MARCELLARD E I TOPI

 

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Quello che vidi mi è rimasto nel cervello come una immagine indelebile. Migliaia di punti rossi luminosi riflettevano la luce della lampada, erano altrettante migliaia di topi che avanzavano lentamente verso una preda.
Mi resi conto che quella preda eravamo noi…

Fuori piove, non direi nemmeno che Dio la manda, perché mi sembrerebbe offensivo per Lui, e lo fa da ben 20 ore senza soluzione di continuità.
In barca siamo nella seguente situazione: un po’ di roba sta asciugando, un po’ di roba si sta bagnando ed un altro po’ è già asciugata ma prima o poi si bagnerà nuovamente.
La notte è passata e con lei la coda del grecale che ci ha fatto cavalcare le onde per due giorni.
Sono esattamente le 14,30 di domenica 29 marzo, ho infilato i miei due cani dentro rispettivi sacchetti della rumenta lasciando fuori la testa ed il buco del culo e li ho portati con il tender a sporcare. Risultato: fradici!
Sull’autoradio, unico ricordo che mi resta della macchina con i delfini che avevo quando ero il direttore e l’editore di IR MARE, sta passando un CD di Lorena McKennit “the mask and mirror”, eredità di uno dei tantissimi viaggi e spedizioni scientifiche nei mari del Nord.
Mari che mi sono rimasti nell’anima e nel cuore regalandomi esperienze ed atmosfere indimenticabili.
Non ci potrebbe essere musica migliore per accompagnare quello che vi sto per regalare.
I cori e le atmosfere gaeliche sono lo zerbino più indicato per questa novella.
Ah, dimenticavo, oggi non ho ancora messo nulla nello stomaco a parte un caffè.
Mangerò dopo, quando finirò di scrivere questo fiume di parole che i più avveduti di voi scaricheranno, stamperanno ed infileranno nel mare dei ricordi di quel rompipalle che da anni vi disturba sulla rete.
E’ importante e fondamentale che tutti sappiate che quello che sto per raccontarvi è realmente accaduto, fin nei minimi dettagli e si è fissato nella mia memoria come scritto con il fuoco. A distanza di 36 anni lo ricordo come se fosse accaduto ieri.
Si tratta di un’avventura dove abbiamo rischiato di essere mangiati vivi dai topi, ovviamente non ce l’hanno fatta altrimenti non sarei qui a scrivere, quindi per i più ansiosi, state calmi che il finale e alla Walt Disney. Gli eroi si salvano:
….C’era un volta tanti anni fa, un gruppetto di persone all’isola del Giglio; due uomini e due ragazze, gli uomini sono ancora viventi (uno sono io l’altro è Max, attualmente in Argentina) le due donne sono ambedue già passate a miglior vita, una per un tumore al fegato l’altra per un tumore al cervello, ma questo non c’azzecca con la nostra storia.
Il mio Amico Max e Sandra fidanzati, Anna ed io fidanzati. Era il 1972, una calda e dolcissima estate, il mese di agosto e noi eravamo accampati con una coppia di tende canadesi nella baia della vecchia torre d’avvistamento del Giglio, mi pare si chiamasse “La baia del campese” ma non sono sicuro.
A quel tempo io praticavo la pesca in apnea da circa 14 anni, non so da quanto tempo la praticasse Max, ma eravamo una coppia stupenda, acquatici, decisi, innamorati del mare, robusti e capaci di immergerci anche a Gennaio con una muta a due pezzi di tre millimetri di spessore…


la freccia rossa in basso indica più o meno il punto dove si svolse questa “avventura”

Quel benedetto giorno, decidemmo con le nostre compagne di fare una esperienza che a nostro avviso sarebbe stata indimenticabile.
Da un barcaiolo ci saremmo fatti trasportare a Sud dell’isola, su una scogliera di Punta di Capel Rosso, raggiungibile solo dal mare e sovrastata da un faro omonimo della punta.
Il programma era mangiare, appena fatto notte, sistemare le due ragazze in un solo sacco a pelo a tenersi compagnia e noi due a fare una battuta di pesca notturna con tanto di lampade subacquee e fucili arbalete (ad elastici).
La legge Maravalle non era nemmeno all’orizzonte e si poteva pescare di notte in piena legittimità.
Così facemmo; il barcaiolo ci lasciò nel pomeriggio inoltrato in quella piccola baia incantata esposta ed est, con pareti a picco ed in alto il possente faro.
Eravamo certi che nessuno avrebbe potuto raggiungere le ragazze mentre noi eravamo in mare.
Mangiammo discorrendo ed aspettando il calar delle tenebre.
All’ora concordata max ed io scendemmo in mare. Il fondale andava giù deciso, ogni discesa era sui 18-20 metri, scoprimmo presto una tana di saraghi e cominciammo a batterla nel tentativo di fiocinare qualche esemplare di grossa taglia.
Fu alla quinta o sesta risalita per prendere aria che sentii la mano di Max battermi sulla spalla “Stai a sentire! – mi disse con uno sguardo allarmato – Urla pazzesche!” – mi calai il cappuccio della muta dalle orecchie e nel silenzio sentii le urla delle nostre due ragazze, sembrava che le stessero sventrando e facendo a pezzi da vive.
Senza dir nulla mollammo i fucili e partimmo a razzo verso la piccola baia.
Pinneggiai come un pazzo, rischiando di farmi scoppiare il cuore, ma probabilmente presi una rotta divergente. Non avevo punti di riferimento luminosi, presi terra in un’ansa deserta.
Stetti in silenzio ad ascoltare eventuali urla o segnali… Nulla. Solo i grotteschi gorgoglii fatti dal risucchio delle onde nelle scogliere. Gridai i nomi dei miei amici, mi rispose solo l’eco.
Un brivido freddo mi percorse la schiena. “Ecco – mi dissi – li hanno già ammazzati ed ora tocca a me. Volevi sapere come ti saresti comportato innanzi alla morte? Presto lo saprai.”
Stetti ancora un attimo in silenzio, urlai nuovamente i tre nomi, ancora una volta mi rispose solo l’eco. “Non è possibile – pensai – non possiamo essere così lontano da non sentirci”.
“Fanculo – dissi a voce alta – se devo morire lo farò combattendo” Estrassi il grosso coltello da Sub e mi avviai parte in acqua e parte a terra nella direzione dove a mio parere avrei dovuto trovare almeno i cadaveri dei miei amici.
Ero teso come una corda di violino e mi aspettavo da un momento all’altro che quel mostro, forse una presenza aliena, mi saltasse addosso. D’altra parte nessun essere vivente terreste avrebbe potuto scendere da quelle pareti se non con delle cime ed era estremamente improbabile che fosse così attrezzato ed in attesa di quattro turisti che nessuno sapeva essere là se non il barcaiolo e noi quattro.
Furono momenti di tensione estrema poi, ad un tratto, scapolando uno scoglio nerissimo e tagliente vidi la luce della Vega di Max e i miei tre amici tutti vivi e vegeti. La tensione scese al minimo, ero nuovamente in una dimensione reale, a quel punto mi sali la rabbia “come si può far spaventare a quel modo due persone, rischiando di farli morire per nulla”
Avvicinandomi però al sacco a pelo mi resi conto che le due ragazze erano in evidente stato di shok nervoso. In particolare la mia fidanzata, scossa da un tremito, se l’era fatta addosso nel vero senso della parola. Non era proprio il caso di infierire su di loro.
L’aiutai a sistemarsi, poi mi tolsi la muta bagnata, mentre mi asciugavo la schiena sentivo la mia compagna ripetere “gli uccelli… gli uccelli”, dissi ad alta voce “ma come avete fatto a spaventarvi così tanto per degli uccelli?”
Non avevo ancora finito di parlare che qualcosa di molto grosso mi passò sopra la testa, sentii lo spostamento d’aria e poi l’urlo.
Qualcosa di raccapricciante, simile all’urlo di un bambino sgozzato. Un brivido gelato mi percorse la spina dorsale dal collo fino all’ano. Non avevo mai sentito nulla di simile. Era TERRORIZZANTE.
Fingendo di non avere alcuna paura, presi da terra la mia VEGA ed illuminai il cielo.
L’atmosfera era tersa, la notte senza luna e piena di stelle il fascio di luce della lampadina survoltata sembrava un riflettore a caccia di aerei.
Poi ne colsi uno. Erano uccelli bianchi, almeno due metri di apertura alare, uccelli notturni, non erano dei gabbiani e saltuariamente si precipitavano in basso, ma non attaccavano noi, bensì qualcosa sugli scogli vicino all’acqua poi risalivano nel cielo. Mi feci una bella risata “ma dai ragazzi, sono solo uccelli notturni, mettiamoci a dormire.” Detto questo m’infilai nel sacco a pelo a farmi riscaldare dalla mia ragazza che a quel punto aveva riacquistato un po’ di lucidità, ma non aveva nessuna intenzione di separarsi più da me e mi accolse con tutto il calore che ti può dare la donna che ami.
Intanto Max e Sandra erano saliti più in alto su un altro scoglio piatto, per avere anche loro un minimo di “privacy”.
Facemmo l’amore, sotto quelle stelle e lo spavento sembrava ormai un ricordo, ed un ricordo era anche il mio arbalete, inabissatosi chissà dove.
Max invece aveva conservato il suo con una fiocina a forchetta.
Furono momenti indimenticabili anche se gli uccelli con quelle urla rovinavano un po’ la magia.
Poi sentii in alto un parapiglia e pochi secondi dopo vidi Max e la sua compagna con tutte le loro cose in mano, compreso il sacco a pelo, che venivano verso di noi.
Max mi fece cenno di tacere e di uscire dal sacco per avvicinarmi a lui.
Aveva gli occhi dilatati dalla paura e mi disse sussurrando «I topi!» «Come i topi – dissi io a bassa voce per non farmi sentire da Anna – quali topi? »
«Guarda» – mi disse Max e puntò la sua lampada subacquea verso le irte scogliere facendola scorrere lentamente. Quello che vidi mi è rimasto nel cervello come una immagine indelebile.
Migliaia di punti rossi luminosi riflettevano la luce della lampada, erano altrettante migliaia di topi che avanzavano lentamente verso una preda.
Mi resi conto che quella preda eravamo noi.
«Presto – esclamai – Sandra, Anna, Max, aiutatemi a buttare in mare qualunque cosa alimentare ci sia in questo accampamento!» Tutto ad eccezione delle scatolette di tonno ancora chiuse prese la via del mare, salvammo solo l’acqua dolce anch’essa sigillata. In queste occasioni mi viene naturale assumere la leadership, e i miei amici l’accettarono. Non c’era tempo per discutere.
Feci mettere le due ragazze nel sacco a pelo al centro dello scoglio piatto, distribuii le scorte di pile per le Vega, ne avevamo per tutta la notte senza problemi. Mi armai dell’asta del fucile di Max con la forchetta tagliando la sagola. Max mi imitò con l’asta di riserva e ci mettemmo ambedue ai due lati dello scoglio piatto, osservando il canalone dal quale sapevamo sarebbero arrivati i topi.
Non ci volle molto perché i primi esploratori facessero capolino dai sassi, li tradivano i loro occhi. Erano di tutte le taglie, alcuni simili a dei piccoli gatti, altri più piccoli. Non capivo perché fossero così impauriti nel muoversi ma lo capii poco dopo, quando uno di loro che si era esposto fuori dallo spacco venne ghermito al volo da uno dei grandi uccelli bianchi con i loro strazianti urli.
Ringraziai Iddio per quell’aviazione naturale. I topi erano evidentemente affamati, tanto da non aver paura dell’uomo, ma se si esponevano venivano attaccati e divorati a loro volta, quindi si muovevano con un profilo bassissimo e a piccoli gruppi in avanscoperta, seguendo un metodo che non cambiò mai nel corso della notte.
Gli uccelli bianchi sfrecciavano nel cielo, noi attaccavamo i topi sciabolando la luce che li spaventava facendoli retrocedere, purtroppo poi ritornavano e la scena si ripeteva.
Capii che sarebbe andata avanti così tutta la notte. Era necessario fare dei turni, altrimenti la stanchezza ci avrebbe fatti crollare e sarebbe stato l’ultimo sonno.
Pensai di gettarci tutti in mare, ma sapevo che i topi nuotano benissimo, mentre la mia fidanzata stava appena a galla.
Scartai l’ipotesi e stabilii dei turni di guardia, il primo di due ore l’avrei fatto io mentre Max dormiva.
Il sole sorgeva alle cinque, era poco più di mezzanotte, si trattava di resistere SOLO cinque ore.
Rimasto solo ebbi modo di constatare che cosa è un topo quando è affamato.
I più grossi si avventavano contro di me soffiando come gatti e mostrando le zanne affilate. Io li accecavo con la luce e menavo fendenti con la forchetta, stando ben attento a non ferirne uno. Pensavo e credo non a torto che se avessi fatto scorrere del sangue su quella scogliera, tutto si sarebbe trasformato in una orrenda carneficina, ed immaginavo le nostre ossa la mattina a biancheggiare sugli scogli.
Mi chiesi che cosa avrebbero pensato gli inquirenti. A mio parere nessuno sapeva che in quel luogo tutte le notti avveniva una battaglia all’ultimo sangue fra i topi che cacciavano i granchi e gli uccelli che cacciavano i topi.
Ne mai avevo visto così tanti topi tutti insieme.
Pensavo che non mi sarei lasciato mangiare senza reagire. Quando mi fossero saltati addosso li avrei presi uno per uno e gli avrei spezzato il collo con i denti, come faceva il mio gatto con i passeri.
Mi dissi che era l’unico modo. Ero ridiventato l’uomo delle caverne anche se con un orologio al polso.
Andai avanti per due ore con quella musica, le scene erano ripetitive. Il più grosso del drappello mi attaccava soffiando, io lo ricacciavo a forchettate e giochi di luce, il drappello arretrava e poi ritornava, ogni tanto un altro drappello subentrava al primo, chi si azzardava ad uscire dallo spacco veniva spazzato via dall’aviazione che volava senza posa. Dop due ore lasciai gli attrezzi a Max raccomandandogli di usare il mio metodo e di non far scorrere del sangue.
M’infilai nel sacco a pelo e chiusi gli occhi e il sonno giunse quasi istantaneo, ma fu questione di pochi minuti, poi mi svegliai di soprassalto, sentendo le urla di Max “Sono entrati – gridava – sono dentro il perimetro! E lo faceva con la sua erre moscia naturale. Era grottesco e ridicolo nel contempo.
“Marcello non ce la faccio da solo!!” “Ok” risposi “arrivo”. La mia “dormita” era definitivamente finita. Mi rimisi a combattere prendendo prima a calci quelli che erano entrati nel perimetro, non più di due. Guardai alla luce delle Vega il volto del mio amico senza ovviamente accecarlo. Aveva il terrore scritto sul volto. Gli chiesi se per caso aveva paura dei topi, mi disse che lo terrorizzavano.
E pensare che sott’acqua spezzava la schiena di un grongo con le mani. Mah!
“Ci mancava questa” pensai sconsolato.
La battaglia continuò fin verso le quattro, il mare era una tavola, il cielo nero e pieno di stelle, sarebbe stato magnifico senza quei cazzi di topi!
Vidi delle luci al largo “Pescherecci!” – gridai. Con la mia torcia cominciai a “sparare” un segnale in alfabeto morse verso di loro. Tre lampi brevi, tre lampi lunghi, tre lampi brevi, due volte con un intervallo di due minuti in mezzo. Era un S.O.S. convenzionale, non potevano non capirlo.
Infatti lo capirono! Pochi minuti e uno di loro si staccò dalla flotta facendo rotta verso di noi, rispondendo con segnali luminosi, non interpretabili.
Eravamo felici stava arrivando la salvezza, anche se nel frattempo dovevamo tenere a bada i topi.
Il peschereccio venne troppo sotto riva, rischiando di spaccarsi sul secco, dove all’inizio io e Max pescavamo. Chiusi gli occhi pensando con orrore che da salvatori sarebbero diventati dei naufraghi invece c’era abbastanza acqua. La paranza si fermò, fece macchina indietro ma senza spegnere il motore. Ci giunse un urlo “Chi siete? Che succede?” “I topi” gridava max, ma lo faceva con la sua erre moscia, sembrava uno scherzo. “Come?” ci gridavano dalla barca, “I topi” ripeteva Max “aiutateci per favore, usava parole con troppe erre.
Cercai di dire qualcosa anch’io ma la mia voce si confuse con quella di Max, con il rombo del motore e con le grida dei pescatori.
L’ultima cosa che dissero fu una sequela di bestemmie in non so quale dialetto, poi fecero decisamente marcia indietro.
Urlai “ Calate una scialuppa, CAZZO” mi arrivarono solo altre bestemmie.
Indietro ancora, 180 gradi ed il peschereccio, la nostra unica salvezza se ne andava nella notte. Le ragazze piangevano in silenzio.
Max era ridotto ad un cencio dallo stress nervoso di dover combattere con gli animali che gli facevano più schifo al mondo.
Ripresi ostinatamente la guerra con i roditori e ripresero ad imperversare su di loro anche quelle che in seguito scoprii essere delle Arpie (uccelli notturni, che in Italia non dovrebbero esserci).
Impossibile raccontare tutti i micro-combattimenti di quella notte e la nostra stanchezza.
Alle cinque il sole fece capolino dal mare lentamente e maestosamente.
Era la salvezza! I topi come per incanto scomparvero ed anche la nostra “aviazione”.

le splendide scogliere di punta di “Capel Rosso” all’isola del Giglio. L’acqua è di una trasparenza suggestiva, la natura selvaggia ed incontaminata

La scogliera era nuovamente quel luogo incantato dove eravamo approdati il giorno prima.
Esausto mi abbattei sul sacco a pelo, stavo per addormentarmi, quando scoprii che un altro ciclo di animali altrettanto famelici si stava per scatenare. ZANZARE.
Arrivarono a migliaia, affamate del nostro sangue, dovemmo chiuderci nei sacchi a pelo a morire di caldo chiudendo ogni buco.
Poi l’umidità del mattino si asciugò e con essa scomparvero le zanzare.
Erano le otto ed il nostro pescatore stava arrivando come d’accordo.
Venne sotto riva e con un volto gioioso e riposato e ci chiese “Allora, come è andata?”.

Marcello Toja

LA LEGGENDA DEL M.O.S.E. DI VENEZIA

 

a sinistra il semplice concetto di funzionamento del MOSE di Venezia. La Paratia si alza ed il mare resta fuori. Non sembra la pensata di un genio, ma funzionerà?

Se leggete la lista dei grandi lavori presentata dal governo di centrodestra troverete fra il” ponte sullo stretto” e il miglioramento della Napoli/Reggio Calabria una voce che dice “Il Mose” e sono convinto che i più attenti si chiederanno ma ‘sto Mose che cos’è?   Ebbene da vecchio cronista consentitemi di spiegarvi che cosa è il Mose, poiché fui il primo a presentarlo ai lettori attraverso un grosso articolo su una delle più famose riviste di mare italiane nel 1988. Fui inviato a Venezia, per realizzare un servizio giornalistico completo di testo e foto su una struttura che si chiamava MOSE, che era in fase di sperimentazione e che aveva come compito unico, quello di arginare il fenomeno delle acque alte a Venezia.
Ventuno anni fa giunsi nella laguna, fui prelevato da una imbarcazione e trasportato a bordo del modulo sperimentale del MOSE.
Intervistai gli ingegneri, fotografai la paratia che si alzava e si abbassava, presi nota dello stato di avanzamento dei lavori, fotografai quadri sinottici e tecnici/subacquei al lavoro.
Pubblicammo tutto sulla nota rivista e quello che naturalmente ci aspettavamo era che partisse la realizzazione definitiva del progetto.
Passarono i mesi e poi gli anni, appresi dai giornali che c’erano dei problemi politici nella realizzazione del MOSE di Venezia, poi il silenzio.
Nel penultimo governo Berlusconi vidi nuovamente apparire il MOSE nell’elenco delle “grandi opere” poi il governo cadde e il MOSE sparì nuovamente.
Oggi eccolo nuovamente alla ribalta. Sono passati 21 anni da quando realizzai quel servizio, molta gente è morta, altra è andata in pensione, ma chi ha continuato a portare avanti il progetto che 21 anni fa era già pronto per diventare operativo?

a sinistra il modulo sperimentale che ebbi l’occasione di fotografare 21 anni fa nella laguna di Venezia. La fotografia potrebbe essere mia come di chiunque altro; è comunque l’unica immagine che abbiamo fino ad oggi del MOSE. Una paratia che si alza e si abbassa.

CHE COSA E’ IL MOSE
Si tratta di una serie di paratie comandate idraulicamente, che normalmente stanno sott’acqua ad una profondità tale da fa entrare le navi di grosso tonnellaggio nella laguna di Venezia, ma che quando si preannuncia il fenomeno dell’acqua alta, si alzano e creano uno sbarramento, una sorta di Diga che impedisce all’acqua del mare di entrare nella laguna.
In condizioni di acqua alta, avremo con l’impiego del MOSE, un livello del mare più alto all’esterno della laguna. Ovviamente in quella fase le navi non potranno transitare se non abbattendo una parte delle paratie.
Se devo dire la mia opinione di reporter che ha visionato il prototipo 21 anni fa, ma si tratta di una mia opinione molto personale e basata solo sull’istinto, confesso che mi sembra per dirla alla Fantozzi: una STRONZATA PAZZESCA!
Poi c’è un’altra cosa che mi domando: ma in questi 21 anni chi ha mandato avanti il progetto mai divenuto operativo? Devo pensare a due generazioni di ingegneri, i padri che hanno inserito i figli, 21 anni a spese dei contribuenti? Quanti punti interrogativi!
Ora, francamente, vorrei che il MOSE arrivasse in porto.
Voglio vivere quanto basta per vedere se il MOSE funziona e se effettivamente è in grado di eliminare da Venezia il fenomeno dell’acqua alta.
Vorrei anche vedere il ponte sullo stretto, che mi interessa più dello sbarco sulla Luna o su Marte.
Più o meno ho ancora una trentina d’anni di vita, spero proprio di farcela.
Dulcis in fundo ricordo il mio collaboratore ingegnere nucleare Luigi Sacco, che per 15 anni ha costruito una centrale nucleare a Trino Vercellese e per altri 15 anni l’ha distrutta, a seguito del referendum.
30 anni di lavoro pagati dai contribuenti per non realizzare nulla: risultato ZERO.
Temo che le quattro centrali nucleari messe in cantiere oggi, e definite superate da RUBIA, faranno la stessa fine; diventeranno operative quando il nucleare sarà superobsoleto e saranno nuovamente demolite.
Un ciclo senza fine per un Paese dove chiunque manifesti la terribile malattia dell’intelligenza viene abbattuto.

Il direttore

Se apprezzate il mio lavoro potete aiutarmi a vivere con una piccola donazione, anche un solo euro farà la differenza

 

LA VERITA’ SULLA STRAGE DI CEFALONIA

 

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Sopra padre e figlio. Tragicamente il più giovane è il padre, maggiore del genio della Divisione Acqui, Federico Filippini, fucilato dai tedeschi il 25 settembre del 1943 a Cefalonia.
Non ci vuole molta fantasia per immaginare che cosa ha provato Federico nella lunga attesa che venisse il suo turno per essere ammazzato, sapendo che non avrebbe più rivisto la sua famiglia, sua moglie ed un figlio di sette anni. Non credo proprio che pensasse a se stesso davanti alle canne dei fucili tedeschi.
L’altro personaggio più attempato è Massimo Filippini, quel bambino di sette anni che ha vissuto dedicando tutto il tempo necessario a sfrondare l’intricata foresta della storia e trovare la verità in quella siepe di spine che è sempre stata la cosiddetta “strage di Cefalonia”.

Massimo Filippini sta per pubblicare la seconda edizione del suo libro “La tragedia di Cefalonia”
Lo abbiamo contattato, vivamente interessati per le novità che abbiamo letto sul suo sito e nei suoi interventi, ci ha risposto:
“Caro Toia, Le sono molto grato per l’attenzione riservatami e leggerò con grande attenzione quel che Ella scriverà anche perchè la verità in questo strano paese è una merce rara che siamo in pochi a vendere”
Massimo Filippini

Ma chi è Massimo Filippini? Sentiamolo da lui stesso:
“Roma,
Massimo Filippini, classe1936, avvocato di professione, storico per passione, anzi, per ‘interesse personale’. “Già tenente colonnello dell’Aeronautica Militare, – dopo essermi congedato ho intrapreso la professione forense per esercitare la quale possedevo i titoli già prima di entrare nell’Aeronautica Militare, continuando peraltro gli studi e le ricerche in campo storico dovuti non solo alla mia innata passione per la materia ma anche e soprattutto al fatto che a sette anni rimasi orfano di mio Padre, maggiore del genio Federico Filippini fucilato dai tedeschi a Cefalonia il 25.9.1943. Attualmente – data anche la mia non più verde età – la ricerca storica su Cefalonia e le conseguenti polemiche di cui parlerò, assorbono gran parte del mio tempo, ma va bene così:i miei contestatori devono sapere che non mi fermerò fino a quando non sarà fatta piena luce sulle mistificazioni dette e scritte sulla strage di Cefalonia. E’ un impegno morale che ho con mio Padre e con quanti vennero fatti inutilmente morire”.

a sinistra la prima edizione del libro la Tragedia di Cefalonia di Massimo Filippini, sta per essere pubblicata la seconda edizione con delle incredibili novità e conferme

LE MIE CONSIDERAZIONI
Ogni volta che infilo una mano nel secchio della storia ho la sensazione di infilarla in un secchio di escrementi.
Non faccio altro che scoprire menzogne.
Tutta la nostra realtà odierna, e la maggior parte dei credo della sinistra si basano su un mucchio di bugie costruite su misura da chi voleva esportare il Soviet in Italia e da chi quando non poteva nascondersi dietro le menzogne fingeva di dimenticare.
Le Foibe, i 40 milioni di russi uccisi da Stalin per i suoi interessi; Cefalonia, le stragi che in Polonia furono attribuite ai tedeschi e che invece risultarono effettuate dai russi, e migliaia di altre realtà storiche, sono state modificate, elaborate e/o cancellate.
L’esempio più lampante, che ancora oggi si continua a mentire, possiamo vederlo nel silenzio che circonda i 40 milioni di morti ormai più che accertati anche dai libri scolastici russi che ha sulla coscienza il regime stalinista. E dico stalinista perché definirlo comunista è un falso, infatti i veri comunisti Stalin li aveva già eliminati TUTTI entro il 1939.
Di questi 40 milioni, deportati, trucidati, lasciati morire di fame e di inedia nei Gulag nei modi più crudeli ed inumani, nessuno parla mai. Niente film, niente dibattiti in televisione, pochi e rarissimi libri di storia, nessuno scritto da italiani.
Per cinquant’anni anche sui fatti di Cefalonia c’è stato il silenzio. Ma la storia si sa è come una pentola a pressione e nonostante si tenti di tener chiuso il coperchio, prima o poi salta, specie se non si provvede ad aprire la valvola di sfogo.
Ebbene, i media dopo cinquant’anni di silenzio ci presentarono “La strage di Cefalonia” così :
9000 morti fra gli uomini della truppa e 406 ufficiali, di cui 3000 caduti nell’affondamento di tre navi “tedesche” che cariche di deportati sarebbero affondate urtando delle mine, posizionate dagli stessi italiani.
Il resoconto degli storici continuava evidenziando che la maggior parte degli italiani ufficiali e soldati, circa 5000 sarebbero stati massacrati dal primo reggimento di montagna austriaco, gli Edelweiss, che avrebbero fucilato in massa oltre 4500 militari di truppa ammucchiati in fosse comuni e quasi tutti gli ufficiali, nell’orto della famosa “casa rossa”.
Paradossalmente è quest’ultima, l’unica verità di quanto ci hanno detto e scritto e di quanto ci è stato riportato dai media anche attraverso un paio di pellicole cinematografiche, tutto il resto è falso.
Infatti dalle ricerche storiche di Filippini risulta che i fucilati dopo la resa furono 300-350 per la maggior parte ufficiali, e quella che è sempre stata definita una strage diventa pertanto “solo” una vile rappresaglia dei tedeschi, ma fatta perché e a che scopo?
Perché li avevamo traditi l’8 settembre 1943? Certamente si, ma la rappresaglia contro gli ufficiali avvenne, come ci illustra sempre Filippini, per reazione contro la nostra aggressione immotivata con colpi di artiglieria in direzione di due chiatte tedesche proprio quando il famoso generale Gandin, comandante in capo della divisione Acqui, intendeva trattare la resa con i tedeschi.
Gandin sapeva perfettamente due cose:
– resistere ai tedeschi (come specificavano i criminali ordini ricevuti) senza alcun appoggio dagli italiani del Sud o dai nuovi “alleati”, avrebbe significato la fine della Acqui; inoltre, fattore di enorme importanza, il governo di Badoglio non aveva dichiarato ufficialmente guerra alla Germania, pertanto i militari della Acqui sarebbero stati considerati banditi ed irregolari a tutti gli effetti dai tedeschi, quindi fuori dalle convenzioni: fucilabili sommariamente.
Ma chi diede ordine agli artiglieri di sparare ai tedeschi? Ci spiega Filippini che tutto partì da due ufficiali italiani insubordinati.
Un certo Tenente Apollonio e un certo Capitano Pampaloni, il secondo, dichiaratamente marxista, successivamente fuggirà dall’ospedale dove era ricoverato in seguito ad una ferita infertagli dai tedeschi, aggregandosi ai partigiani comunisti greci, considerati dagli stessi greci dei criminali.
Il primo invece, insieme ad un migliaio di artiglieri della Acqui, dopo la rappresaglia,  collaborò con i tedeschi per circa un anno, fino a quando se ne andarono dall’isola nel 1944.
E’ bene ricordare che ogni puntualizzazione in questo articolo viene dalle ricerche che Massimo Filippini ha portato avanti per anni, guadagnandosi l’antipatia di tutti quelli che avrebbero voluto stendere un pesante velo nei confronti dei fatti di Cefalonia.
E’ evidente che in seno alla Acqui c’erano diverse e precise volontà. Il generale Gandin insieme alla maggior parte degli ufficiali, aveva valutato come assurda e criminale, la coppia di ordini giunta dal comando del Sud, ben sapendo che non sarebbero mai arrivati soccorsi.
Ma fra le fila della Acqui c’era chi non era d’accordo di tradire gli ex camerati tedeschi.
Fu proprio questa onda sommersa che venne sfruttata dall’Apollonio e dal Pampaloni per generare con una immotivata aggressione l’ira dei tedeschi che dette il via alla ben nota battaglia ed alla successiva resa.
In seguito all’aggressione degli artiglieri nei confronti dei tedeschi, Gandin si trovò suo malgrado a realizzare il concetto degli ordini che gli erano giunti dal governo del Sud.
Ma i due ufficiali, che sarebbero stati da fucilare secondo la disciplina in tempo di guerra, avevano anche loro interessi diversi.
Apollonio voleva continuare la guerra con i tedeschi e lo fece restando al loro fianco ed operando numerose operazioni militari di rastrellamento nell’isola insieme al migliaio di artiglieri della Acqui che lo seguirono.
Pampaloni voleva invece arrecare il massimo danno possibile sia ai tedeschi che ai monarchici come Gandin e il suo stato maggiore.
Scelte che portarono ad una morte terribile quasi tutti gli ufficiali della Acqui.
E’ evidente che dopo la resa, ottenuta con il bombardamento di precisione degli Stukas (Yunker 87), i tedeschi offrirono alla truppa contro la quale non avevano nulla o quasi, la possibilità di scegliere fra la prigionia e la collaborazione. Mille di loro scelsero di collaborare e su questa scelta non ci sentiamo di commentare né in senso positivo né negativo.
Bisognava essere sul posto in quei momenti per comprendere, gli altri scelsero di essere fatti prigionieri e deportati in Germania, ma nessuno di loro poteva immaginare che cosa li attendeva là giunti.
La vera questione che rende immorale il comportamento di Apollonio è che non solo collaborò per un anno con i tedeschi che avevano giustiziato i suoi colleghi grazie al suo operato, ma quando i suoi alleati tedeschi lasciarono l’isola decise che in qualche modo dovevano presentarsi in Italia con l’alone degli antinazisti, dimostrando un opportunismo veramente degno della prima e della seconda Repubblica.
Secondo le ricerche di Filippini, inventarono di sana pianta “I banditi della Acqui”, un fantomatico reparto che avrebbe operato contro i tedeschi asserragliandosi nelle montagne di Cefalonia. La verità è che nelle montagne di Cefalonia non c’era nessuno.
Una versione, questa, che per oltre cinquant’anni è rimasta in silenzio e successivamente è stata propinata al popolo italiano come una supposta salutare, al punto che l’ex tenente Apollonio cercò anche di farsi decorare con la medaglia d’oro della resistenza.
Medaglia che gli venne rifiutata dalle Forze Armate Italiane, che ben conoscevano i veri precedenti di Apollonio, pur avendo archiviato tutta la pratica nel famoso armadio della vergogna.
Grazie alle ricerche storiche portate avanti da Massimo Filippini oggi sappiamo che: – non è vero che la Acqui decise con un plebiscito di resistere ai tedeschi, fu costretta a farlo, cioè ad eseguire degli ordini criminali, a seguito dell’aggressione ai tedeschi decisa e compiuta da Apollonio e Pampaloni, senza consultare il comando
– non è vero che gli Edelweiss trucidarono 5000 fra militari di truppa ed ufficiali
– i fucilati furono quasi esclusivamente gli ufficiali 350 circa e per rappresaglia
– non è vero che i morti furono complesivamente 9-10 mila. Furono solo poco più di mille i caduti in combattimento, oltre agli ufficiali fucilati
– non è vero che 3000 militari di truppa morirono nell’affondamento delle navi requisite dai tedeschi, furono solo circa 1300 i caduti della Acqui i quella occasione
– è vero che il tenete Apollonio e circa mille artiglieri della Acqui servirono i tedeschi fino alla loro partenza dall’isola nel 1944, indossando sulla divisa italiana i caratteristici bracciali forniti dai tedeschi in luogo di uniformi che non c’erano
– non è vero che sulle montagne di Cefalonia operarono i “Banditi di Cefalonia”
– non è vero che Cefalonia fu un fulgido esempio da ascrivere alla guerra della resistenza italiana
– e vero che il padre di Massimo Filippini sarebbe probabilmente uscito vivo da Cefalonia se il tradimento di due ufficiali non avesse provocato l’ira dei tedeschi.
Alla luce di tutto quanto sopra ci sorge anche un altro dubbio.
Da testimonianze lette precedentemente ci è parso di capire che gli Edelweiss giunsero sull’isola con la precisa intenzione di dare una lezione agli italiani traditori.
Ed è anche evidente che i tedeschi ritenessero gli ufficiali responsabili del tradimento, molto più dei militari di truppa. Era però necessaria una motivazione suppletiva per trucidarli tutti, compreso il generale Gandin da sempre fedele alleato e decorato con la croce di ferro tedesca.
Ed eccola fornita su un piatto d’argento dal tenete Apollonio, poi collaboratore dei tedeschi e successivamente eroe della “resistenza” una casualità o un piano gestito attraverso un uomo dell’intelligence delle SS in contatto con Apollonio?
E’ chiaro che questo ultimo fu un vero camaleonte che grazie alle sue capacità mimetiche sopravvisse a tutto e a tutti, trasformando una vicenda umana ed infame in un suo successo personale.
Diventare orfani a sette anni non è facile e va detto che come tutti noi anche Massimo Filippini inizialmente aveva creduto vera la ricostruzione fatta dagli storici e riportata da Pampaloni e Apollonio, ambedue rientrati vivi, vegeti e in pompamagna.
Ma con l’intuito degli storici veri, il nostro Tenente Colonnello dell’aviazione, nonché avvocato, capì che qualcosa non andava e cominciò ad indagare e man mano che la verità veniva a galla si accorse che era una verità non gradita.
Oggi sta per giungere in edicola la seconda edizione del suo libro “La tragedia di Cefalonia”.
Oltre a tutto quanto di nuovo e stato scoperto dal figlio del Maggiore del Genio Federico Filippini, troverete anche l’elenco dei caduti di Cefalonia, nome per nome.
Un libro che chiuderà per sempre la bocca di coloro che mentono, poiché per dimostrare la verità ci sono sempre delle prove, mentre per la menzogna non si trova nulla, se non la parola di personaggi dal comportamento estremamente… discutibile.
Un comportamento che non può nemmeno per un istante essere confuso con quello degli eroici ragazzi della divisione Decima e del loro comandante Junio Valerio Borghese, che rimasero al fianco dei tedeschi ma non smentirono mai questa loro scelta subendone tutte le conseguenze. Anni di carcere, fucilazioni, omicidi e stupri, isolamento politico.
Nel nuovo libro troverete tutte le prove su quanto ho scritto in questo articolo ed anche i documenti originali che il tenente Apollonio ha fatto sottoscrivere ai suoi sott’ufficiali, per far credere che pur collaborando con i tedeschi a Cefalonia non si è mai macchiato di crimini di guerra;
dimenticando che il primo crimine, forse il più grosso della sua carriera, lo commise accettando l’ordine di Pampaloni, suo superiore diretto; quello di cannoneggiare le imbarcazioni tedesche che si avvicinavano all’isola.
Nessuno meglio di lui sapeva che quell’ordine l’avevano deciso insieme.

Il direttore

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NOTA DELL’AUTORE DEL LIBRO
ROMA, 20 OTT. Sull’aspetto giuridico della vicenda di Cefalonia si sono sparse, ultimamente, una serie di inesattezze – molte delle quali artatamente costruite – per additare a quella parte dell’opinione pubblica che, sempre più disorientata, segue la questione, un’inerzia a tratti ‘dolosa’ della Procura Militare di Roma nel perseguire i pochi militari tedeschi ancora in vita indicati come ‘responsabili’ di una strage – quella di Cefalonia- quantificata in un numero variabile’ dai 5000 ai 9000 militari italiani.
Ho scritto ‘variabile’ perché ormai è risaputo o almeno dovrebbe esserlo ai più, che le vittime di Cefalonia -per tali intendendosi quelle fucilate DOPO LA RESA del giorno 22 settembre ’43 e non quelle CADUTE IN COMBATTIMENTO dal 15 al 22- furono un numero esiguo (non più di 300 – 350), avendo solo gli Ufficiali – considerati responsabili del comportamento ‘ribelle’ dei loro sottoposti- pagato con la vita l’Ordine infame del governo Badoglio di combattere contro i tedeschi e non anche la Truppa di cui solo alcuni elementi – purtroppo – incapparono nella crudele rappresaglia, come i 17 marinai che dopo aver trasportato le salme dei fucilati fino al mare per gettarcele, furono poi fucilati dai tedeschi per impedir loro di parlare.
In ogni caso la barbarie tedesca rimane immutata ma la sua portata addirittura ciclopica –come si è affermato- ed il conseguente Mito basato proprio su tali macroscopiche dimensioni della vicenda devono essere, pertanto, ridimensionati anche perché ciò stride fortemente con altre stragi naziste ancor più gravi avvenute nello stesso periodo e di cui s’è persa la memoria concentratatasi – per motivi polico-ideologici – solo su quanto avvenne a Cefalonia.
Ma tant’è: su Cefalonia se ne sono inventate tante elevandola e addirittura sfidando il ridicolo di farlo ad oltre 60 anni di distanza, a “primo episodio” della Resistenza al punto che tutto il resto è passato in secondo piano perchè così ha voluto la ‘casta degli intoccabili che fino a ieri ha fatto il bello e il cattivo tempo in campo storico-culturale, blindando la memoria storica in una gabbia di menzogne e di falsità incredibili di cui, per giunta si sono eretti a inflessibili custodi ben meritando la qualifica di “gendarmi della memoria” con cui Pansa li ha bollati.
Oggi però il bel gioco (per loro) è finito e ai ‘gendarmi’ di Cefalonia non resta che fare marcia indietro pena il sentirsi appioppare, in caso contrario, la taccia di MENTITORI in campo storico e di SOMARI in quello giuridico.

Massimo Filippini

https://www.youtube.com/watch?v=NDR4Zp5r4mk