osserva la barca che scarroccia velocemente all’indietro e mi dice calmo “No, non armare il fiocco, andiamo a recuperare i sub con la sola randa”.
Mi fermo, in questi casi gli ordini dello skipper non si discutono nemmeno un po’.
Vegel dimostra di sapere quello che fa e usando da solo randa e timone passa a raccogliere tutti i sub con una sicurezza ed una maestria che nei nostri mari non esiste.
Tutto scorre liscio fino all’ultimo subacqueo, lo tiriamo a bordo al centro di una grande scogliera fatta a forma di ferro di cavallo, Rougée si ferma contro vento l’attimo fuggente per farlo saltare a bordo poi si lascia scadere a babordo per riprendere il vento, dare velocità alla barca e manovrare fuori dal ferro di cavallo.
Peccato che tutti contemporaneamente ci rendiamo conto che gli spazi di manovra non ci sono più.
La corrente ci ha spinti troppo dentro al ferro di cavallo e con la sola randa la barca può prendere velocità ma solo per andarsi a schiantare contro gli scogli, da una parte o dall’altra, di qui non si esce più.
Sono le venti di sera di un “tranquillo” giorno di vento e pioggerella alle Isole Glenan.
Rougée Vegel si volta verso di noi e mormora con un tono di voce che non dimenticherò mai “Oh putaine, nous sommes fouttu”.
Non c’è più tempo di alzare il fiocco, la barca arriva alla velocità del vento e va in direzione degli scogli a cavallo di un’onda..
La sua velocità rispetto all’acqua e zero, il timone non serve a nulla, l’ancora l’abbiamo appena persa e questo non è un galeone. Non abbiamo l’ancora di misericordia, non abbiamo i fasci di cannoni da gettare ed anche se li avessimo non avremmo il tempo di prepararli.
Un brivido freddo mi scende dalla nuca fino allo sfintere anale. Sto per provare la stessa impressionante emozione dell’equipaggio di un antico galeone che naufraga su una scogliera.

una tempesta atlantica – foto di repertorio

Il silenzio e totale, il vento non c’è più perché viaggiamo portati dal mare alla sua velocità. La vela è floscia siamo impietriti dagli avvenimenti, sappiamo che fra poco avverrà lo schianto e non possiamo far altro che attendere.
Il tempo si ferma insieme al vento, tutto accade al rallentatore.
Il vecchio plongeur impugna un lungo remo, non so nemmeno dove l’abbia trovato, corre verso prua, capisco che ha intenzione di addolcire l’impatto probabilmente sacrificandosi.
Continuano gli effetti speciali.
Sempre al rallenty il vecchio subacqueo arriva a prua un mezzo secondo prima dello schianto. Vedo benissimo il remo che si spezza come un grissino e l’uomo che parte in volo, catapultato verso gli scogli.
Noi siamo sempre immobili, agghiacciati. Poi l’urto tremendo e tutto ricomincia a girare e a muoversi a velocità normale.
La barca si ferma d’improvviso con un fragore impensabile e subito mare e vento ci investono, più di metà dell’albero maestro crolla sul ponte, la pala del grosso timone si spezza lasciando un moncherino e se ne va alla deriva.
Lo scafo viene gettato sugli scogli una prima volta e si sdraia in un fracasso poco rassicurante.
Sento nella baraonda la voce di Rougeé che urla “Abandonée le bateau, abandonée!”
Studio la situazione pensando a come salvarmi la pelle. Ad ogni onda lo scafo si abbatte sugli scogli poi per effetto della risacca si rialza per venir nuovamente sdraiato dal mare e perdere altri pezzi.
Ho una sola possibilità, devo saltare in mare quando si sdraia ed arrampicarmi su per gli scogli prima che si raddrizzi per poi sdraiarsi nuovamente.
Se scivolo sono morto, se perdo la presa sono morto, se vengo risucchiato dalla risacca sono morto.
Tutte e sette le tonnellate della barca mi verrebbero addosso spiaccicandomi come una mosca.
Ecco, è il momento, prendo il coraggio a due mani e mi getto, ho saltato quando lo scafo era al massimo della fase di sbandamento la fiancata era sott’acqua, è questione di sincronismo, mi arrampico e riesco a sottrarmi al colpo di maglio successivo.
Arrivo in cima agli scogli sono neri e la cosa mi piace poco, significa che con l’alta marea vanno sotto e il mare pulisce il guano degli uccelli marini.
Guardo il vecchio istruttore subacqueo: salvo qualche graffio è illeso!
Cerco i sub sono evidentemente saltati in acqua ed hanno raggiunto il lato sottovento dell’isolotto, ma non ci possono salire a causa dei tre quattro metri di risacca che li risucchia ogni volta. Restano a bagno come tre anatroccoli protetti dalle onde e riscaldati dalla muta.
Guardo Vegel sulla sua barca che va lentamente a pezzi, tritata dagli scogli.
Quel diavolo di uomo non abbandona la barca, vedo scene incredibili, sforzi disumani ma per fare che? Nulla di tutto quello che ha imparato in 50 anni di vela lo può aiutare. Sta semplicemente morendo insieme alla sua barca.
Mi si spezza il cuore, poi penso a noi… Guardo il vecchio subacqueo, sta piangendo, bofonchia “ho la bronchite, il mare salirà e questi scogli spariranno. Siamo tutti morti” In effetti la marea è al minimo, salirà di circa sei metri, le onde ci spazzeranno via.
Confermo ” sì, siamo morti”.
Penso ai sub, forse loro con la muta riescono a sopravvivere ma per noi tre e finita.
Solo un miracolo ci può salvare ed il miracolo avviene.
Non dimenticherò mai ciò che ho visto oppure ciò che credo fermamente di aver visto.
UN’ONDA A FORMA DI MANO RACCOGLIE LA BARCA DI ROUGEE E LA ALZA SOPRA GLI SCOGLI.
Il comandante ha i piedi bloccati nelle draglie e sta con la testa e tutto il busto sott’acqua, sporto oltre la murata. L’onda a forma di mano deposita la barca dall’altra parte della scogliera a ridosso.
Vegel ha una manciata di secondi per salvarsi, con uno sforzo supremo degli addominali si tira su, corre in cabina esce con un ancorotto di fortuna ed una cima e lo butta in mare, riesce ad aggrapparsi ad uno scoglio ed a fermare la barca, che inspiegabilmente semi-disalberata e senza timone galleggia ancora.
Ci guardiamo increduli. Metà del problema è risolto, i sub possono salire a bordo, ma per noi due c’è poca speranza.
Impossibile scendere in mare in quella maledetta risacca, saremmo fatti letteralmente a pezzi. Sento i singhiozzi del “vecchietto” e francamente mi girano i coglioni ad elica.
“Morti un cazzo !”esclamo, sono quasi le nove di sera sta venendo notte le probabilità che qualcuno mi veda sono veramente poche. Salgo in cima allo scoglio e con la cerata gialla di Tobermory mi metto a sbracciarmi, urlare sarebbe veramente inutile.”
Mi sbraccio e mormoro a bassa voce una cantilena “Morti un cazzo, morti un cazzo, morti un cazzo…” Passano i minuti e nulla accade, poi i miei occhi abituati a cercare nel mare il soffio di un mammifero, vedono qualcosa d’irregolare, è uno sbaffo bianco? L’onda di una prua che fende l’acqua?
Passano i minuti e dalla mia posizione vedo ora chiaramente un gommone grigio che arranca verso di noi.
“Arriva qualcuno – grido in francese – ci hanno visti!” Passano ancora i minuti e due angeli, un uomo ed una donna, sicuramente dotati di un enorme paio di balle cadauno, arrivano in nostro soccorso su uno Zodiac di 4 metri, con un motorino più adatto a fare le seghe alle mosche che ad affrontare quel mare.
Sono due eroi, rischiano la loro vita per dare a noi una possibilità. Non sanno che vicino alla scogliera c’è la nostra barca e se salissimo tutti e sei su quel gommone nessuno di noi tornerebbe a casa.
Ma quel piccolo guscio un compito lo può svolgere, può servire a trasferirci in secco sulla nostra barca, li penseremo con calma al da farsi.
I due eroi francesi cercano di venirci vicino ma ogni volta la risacca li allontana brutalmente mettendo a rischio il motore. Devo pensare a qualcosa, ma a che cosa?
Sfilo la Nikonos che ho ancora sotto la cerata e gliela getto mentre sfruttando l’onda si avvicina, la macchinetta arriva sul gommone e viene presa al volo allora mi si accende la lampadina.
GUARDO I DUE EROI E GLI FACCIO CAPIRE LE MIE INTENZIONI.
Dico al vecchietto “Guarda come faccio io e fallo anche tu”.
Siamo a ridosso quindi quelle che arrivano non sono ondate ma solo il mare che si gonfia e sale sugli scogli e poi si ritira violentemente facendo rotolare ogni cosa.
Il mare si gonfia l’acqua si alza verso di me, il francese accelera e si getta in avanti, io prendo una piccola rincorsa e salto nel vuoto. Atterro in orizzontale come una foca, a mani larghe sul suo tendalino, che flette e si smonta.
Scivolo letteralmente a bordo illeso.
Li abbraccio, li bacio. Rimettiamo a posto il supporto del tendalino per ammortizzare il salto del vecchio subacqueo, ripetiamo tutta l’operazione, lo spirito del plongeur non è ancora tramontato del tutto ed imitandomi si getta. Salvo anche lui.
A marcia indietro raggiungiamo la ex barca a vela.
Due dei tre subacquei sgottano acqua con una pompa a mano. Ed ora che si fa?
Cacciamo via i due eroi che con il motore tossicchiante vanno verso il porticciolo della nostra isola.
Ci gridano che avviseranno la Guardia Costiera, di non disperare.
Rougée da una lunga occhiata al pezzo di albero che ci resta ed al moncherino di timone, “dai – gli grido io – proviamoci!”
Usiamo una puleggia per madare a riva (si fa per dire) un pezzo di fiocco e con quello straccio di vela improvvisata, grazie al vento che ha ancora rinforzato ci troviamo a navigare sbandati di 20°. È esaltante, io cazzo il “fiocco” usando una coppia di candelieri Rougée è al timone. Il mare investe la prua con una spuma bianca stiamo filando come razzi verso casa.
In porto arriviamo di notte, fermiamo le operazioni di soccorso (laggiù non scherzano e si muovono in parecchi) I soliti bla, bla per spiegare, alle 22,30 arriva la minestra calda nel piatto.
Ci siamo solo noi, i naufraghi e la mia famiglia.
Beviamo un bicchiere di vino, poi Vegel con il cucchiaio in mano mi guarda e mi dice “Marcello, scusami, avevi ragione tu, dovevi alzare quel maledetto fiocco” finisco di bere, ingurgito un cucchiaio di minestra calda, poi mi fermo “Rougée – dico nel silenzio di tomba, tutti i cucchiai fermi – Rougée vaffanculo!”
La risata generale che segue è… liberatoria.

il direttore

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A “LASPEZIAGRAD” – NO AL COMANDANTE LUPO

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Eugenio Wolk in una rara fotografia, nell’ambito del suo lavoro di istruttore dei “Gamma” della Regia Marina Italiana

La bellissima cittadina di La Spezia, fiore all’occhiello dell’ex partito comunista italiano PCI, ha detto NO alla presentazione del libro sulla vita di Eugenio Wolk (comandante Lupo), che commise il crimine di essere l’istruttore dei Gamma della X Flotmas (tutti decorati, alcuni con medaglia d’oro e sepolti a fusto di cannone – come ad esempio il MOVM prof. Luigi Ferraro).
Ci eravamo riproposti di ritornare su questo imbarazzante episodio di comunismo vecchia maniera avvenuto a La Spezia in data 31 gennaio 2009 non appena fossimo venuti in possesso dei fatti circostanziati. Ed eccoci qui.
Avete letto bene! Non stiamo parlando di un episodio accaduto in Unione Sovietica nel 1939 e gestito dalla Pravda, non più bolscevica (erano già stati uccisi tutti da Stalin) ma stalinista, bensì di un episodio accaduto in Italia, con un governo di Centro Destra, in una città dove da sessant’anni vincono sempre… gli stessi.
Una cittadina dove la gente della strada ne ha le balle piene dei “compagni”. Non si può infatti governare per sessant’anni senza soluzione di continuità e pretendere di restare vergini.
Ma ritorniamo al fatto sconcertante.
Verso la fine del 2008 l’associazione apartitica, apolitica, aconfessionale “Il circolo La Sprugola” di La Spezia, “colpevole” già di aver voluto a La Spezia il museo degli Incursori della Marina ( fondati nel 1952), ha deciso di presentare nell’ambito di una manifestazione approvata dal Comune nella persona del sindaco Federici, che ha concesso i locali, il libro “Eugenio Wolk” Scritto da Bruna Pompei.
Chi era Wolk? Il subacqueo che ha addestrato il gruppo Gamma, un piccolissimo gruppo di arditi incursori che avrebbe dovuto attaccare le navi nemiche singolarmente (un uomo, una nave).
Inizialmente camminando sul fondo “i camminatori”, poi constatato che era una cazzata, nuotando in superficie di notte e scivolando sotto la carena delle navi nemiche con l’ARO, dove avrebbero applicato con dei morsetti delle bombe ad innesco meccanico; una elichetta che girando con l’aumento della velocità dell nave si svitava e innescava la carica.


 

 

 

 

 

(sopra un marò della X con il gagliardetto. Notare il colletto dolcevita, il basco portato all’indietro in modo sbarazzino e non arrogante. Borghese fu il primo comandante in Italia a volere per tutti la stessa uniforme e lo stesso rancio. Soldati ed ufficiali. Una vera rivoluzione per l’epoca. L’arma tipica dei marò: il mitragliatore Beretta, che veniva acquistato direttamente alla fabbrica con i soldi del contrabbando, fatto con il CLN.
La decima si autofinanziava e non riceveva alcun aiuto finanziario dalla RSI. Il principe fu sempre malvisto dai gerarchi della RSI che cercarono d’instillare nel Duce il dubbio che Borghese volesse fargli le scarpe. Arrivarono anche ad arrestarlo, per poi rilasciarlo frettolosamente per evitare una rivolta dei suoi Marò. Quei ragazzi combatterono per l’onore ma anche e soprattutto per il loro principe. Borghese fu certamente l’ultimo principe guerriero italiano, un vero mito per i suoi uomini che gli furono fedeli ben dopo la sua morte. Sia i tedeschi che i fascisti questo lo sapevano anche troppo bene. La decima era la decima di Junio Valerio Borghese e seguiva un decalogo rigidissimo. Ricevette l’onore delle armi ovunque e con chiunque si arrese)

Realizzatore n.1 di questa tecnica Luigi Ferraro, che affondò 24.000 tonnellate di naviglio nemico.
Luigi che io conoscevo benissimo (ci siamo dati del tu per oltre vent’anni), mi aveva parlato con ammirazione di Wolk in qualità di suo maestro e istruttore dei Gamma.
Faccio notare fra le altre cose che i gamma (un corpo segretissimo) affondarono numerose navi senza procurare alcuna vittima.
Il bersaglio infatti affondava lentamente a poche miglia dal porto di partenza e l’equipaggio aveva tempo di mettersi in salvo sulle scialuppe e rientrare a terra.
Oggi si chiamerebbe “guerra pulita” cioè senza effetti collaterali.
“Con poca prora e vasta insidia”.
Ebbene, portando a termine il suo incarico Wolk, non ebbe mai alcuna parte di rilievo nella successiva storia della ex “X flotmas” divenuta divisione decima con oltre 40.000 uomini e schierata a fronteggiare gli invasori detti “alleati” o quelli della parte giusta. Strano concetto di parte giusta che forse andrebbe un po’ rivisto…
In sostanza Eugenio Wolk fu colpevole di due sostanziali crimini:
addestrò i soldati dei gamma della X Flotmas della Regia Marina e non tradì gli alleati tedeschi. Da notare che all’epoca quasi nessuno era al corrente della cosiddetta “soluzione finale” dei tedeschi nei confronti degli ebrei, trattandosi di un segreto militare. Mentre tutti, compreso gli americani e gli inglesi sapevano benissimo che Stalin il loro alleato aveva già ucciso 40 milioni di russi. Le purghe infatti avevano riempito l’ultimo trentennio dell’URSS. Se poi si vuole credere che i vari servizi segreti dell’occidente non avessero visto i 40 milioni di deportati, spostati per quasi trent’anni su navi e treni verso la Siberia, si è liberi di farlo.
Bisogna dire che il nostro Re seppe valutare la scelta dell’8 settembre 1943, non solo saltando sul carro dei vincitori ma anche sul carro della libertà e della moralità, la famosa parte giusta per cui combatterono anche, fortunatamente non tutti, i partigiani d’Italia
Ebbene vediamo che cosa è successo nella ridente La Spezia per impedire la presentazione di un libro che è stato presentato in altre città senza alcun problema.
Il tamburo battente iniziò sul sito www.cittadellaspezia.it con un articolo di Chiara Bramanti, segretaria Provinciale del partito della Rifondazione Comunista:
il prossimo 27 gennaio anche nella nostra città, verrà celebrata la giornata della memoria. Rifondazione comunista ha diramato in queste ore una nota:”Suona ancor più sgradevole che il 31 gennaio, pochi giorni dopo, mascherata da iniziativa culturale, ci sia in Sala Dante un incontro che si inscrive nel solco di quel “revisionismo storico” che equipara i partigiani ai repubblichini e che suona anzi come una sorta di elogio di chi scelse di stare dalla parte dell’occupante nazista. Ci riferiamo ad un libro su Eugenio Wolk un ufficiale della Marina che partecipò all’aggressione fascista contro la Spagna repubblicana e, dopo l’8 settembre 1943, aderì alla Repubblica Sociale ed alla X Mas di Valerio Borghese. Lo fece secondo la scheda biografica curata dall’Associazione degli arditi incursori, anche per “… proseguire su una linea d’onore fino in fondo la guerra contro il nemico”… L’associazione degli arditi Incursori che figura fra gli organizzatori dell’evento, nel suo sito sostiene peraltro che anche i militari che scelsero la Repubblica Sociale e seguirono Valerio Borghese continuarono “… a compiere quello che era ritenuto il loro dovere…

Continuerò solo citando alcune accuse emerse nei confronti del comandante “Lupo” Eugenio Wolk dalla rassegna stampa sopraccitata…

 

 

 

 

 

 

sopra, il sindaco di La Spezia, Federici, va detto per onestà intellettuale che non si deve a lui l’annullamento della presentazione del libro, anzi era stato lui a concedere la sala, scatenando il putiferio. Fu l’ANAIM, l’associazione arditi incursori italiani della marina a ritirarsi dalla presentazione che aveva patrocinato, per evitare disordini pubblici. Ovviamente Federici a quel punto ha tirato un sospiro di sollievo.

Dai giovani comunisti di La Spezia al sindaco ”… vogliamo sperare che anche coloro che non hanno vissuto direttamente quelle tragiche vicende, siano a conoscenza dei crimini perpetrati dalla X mas, delle efferatezze, delle torture e delle fucilazioni che subirono i partigiani e la popolazione civile…”

Ndr. I ragazzi della divisione X ricevettero da tutti i corpi militari e civili, CLN compreso, l’onore delle armi dovunque si arresero, JV Borghese fu assolto dagli alleati per non aver commesso alcun crimine di guerra, fu assolto dagli italiani per lo stesso motivo e fu condannato esclusivamente per “collaborazione con i tedeschi” a 12 anni di carcere (grottesco). Ricordiamo che fino al 8 settenbre del 1943 tutti gli italiani erano colpevoli dello stesso “crimine”, Re compreso!

Dai liberal democratici al prefetto:”…che fa appello al Prefetto affinché sia revocata la manifestazione con all’oggetto la X Mas..” br>
Ndr. Ricordiamo che l’oggetto era la presentazione di un libro su Wolk, da parte di una associazione apolitica apartitica e no profit

Dal Comitato della Resistenza ”…il comitato unitario informa che qualora non venga revocata la sopra richiamata iniziativa, organizzerà in concomitanza una manifestazione pubblica antifascista e democratica in Piazza Verdi…

Ndr. cominciano le minacce di disordini pubblici, il Comune poteva vietare quelle manifestazioni in concomitanza, ma sarebbe bastato?
Ricordiamo anche che per entrare nella X era assolutamente necessario non essere iscritti a nessun partito politico (all’epoca c’era solo il fascio) per espressa volontà di Valerio Borghese che non fu mai fascista, come non lo fu mai Wolk. Il primo fu anche arrestato ed imprigionato dai fascisti, mentre gli NP (nuotatori paracadutisti della X flotmas) rifiutarono categoricamente di andare a combattere i partigiani del Cuneese, allo scopo di accaparrare per la RSI il soldi della IV armata in rientro dalla Francia, soldi che sparirono invece nelle tasche dei “garibaldini” e del CLN. Si trattava di cifre per l’epoca enormi.
Precisazioni in merito si trovano sul libro di Nesi, Valerio Borghese “Un Principe, Un combattente, Un italiano”
Quei soldi saranno serviti TUTTI ad armare le brigate partigiane? Ognuno è libero di pensare ciò che vuole

Dal Secolo XIX:”… Libro dedicato alla X MAS – Prc. E’ un’offesa alla città..”

Ndr. Ricordiamo che il libro era sulla storia di Wolk, non era sulla X MAS, ma ricordiamo anche che la prima bandiera italiana che sventolò sul golfo della Spezia, priva dello stemma sabaudo fu quella della X Flotmas all’alba del 9 settembre 1943 e ricordiamo ancora che quella bandiera non venne mai ammainata, nonostante le pressioni anche armate dei tedeschi.
Infine ricordiamo che in tutto il golfo dei poeti dopo l’8 settembre sventolava una sola bandiera italiana in mezzo alle bandiere tedesche. Era quella della caserma del Muggiano dove era di stanza la X. Fu questa l’offesa alla città?

Si tratta di riscrivere la storia che una parte decisamente in malafede ha voluto scrivere mentendo ed approfittando arrogantemente della posizione di supremazia ottenuta con le bombe al fosforo delle fortezze volanti.
Dirò di più: arroganza e minacce e quant’altro vorranno fare a danno di chi come lo scrivente insegue la verità senza pregiudizi, non serviranno a nulla. Siamo tanti e continueremo pazientemente a riscrivere quella storia fino a quando ogni tassello sarà al suo posto; e gli eroi così come i bastardi, da una parte e dall’altra, troveranno il posto che gli spetta. Solo allora sarà veramente finita la guerra civile in Italia.
Francamente, non mi sento di voler male a questi strani comunisti italiani presenti a La Spezia, rifondati e ritritati. Solo vorrei trasmigrare in loro le conoscenze della storia vera che si possono acquisire faticando sui libri alla ricerca della verità. Bisogna però avere l’onestà morale di voler acquisire nuovi concetti e nuovi valori.
Non si può trattare la politica a livello di tifo calcistico.
Io sono certo che il loro comportamento che ha di fatto condizionato l’ANAIM l’associazione Italiana degli Arditi Incursori e li ha costretti ad annullare la presentazione è determinato solo dall’enorme ignoranza storica, dall’enorme condizionamento mentale e spiace dirlo anche dai sentito dire.
D’altra parte non si può chiedere ai vecchi di allora (molti non sapevano nemmeno scrivere) di distinguere le SS dalle Brigate nere, le milizie della RSI dai marò della decima eccetera, in numerose occasioni, gli abitanti accolsero i tedeschi festosi, credendoli addirittura dei soldati americani e viceversa.
E’ stata fatta di tutta l’erba un fascio.
Ho scritto: non provo odio per quei giovani comunisti, provo invece pena per la loro incapacità di comprendere la vera storia d’Italia e soprattutto di comprendere che così facendo diventano perfettamente eguali e quei fascisti che criticano e “dinasticamente” odiano, che tuttavia ben poco conoscono.
La X con il suo comandante visse ed operò in una bolla temporale, completamente avulsa dallo schifo generale del momento.
Puri come i templari, lasciarono nella loro scia solo eroismo e pulizia morale anche se loro malgrado furono coinvolti in qualche sporadico rastrellamento. Gli unici a cui non si può ascrivere alcun crimine di guerra, gli unici che ci hanno tramandato quei valori su cui sta tornando a poggiare la rinata Italia del XXI secolo.
Piaccia o non piaccia, tutti perdemmo in quella guerra, ma qualcuno conservò l’onore in nome e per conto di tutti.
Ai “compagni” di La Spezia dico: vergogna, avete perso una grande occasione di libertà e democrazia. Un libro si legge, si giudica e si discute civilmente.
Agendo in questo modo avete anche fatto a quel libro una incredibile pubblicità infatti sta andando a ruba.

Il direttore

MUORE SUBACQUEO A PORTOFINO

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nell’immagine una simulazione di salvataggio con verricello eseguita dai vigili del fuoco

Ha un nome il subacqueo morto ieri mattina (9 maggio 2009) nel corso di una immersione a Portofino “cala degli inglesi”.
Si chiamava Ivo Vaghi, membro del “Polo Sub”, un’associazione di diving con sede nei Magazzini del Cotone nel porto di Genova, era un impiegato genovese di 53 anni.   Si era immerso con altri 18 sub del suo club nelle acque di “cala degli Inglesi”, in piena riserva marina del promontorio di Portofino.
I primi soccorsi gli sono stati prestati dall’equipaggio della motovedetta dei carabinieri intervenuta con il gommone della compagnia di Santa Margherita Ligure, con due motovedette della Guardia Costiera di Santa Margherita e l’elicottero dei vigili del fuoco.
L’uomo, colto probabilmente da embolia, è però morto prima di giungere in ospedale. (ndr. versione da rivedere sulla base di quelli che saranno gli sviluppi successivi. E’ fondamentale sapere che attrezzatura indossava.
Ricordiamo che la morte per una semplice embolia è un fatto rarissimo, quindi è molto probabile che le cause siano altre.

i mezzi navali che hanno partecipato al salvataggio

 

Da quanto è stato ricostruito sinora, sembra che il subacqueo abbia perso conoscenza durante l’immersione e l’allarme sia stato dato dai suoi compagni.
Pare anche, notizia non ancora confermata da altre fonti, che all’emersione mancassero due sub e che sia questa la causa che ha fatto scattare le richiesta di soccorso da parte degli accompagnatori (pilota del mezzo nautico che si suppone fosse del Polo Sub di Genova). Il primo sub è emerso privo di coscienza e agganciato al verricello dell’elicottero dei vigili del fuoco, il secondo sarebbe stato recuperato più tardi ed attualmente sarebbe ricoverato all’ospedale San Martino di Genova in condizioni non gravi.
Notando la mancanza dei due sub, è stato allertato il 118, e si è alzato in volo l’elicottero dei vigili del Fuoco di Genova: il velivolo, stando sulla verticale del punto dove si è verificato il malore, ha issato a bordo il subacqueo, che aveva perso conoscenza, e si è diretto all’ospedale San Martino. Dove, purtroppo, l’uomo è arrivato privo di vita.
Il resto dell’equipaggio, gli altri 17 subacquei, sono stati accompagnati con le motovedette di capitaneria di porto e carabinieri, alla sede della guardia Costiera a Santa Margherita, per essere ascoltati e riferire i particolari dell’accaduto.

 

 

 

 

 

 

E’ di fondamentale importanza scoprire che tipo di attrezzatura indossava il subacqueo. ARA, TRIMIX, NITROX, REB?   Oggi le opzioni sono molte e molte possono essere le cause del decesso.
Per il momento non ci resta che fare le solite condoglianze alla famiglia, un triste rituale che continua ad affliggere tutta la categoria. Chi sarà il prossimo?
La stagione è alle porte, la follia incombe, l’avidità dei facili guadagni, la scarsa affidabilità di alcune didattiche improvvisate, la scarsa affidabilità di attrezzature vendute come affidabilissime, potrebbe fare la differenza fra una stagione normale ed un elenco di caduti.

il direttore

L’ARABA FENICE

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sopra una rappresentazione dell’araba fenice. Non poteva che essere esaltata dalla la bellezza femminile

Cinque lunghi anni passati a scrivere per la soddisfazione di fare qualcosa di utile e nel frattempo di costruire una realtà nuova, dalla quale nessuno potesse spodestarci, sulla quale non si sarebbe mai seduta una usurpatrice o un usurpatore solo grazie ai soldi, magari nemmeno suoi, oppure ai suoi servigi sessuali nei confronti di un editore.
Cinque anni per costruire qualcosa che fosse protetto ed inalterabile alla corrosione ed alla corruzione.
Una cellula sana in un mondo malato, fortunatamente non l’unica, ma potente, capace di farsi leggere a palazzo, d’indicare nuove strade, di aprire argomenti importanti (“modifiche epocali alla decompressione” – parole del prof.Faralli che si è complimentato con noi pochi giorni fa per la tabella US Navy revisione sesta). Di toccare argomenti tabù sugli altri giornali, di scomodare un principe in Australia e farlo venire in Italia per incontrarci. Di entrare con quel principe allo Stato Maggiore della Marina Militare del Varignano, di fargli toccare con mano che gli ideali immortali dei Marò e di suo padre – morti per l’ONORE – sono ancora ben vivi nel tessuto italiano.
Anche cinque anni d’insulti e tentativi di destabilizzazione, mentre nella nostra vita privata accadevano fatti drammatici e gravissimi, capaci di portarci innanzi all’abisso, con la pistola d’ordinanza in mano.
Eppure siamo ancora qui, “L’araba fenice” è rinata dalle sue ceneri e caparbiamente, fra una burrasca e l’altra riusciamo ancora a fare cultura, a scrivere, a dissetare migliaia di gole che sanno di trovare a questa fonte acqua cristallina e pura.
Oggi dopo questi lunghi anni di volontariato, con Andrea e tutti voi, come sempre, abbiamo deciso di fare un ulteriore sforzo.
Stiamo lavorando per l’allestimento di uno speciale negozio on line.

Un’altra rappresentazione delll’araba fenice, uccello immortale che risorge continuamente dalle sue ceneri, dimostrandosi inattaccabile
Se anche questa iniziativa avrà successo, allora sarà grazie ai nostri clienti e lettori che riusciremo ad edificare il sogno della nostra vita:
una “casa editrice del mare” capace di far nascere nuovi scrittori, nuovi giornalisti, nuove opere immortali. Tutte impastate della stessa acqua, quella che vi siete abituati a bere, e che non cambierà fino al giorno della mia morte. E sono certo che il nostro lavoro riecheggerà nel futuro. Anche se cancellano i nostri nomi, anche se mascherano come loro ciò che è invece oggettivamente farina del nostro sacco, non potranno comunque cambiarne gli effetti.               La storia, pietosa e restauratrice, rimetterà insieme i pezzi del mosaico e darà ad ognuno il giusto valore.
La verità è come un fiume, puoi rallentarne il corso con delle dighe ma nemmeno facendole alte come le montagne potrai impedire che l’acqua del fiume arrivi al mare. Sarà solo questione di tempo.

Buon quinto compleanno www.mrescoop.com, possa iddio continuare a darci la forza di proseguire ancora per molti anni.

il direttore

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

IL VIRUS A-H1N1

 

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nell’immagine l’unico rimedio per contrastare la diffusione dell’influenza in genere ed anche dell’influenza suina o influenza “A”. Il virus non si trasmette attraverso la carne di maiale e non si trasmette attraverso il contatto cutaneo

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha elevato il livello di allarme da 4 a 5, siamo dunque alle soglie di una pandemia influenzale e questa volta il virus è un MUTANTE che proviene dai suini e che si è trasmesso all’uomo.
Ma che cosa deve pensare un padre di famiglia, uno che ha dei bambini piccoli, innanzi a queste notizie? Visto che si va dall’allarmismo, alla rassicurazione ad oltranza? In Italia non c’è ancora, ma che differenza fa?
Nessuna.
Tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che un’influenza come quella non sia né controllabile né gestibile.
Questo significa che presto sentiremo la televisione annunciare i primi casi di “influenza suina” anche in Italia. www.marescoop.com è da anni avanti rispetto a tutte le tematiche che riguardano la medicina iperbarica, ma anche nella revisione storica e nell’analisi della politica contemporanea.
Quando si presenta una situazione d’emergenza come questa, noi ci muoviamo per saperne di più, utilizzando quelle amicizie, frutto di una vita passata a dire e scrivere solo la verità.
Sulla nuova “influenza suina” o meglio “Influenza A”, abbiamo interpellato alcuni esperti medici accreditati in Europa e gli abbiamo fatto delle domande prima giornalistiche e poi in veste di amici.
Né è emerso un quadro interessante che può aiutare tutti i nostri lettori, fermo restando che nessuno (nemmeno noi) ha la verità in tasca ed occorre sempre saper leggere ed interpretare.

 

 

                                                                       il  vero volto del virus dell’influenza suina, un mutante che si chiama A-H1N1 e che proviene dai maiali d’allevamento del messico. 

Innanzi tutto va detto che ogni anno le comuni influenze si portano via circa ventimila vite umane e nessun media né scrive o né parla.  Detto questo, per dimensionare il fenomeno a quello che è; in seconda istanza occorre considerare che non esiste alcuna cura miracolosa contro l’influenza, qualunque essa sia, anche contro il mutante A-N1H1.
Attualmente si parla del Tamiflu ( Oseltamivir ), prodotto dal colosso farmaceutico Roche, quasi come dell’unico rimedio ad una eventuale pandemia. In realtà il Tamiflu è un adiuvante, semplicemente un farmaco che aiuta l’organismo e se possibile abbrevia il decorso dell’influenza, ma non è un “antivirus” come viene definito, cioè un farmaco in grado di debellare il virus.
Non esiste alcun antivirus, se non il vaccino, che sarà pronto fra sei mesi (troppo tardi).
La buona notizia è che in Italia abbiamo immagazzinato 40 milioni di dosi di Tamiflu, mentre negli USA ne hanno solo 50 milioni.
Questo significa anche che la Roche ha già venduto 90 milioni di dosi di Tamiflu solo considerando Italia e USA, ma significa anche che in Italia siamo sei volte più forniti degli americani.
Questo Tamiflu è la panacea di tutti i mali? Sicuramente no, infatti ha diverse controindicazioni e costa molto, inoltre in diverse parti d’Europa il virus H1N1 ha già sviluppato una resistenza all’Oseltamivir (Tamiflu)pari al 25% – 65%, l’altra buona notizia è che apparentemente grazie ai consigli di evitare di prendere antibiotici in presenza di una influenza stagionale, in Italia la resistenza del virus H1N1 all’Oseltamivir è più bassa dall’1 al 10%
Fermo restando che l’influenza “A” potrebbe presto spalmarsi su tutto il mondo in una soluzione pandemica, che cosa dobbiamo fare?
Fissiamo i pochi punti ormai chiari:
1) il contagio non avviene attraverso le mani
2) il contagio avviene solo ed esclusivamente attraverso le microscopiche gocce che nebulizziamo parlando e/o tossendo e starnutendo
3) in caso di pandemia sono i bambini piccoli i più a rischio, devono restare a casa, non andare a scuola e i genitori devono frequentare i luoghi di grande affluenza solo con le mascherine che coprono la bocca e il naso
4) non serve a nulla correre in farmacia ad acquistare il Tamiflu. Se l’influenza presenta sintomi pesanti, il soggetto verrà riicoverato in ospedale, dove avrà il farmaco gratuitamente.
5) serve invece preparare una serie di mascherine in un cassetto, visto che quando partirà l’allarme spariranno dai negozi proprio come è già successo in Messico.
6) il Tamiflu costerebbe per ogni paziente circa 300 euro
7) è assolutamente sbagliato prendere il Tamiflu a scopo preventivo, potrebbe risultare molto negativo in caso di contagio e generare un ceppo di virus resistenti allo stesso
8) gli attuali vaccini antinfluenzali sono inutili e si prevede che un vaccino adeguato sarà disponibile solo fra sei mesi, cioè quando la pandemia sarà un ricordo.
9) Come sempre ognuno di noi reagirà anche all’influenza suina in modo del tutto personale.
Vediamo a questo punto che cosa è il Tamiflu, partendo dal presupposto che non stiamo parlando di un virus killer ma solo di un Adiuvante, in grado di aiutare l’organismo a reagire in modo positivo all’infezione ma con alcuni rischi.
Per farlo abbiamo raccolto una serie di considerazioni che vi sottoponiamo.
Ognuno tragga da quanto leggerà le sue considerazioni:

ecco il prodotto che ci aiuterà a combattere i casi più gravi, è costoso ed i nostri amici medici hanno suggerito ai loro familiari di non acquistarlo a scopo preventivo. E’ inutile, se sarà necessario verrà somministrato in ospedale, gratuitamente e sotto il controllo medico. E’ assolutamente sbagliato assumere il farmaco a scopo preventivo, si potrebbero generare delle ulteriori resistenze del virus in questione e potrebbero abbassarsi le nostre possibilità di guarigione. NON prendete il TAMIFLU a scopo preventivo.

Tamiflu ( Oseltamivir ) è un farmaco antivirale approvato dall’FDA ( Food and Drug Administration ) nel trattamento dell’influenza A e B, non complicata, nei pazienti di età superiore ad un anno.
Inoltre, il Tamiflu è approvato nella profilassi dell’influenza nelle persone di età superiore ai 13 anni.
Oseltamivir è un inibitore della neuraminidasi ed agisce bloccando l’enzima che favorisce l’ingresso del virus nel tratto respiratorio.
Il Tamiflu, somministrato 2 volte al giorno per 5 giorni, può ridurre la durata dei sintomi influenzali nei bambini sani di 1-1.5 giorni.
In media sembra ridurre la gravità dei comuni sintomi influenzali, permettendo ai bambini di un recupero in un tempo minore, favorendo il ritorno a scuola o lo svolgimento di altre attività.
Tamiflu ha mostrato di essere efficace anche nei bambini con storia di asma, senza peggiorare i sintomi della malattia.
Tamiflu è più efficace quando assunto entro 48 ore dopo l’insorgenza dei sintomi influenzali, mentre non sembra efficace se i sintomi influenzali sono già presenti da giorni.
Tamiflu non è stato studiato nei bambini con influenza molto grave o complicata, che richiede ospedalizzazione.
Quando il Tamiflu, nel corso di studi clinici, è stato impiegato come trattamento dell’influenza nei bambini non sono stati osservati gravi effetti indesiderati.br> I più comuni sono stati nausea e vomito.
In un report del BPCA ( Best Pharmaceuticals for Children Act ) sono state riportati casi di reazioni avverse associate all’uso di Tamiflu nei bambini di 16 anni o più giovani.
Questi effetti indesiderati hanno riguardato eventi neurologici e psichiatrici, come delirio, allucinazioni, confusione, comportamento anormale, convulsioni ed encefalite.
Questi eventi si riferivano quasi interamente a bambini giapponesi che hanno ricevuto il Tamiflu secondo le linee guida di trattamento giapponesi ( molto simili, ma non identiche alle linee guida di trattamento statunitensi ).
In 12 pazienti pediatrici l’esito è stato fatale. Tutte le morti si riferivano a bambini giapponesi.
In molti di questi casi, una relazione tra impiego di Tamiflu e morte era difficile da valutare a causa dell’assunzione di altri farmaci, della presenza di altre patologie e/o per la mancanza di approfondite informazioni nella segnalazione.
Sono state riportate anche gravi reazioni cutanee ( simili a reazioni allergiche ) in alcuni pazienti pediatrici. Questi eventi non hanno riguardato solo i bambini giapponesi ed hanno riguardato anche gli adulti.
L’Fda è rimasta sorpresa nel constatare che le segnalazioni di reazioni avverse neuropsichiatriche e di morte sono pervenute quasi interamente dal Giappone.
L’FDA ha pertanto richiesto ulteriori informazioni alla società produttrice di Tamiflu, Hoffman-La Roche, e al Ministero della Salute giapponese.
I dubbi sono molti.
I pazienti giapponesi metabolizzano il Tamiflu in modo diverso rispetto ai pazienti statunitensi o europei ?
Non sembrano esserci evidenze a riguardo.
E’ possibile che gli eventi neuropsichiatrici siano una conseguenza dell’influenza ?
Agli inizi della metà degli anni ’90, nella letteratura medica pediatrica, sono stati descritti diversi casi di encefalite o di encefalopatia associata all’influenza.
Queste segnalazioni provenivano principalmente dal Giappone.
La febbre aveva un esordio rapido con comparsa di convulsioni e di alterazione dei livelli di coscienza, e progressione a coma entro pochi giorni dall’insorgenza dei sintomi influenzali.
La sindrome portava spesso a morte, o comportava significative sequele neurologiche.
La più alta incidenza di effetti indesiderati dopo assunzione di Tamiflu in Giappone può essere spiegata dal maggior consumo del farmaco ?
In Giappone l’utilizzo del Tamiflu è maggiore rispetto agli altri paesi.
Alcuni degli effetti indesiderati evidenziati in Giappone potrebbero anche essere osservati nella popolazione americana ed europea se l’uso del farmaco aumentasse in modo sostanziale.
La maggiore segnalazione di eventi avversi gravi da parte del Giappone potrebbe essere dovuta ad un diverso sistema di farmacovigilanza ?
Quando il Tamiflu fu approvato nella profilassi dell’influenza in Giappone, Roche e Chugai Pharmaceutical hanno sollecitato i medici a segnalare reazioni avverse dopo assunzione del farmaco.
Per il Comitato dell’FDA è difficile valutare la relazione tra Tamiflu e le morti dei bambini avvenute in Giappone.
E’ noto che i bambini di età inferiore ai 2 anni e gli anziani presentano una maggiore incidenza di morte associata all’influenza rispetto ai gruppi di altre età.
Negli USA, le morti per influenza nei bambini non erano, fino alla stagione influenzale 2004-2005, tra gli eventi che dovevano essere segnalati al Dipartimento di Salute Pubblica e ai CDC ( Centers for Disease Control and Prevention ).
Le segnalazioni di eventi neuropsichiatrici nei bambini giapponesi potrebbero essere correlate all’encefalopatia associata all’influenza, all’aumentato utilizzo di Tamiflu in Giappone e all’intensivo sistema di monitoraggio. ( Xagena2005 )
Fonte: FDA, 2005
Prima i polli, adesso i suini. Un’unica risposta: il Tamiflu.
E’ arrivata la nuova influenza che minaccia di diventare pandemia. Nel 2005 era aviaria, con il focolaio in Cina, trasmessa dai polli, e si chiamava Sars. Oggi, nonostante non ci sia stata una conferma ufficiale, viene attribuita ai suini, e il focolaio è in Messico.
L’unico punto fermo però, quando il rischio di pandemia è alto, è il Tamiflu, prodotto dalla Roche. Che sia davvero efficace contro le influenze più di altri farmaci è tutto da verificare e a quanto pare l’azienda era anche in procinto di toglierlo dal commercio.
Intanto, giusto per non farsi vedere con le mani in mano dall’intera nazione, il ministro della salute Usa Janet Napolitano cosa fa? Comincia a far circolare una parte delle 50 milioni di dosi del Tamiflu in possesso del governo federale. Immaginiamo che anche i governi delle altre nazioni correranno a fare incetta del preziosissimo medicinale contro una malattia di cui si sa ancora pochissimo e per cui non è stata ancora trovata una medicina che la fronteggi seriamente.
Storia uguale e identica, fino ad oggi, a quanto avvenuto nel 2005. Quando si dice che la storia è magistra vitae…
CHI GUADAGNA DALL’INFLUENZA SUINA?
Sicuramente i produttori di Tamiflu e Relenza, due anti-influenzali che secondo gli esperti sono efficaci contro il virus.
Curioso è che il Tamiflu sia stato spacciato in precedenza come il rimedio della famosa influenza aviaria qualche anno fa. Altrettanto curioso è che, pur prodotto da Roche, il medicinale sia in realtà di proprietà della più piccola Gilead Science inc, che ovviamente ne guadagna.
Ancora più curioso è che uno dei maggiori azionisti della piccola casa farmaceutica sia Donald Rumsfeld, già vicepresidente USA durante il mandato Bush. Molto meno strano è che in occasione della precedente epidemia il grande allarme sia valso, solo negli Stati Uniti, la spesa da parte del governo di due miliardi di dollari per procurare grandi quantità della medicina che poi non sono servite a nessuno.
Ovviamente Roche si è detta pronta ad inondare i mercati di Tamiflu, anche se per il momento i rivali di Glaxo Smith Kline sembrano essere favoriti negli ordini governativi.
ZURIGO (Reuters) – La casa farmaceutica svizzera Roche ha fatto sapere oggi che sta lavorando a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Salute per rendere il suo farmaco Tamiflu disponibile per i pazienti in tutto il mondo, dopo l’esplosione dell’epidemia di influenza suina.
La Roche ha dichiarato, attraverso un comunicato, che sta aumentando la produzione di questo farmaco dopo che l’Oms ha innalzato il livello di allerta, aggiungendo che sta collaborando con i governi mondiali per combattere il potenziale pandemico della malattia.
Il gigante farmaceutico ha reso noto di aver donato cinque milioni di confezioni all’Oms e che ci sono altre tre milioni di confezioni già pronte per essere inviate, su richiesta dell’Organizzazione Mondiale della Salute.
La Roche ha anche precisato di aver già risposto, in passato, a richieste di medicinali da parte dei governi mondiali, per circa 220 milioni di trattamenti. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che la Roche ha già ricevuto altri ordini, dallo scoppio dell’epidemia, ma di non essere in grado di quantificarli.
Nella giornata di lunedì, la casa farmaceutica svizzera aveva annunciato l’intenzione di aumentare la produzione di Tamiflu, ma aveva anche avvertito che il tempo necessario, dalla sintesi del farmaco all’imballaggio, era di circa otto mesi.
Il Tamiflu, un farmaco antivirale, è prodotto in apposite compresse ed è stato originariamente inventato dalla società biotecnica americana Gilead Sciences.
TAMIFLU, Roche
CATEGORIA: Farmaci antivirali
FORMA FARMACEUTICA: Polvere e granuli per sospensione orale
PRINCIPI ATTIVI: Oseltamivirum fosfato
INDICAZIONI: Indicato per il trattamento della sindrome influenzale (Virus A e B) e per la sua prevenzione. Come terapia, ha maggiore efficacia quando il Tamiflu viene assunto nei primi due giorni dalla comparsa dei sintomi influenzali. Il suo utilizzo come prevenzione dell’influenza essere indicato dal medico e valutato caso per caso, anche in funzione delle circostanze di diffusione del virus e della popolazione che necessita il farmaco. In ogni caso, Tamiflu non sostituisce il vaccino antinfluenzale ed il suo uso deve seguire le indicazioni ufficiali. Infatti, il prodotto va somministrato solo nei casi in cui vi sia l’effettivo rischio di una pandemia oppure il trattamento con altri farmaci non abbia dato risultati soddisfacenti.
CONTROINDICAZIONI/EFFETTI SECONDARI: Ipersensibilità all’oseltamivirum fosfato o ad uno dei suoi eccipienti. Gli effetti secondari maggiormente riscontrati sono stati nausea, vomito, mal di stomaco e disturbi gastro-intestinali. In alcuni casi si è verificato anche l’insorgenza di bronchite, insonnia e vertigini.
NOTE: Il Tamiflu è stato al centro dell’attenzione per un lungo periodo quando, nel 2005, intere popolazioni, per lo più asiatiche, sono state colpite dall’influenza aviaria. Il farmaco a base di oseltamivirum, infatti, era considerato come possibile rimedio alla pericolosa sindrome influenzale causata dal virus H5N1. Tuttavia, secondo alcuni studi ed il parere di esperti, l’oseltamivitum non è capace di combattere il potente virus dell’influenza aviaria perchè quest’ultimo è un particolare tipo mutante, per cui il trattamento con questo farmaco servirebbe solo a curare alcune manifestazioni della patologia. l’epidemia non è stata l’unica causa della notorietà del Tamiflu, infatti, la FDA, ente americano di vigilanza sui farmaci e la salute, ha lanciato l’allarme per i numerosi e gravi effetti neuropsichiatrici provocati dal trattamento con il medicinale verificatosi sopratutto in Giappone dove Tamiflu è largamente commercializzato.
Un altro farmaco antivirale, anch’esso di nuova ideazione, è il Relenza (Zanamivir) capace di combattere i virus influenzali di tipo A e B.
***

Ecco tutto quello che siamo riusciti a mettere insieme facendo una serie di interviste e di ricerche.
Lasciamo che venga somministrato il Tamiflu ai nostri figli solo in caso di reale necessità e lo stesso facciamo per noi.
Saranno comunque le autorità ospedaliere a decidere la terapia da seguire. Il fai da te è altamente sconsigliabile
Non facciamoci prendere dal panico, si tratta di una influenza grave, ma superabile, come tutte le altre. Dalle nostre interviste risulta anche evidente che la carne di maiale non può trasmettere il virus dell’influenza suina, il rischio è pari a zero.

nell’immagine indicate le zone del mondo dove il virus H1N1 dell’influenza ha presentato una maggiore resistenza alla somministrazione dell’Oseltamivirus fosfato (Tamiflu), come si nota l’Italia presenta una resistenza che va dll’1 al 10%

Noi di www.marescoop.com crediamo di non poter fare di più. Vi abbiamo presentato le rose e le spine, ora le decisioni sono a carico vostro. Chiaramente non è possibile sapere se le considerazioni che abbiamo raccolto sono tutte vere e tutte scritte in buona fede. Gli interessi in gioco sono alti e sono troppi.
Noi possiamo solo grantirvi che www.marescoop.com non ha alcun secondo interesse se non quello della verità, una verità difficile che vi deve indurre a muovervi con estrema cautela. Seguite attentamente lo sviluppo della situazione proteggete la vostra famiglia. Noi staremo allerta, qui, dalla nostra ultima trincea: il mare.

Marcello Toja
Il direttore

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