UN PO’ DI VERA STORIA IN RICORDO DI ALEXANDER ISAEVICH SOLGENITSIN

 

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II 3 agosto 2008, in povertà e dimenticato, muore Alexander Isaevich Solgenitsin.
Come tutti i grandi uomini che hanno calpestato le strade del mondo non ha avuto il tornaconto della sua notorietà, anzi, in Italia, in questa Italia finto comunista e fintosocialista, Alexander era visto con un certo “dubbio di fondo”.

Qualcuno si è certamente chiesto: ma non è che era al soldo della CIA per sputtanare il comunismo?
Altri hanno sicuramente pensato che fosse uno strumento al servizio della chiesa, della destra italiana, pochi si sono resi conto che il muro di Berlino è il cosiddetto “socialismo reale” è caduto grazie anche e, soprattutto, a lui Alexander Isaevich Solgenitsin.
Quando Alexander è morto io non potevo scrivere su www.marescoop.com, perché avevo guadagnato solo 675 euro per vivere un mese, gli altri soldi se li erano fregati i “signori” dell’Italia del Sud che sono venuti ad “incassare” i debiti che la nostra ditta, selezionata con “accuratezza” ed appaltata dall’ACAM di La Spezia aveva, “dovuto” consegnare agli stessi.
A tutti questi “gentiluomini” che fanno lavorare italiani e migranti a meno di 1000 euro mensili per pulire la “merda” che finti comunisti, finti socialisti, finti ecologisti e finti pacifisti con la erre moscia, gettano per le strade con indifferenza la rumenta che producono, dedico questo lungo articolo. Possa il loro satellitare portarli direttamente all’inferno!
Detto questo, torniamo al povero Alexander, povero perché vissuto in una URSS in un periodo allucinante, che viene costantemente ignorato dai mass media nazionali, per la maggioranza asserviti ai finti socialcomunisti (quelli veri vengono tenuti, come sempre, lontani dai posti di potere). Poche sere fa per l’ennesima volta, Rai 3 trasmetteva un documetario sul nazzifascismo, sui crimini contro gli ebrei eccetera.
Sono cinquant’anni che assisto a questi documentari in Italia, poi devo sentire le parole del Presidente della Repubblica che continua ad osannare la “resistenza” dicendo che i militari di Salò combattevano dalla parte sbagliata! Povero signor presidente, cieco e sordo e molto distratto, ma chi era dalla parte giusta? Quelli che fingevano di ignorare non solo le stragi dei tedeschi ma l’immenso massacro perpetuato dall’alleato russo? Erano dalla parte giusta quelli che reggevano il lembo del mantello al più grande MOSTRO che la storia abbia mai prodotto? Era dalla parte giusta Palmiro Togliatti che sottomesso dal Mostro aveva dimenticato 200 suoi “compagni” nei campi di sterminio dei finti bolscevichi? Indubbiamente una cosa Togliatti l’aveva capita molto bene. La sua vita come quella di tutti i dirigenti comunisti del mondo era appesa ad un filo. Al primo dubbio di Stalin, alla prima mezza parola di troppo anche lui avrebbe seguito tutti gli altri nella fossa e poco c’è mancato.
Il terrore incastonato nel territorio dell’URSS aveva mani lunghissime ed ha dimostrato di poter colpire chiunque e dovunque.
Sono certo che nessuno di coloro che sta leggendo è in grado di dare il giusto volto a quel terrore, si può comprenderlo solo leggendo attentamente il libri di cui parleremo, ma in questo mondo dove il tempo non c’è più, non sarà facile per nessuno. Quasi casualmente mi ritrovo fra le mani un libro, anzi un libretto, sottile sottile, forse stampato in un sottoscala, firmato da un certo Victor Serge, uno pseudonimo che nasconde il nome vero di uno dei padri della rivoluzione nazionalsocialista russa del 1917 che è Viktor Napoleon L’vovic Kibal’cic.


questo era il logo del NKVD, a questi uomini devono essere ascritti milioni di morti e di sofferenze inaudite.

In quel libro Victor Serge descrive un ritratto di “Stalin” pseudonimo di Josif Vissarionivic Dzugasvili. Ne esce una figura mostruosa, impensabile, incredibile. Innanzi a Stalin, Hitler diventa un dilettante della mostruosità.
I Nazisti hanno infatti sterminato ebrei e minoranze etniche per soli tre-quattro anni, riuscendo ad uccidere dai sei ai dieci milioni di persone. Stalin in quasi trent’anni ha eliminato, cancellato, annientato fra i quaranta e i cinquanta milioni di esseri umani per la maggior parte innocenti ed inconsapevoli.
Fra quei 40-50 milioni c’erano anche tutti e sottolineo TUTTI i comunisti russi, tutti i menscevichi (l’equivalente dei nostri socialisti) e i bolscevichi che sono vissuti in URSS. In realtà nel 1939, grazie a Stalin il comunismo non esisteva più. Qualunque cosa fosse quello che c’era a quel punto della storia era una “cosa” e non era più comunismo. Questa è la prima riflessione che i pochi veri socialisti e comunisti italiani DEVONO fare.
Che cosa, noi nati dopo il 1940 abbiamo conosciuto? Qualcosa che non aveva nulla a che fare con la rivoluzione del 1917, pu derivandone.
Successivamente mi è venuto casualmente fra le mani un libro, anzi un librone di un certo Robert Conquest, uno storico inglese nato a Malvern nel 1917 che ha passato la sua vita a ricostruire la storia dell’URSS ed in particolare i trent’anni di terrore del periodo staliniano e successivo. La prima cosa che mi colpisce è che cio che ha scritto Victor Serge prima del 1940 collima perfettamente con quanto recuperato attraverso la ricerca storica da Conquest. Il libro per chi vorrà leggerlo è: Il Grande Terrore di Robert Conquest, edito dalla BUR, RCS Libri Spa di Milano. Leggerlo è stata una impresa di pazienza. I nomi sono migliaia e tutti russi, nomi che nella maggior parte dei casi mi dicevano poco o nulla.
Persone, nella maggioranza dei casi completamente sconosciute in occidente. Rappresentanti di partito, personalità politiche, generali dell’armata rossa, colleghi di Stalin, ex suoi uomini e boia, scrittori, cantanti, poeti, ballerini, dirigenti della NKVD (Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del – Commissariato del Popolo degli Affari Interni), tutti sterminati. Insieme a loro decine di milioni di cittadini delle Repubbliche Sovietiche sterminati senza aver commesso nulla e che a differanza di quelli citati in precedenza, vennero tutti eliminati senza alcun processo. Victor Serge, afferma che al termine della operazione di statalizzazione dei contadini ucraini, dei 27 milioni di famiglie ne erano rimaste solo 22 milioni. Cinque milioni di famiglie contadine dell’Ucraina erano scomparse. Considerando quattro persone a famiglia si arriva a 20 milioni di persone, stime più accurate parlano di 22 milioni di scomparsi. Ingoiati dal gelo siberiano e stiamo parlndo solo dell’Ucraina. Va detto che per ordine di Stalin si poteva essere fucilati solo dall’età di 14 anni in su, conseguentemente, molti bambini morirono di fame ed inedia mentre altri furono raggruppati all’interno di istituzioni che li trasformarono nella futura carne da macello della seconda guerra mondiale.
Dei diecimila soldati della ex armata rossa che sbarcarono a Stalingrado se ne salvarono solo 260 circa, che furono reimpiegati in altre campagne.
Tutti gli eroi della ex armata rossa furono comunque eliminati da Stalin, prima e dopo la guerra. Perché dico ex Armta Rossa? Perché la stessa fu creata da Trotsky ed annientata da Stalin, negli anni precedenti la guerra. In molti sanno che all’inizio della seconda guerra mondiale i soldati russi non avevano più ne generali ne ufficiali validi e con esperienza.
Tutti i licenziati dalle accademie militari russe erano stati eliminati. Salvo casi sporadici ed inspiegabilmete anomali, non c’era più nell’armata Rossa qualcuno a conosceza delle strategie militari. I tedeschi fecero infatti strage di tutti quegli sprovveduti e terrorizzati, che correvano senza armi (uno aveva il fucile e l’altro cinque pallottole da impiegare nel fucile del compagno quando veniva abbattuto). I tedeschi sapevano che i soldati russi non potevano retrocedere, se lo facevano venivano falciati dalle mitragliatrici russe messe in postazione per loro. L’unica speranza era quella di vincere o essere feriti e raccolti dalla popolazione locale. L’alternativa era la morte, o per mano del nemico e del fuoco “amico”.
Leggere quel libro di Conquest, è una sorta di esperienza allucinante.
In esso vengono narrate le torture alle quali vennero sottoposti i membri del partito che per ordine di Stalin erano ritenuti in disgrazia. Costole rotte, denti fracassati, dita dei piedi mozzate, giorni e settimane senza dormire sempre in piedi, fino a confessare tutto, a quel punto qualunque cosa gli veniva chiesta.
Dirigenti politici colpevoli di aver fatto solo ciò che Stalin gli chiedeva, si dichiararono spie giapponesi, tedesche, cospiratori, trotzkisti, assassini, colpevoli dell’omicido di Kirov, congiurati. Ci fu chi ammise addirittura di aver fatto mettere chiodi nel burro per danneggiare gli operai delle acciaierie.
I dirigenti delle industrie venivano messi innanzi ad obiettivi irraggiungibili, successivamente destituiti ed ammazzati negli scantinati di luoghi divenuti famosi come la Lubjanka, per essere sostituiti da altri che DOVEVANO mentire fin dall’inizio per cercare di vivere il più a lungo possibile, per poi essere destituiti e sparati anche loro nel cervello. Notevole la scoperta fatta in molte fosse comuni che contenevano oltre cinquantamila cadaveri, di teschi con più di un buco di proiettile. Tale notazione ha portato gli esperti anche attraverso le poche testimonianze, che per evitare di sporcare troppo il pavimento, il “condannato” veniva fatto inginocchiare su un telo impermeabile e poi gli si sparava in testa con una pistola calibro 22.
Il piccolo proiettile produceva poche schegge e poca dispersione di sangue, a differenza di un letale calibro 9 mm. Questo però significava che molti dei condannati non morivano dopo il primo colpo, così il boia dell’NKVD doveva spararne un secondo, un terzo. Nei casi peggiori vennero trovati addirittura cinque buchi.
Qualcuno di voi riesce ad immaginarsi che cosa vuol dire continuare a vivere con tre buchi nel cervello ed attendere un quarto o un quinto colpo sperando di morire? Spero di si perché io non ci riesco.
Intanto la gente comune, stipata in numero di oltre duecento, dentro celle pensate per venti, moriva in piedi. I nuovi arrivati venivano istruiti dai “veterani” per evitare la tortura.
Ogni carcere aveva le sue esigenza in uno dovevi dire che eri un Trotzkista, nell’altro una spia ed un controrivoluzionario eccetera.
Ammettere tutto subito, significava evitare la tortura e andare incontro alla morte per fucilazione o per denutrizione senza ulteriori sofferenze aggiuntive. Tutti si chiedevano una sola cosa “PERCHE’?”
Nessuno poteva conoscere la risposta, nemmeno gli stessi boia che in seguito vennero eliminati nello stesso modo. La durata massima della vita dei deportati era di circa due anni, ma molti morivano addirittura nel trasferimento verso i campi di lavoro.
Le razioni di cibo erano minime, chi non poteva più lavorare veniva lasciato morire d’inedia e denutrizione. Tanto non era certo la manodopera che mancava.
Insigni economisti cercarono di capire se ci fosse stato almeno un vantaggio economico, ma la matematica smentì sempre un simile meccanismo ed i risultati dissero che se fossero stati utilizzati lavoratori volontari, pagati e nutriti, le opere realizzate alla fine sarebbero costate meno.
In realtà non ci fu mai una strategia dietro il terrore, era solo TERRORE e basta. Victor Serge ben descrisse i dirigenti del Politburo che come automi circondati da una luce azzurrognola, applaudivano come automi ai discorsi di Stalin.
La loro stanchezza psicologica era pari alla loro disperazione ed al loro terrore. Quegli uomini già morti prima di morire erano stanchi per aver fatto una rivoluzione, consapevoli che bisognava ricominciare tutto da capo, consapevoli che non ne avevano più la forza, consapevoli che una mattina o l’altra avrebbero dovuto scomparire anche loro nei corridoi oscuri dello sterminio, infine grottescamente consapevoli che non c’era nulla che potevano dire o fare per salvarsi. Solo il mimetismo, l’amalgama di facce e corpi tutti eguali, di mani che applaudivano allo stesso tempo, di espressioni totalmente neutre, poteva garantire loro la sopravvivenza, che a quel punto era affidata al destino. Un colpo di mano fuori tempo, una occhiata diversa, un commento sussurrato poteva significare la morte dopo inenarrabili torture per ottenere una confessione totale.
Chiunque e dovunque poteva essere arrestato, torturato e sterminato
Il meccanismo delatorio era il seguente: un uomo qualunque all’oscuro di tutta la politica veniva arrestato (poiché se non arrestavi eri considerato complice dei controrivoluzionari) e doveva denunciare come minimo quattro o cinque suoi conoscenti che aveva individuato come controrivoluzionari, sabotatori o spie. Si poteva quindi essere denunciati da chiunque e senza alcun motivo. L’arresto avveniva sempre nelle prime ore del mattino; fra le quattro e le cinque si presentavano alcuni uomini della NKVD che bussavano alla porta.
Nessuno sapeva perché veniva arrestato, nemmeno quelli che lo arrestavano. Successivamente anche la moglie i figli ed i parenti venivano arrestati ed inviati nei campi di lavoro dove scomparivano.
I libri di testo autorizzati in Russia parlano oggi di circa 40 milioni di morti, ma si sa bene che il numero vero, probabilmente è molto più vicino ai 50 milioni e non sarà mai conosciuto fino in fondo.
La purga generale rallentò solo intorno al 1938, quando per via della progressione matematica si era giunti alla paralisi totale di tutte le strutture. In pratica prigioni e lagher non erano più in grado di contenere i prigionieri e nemmeno lo sterminio di massa poteva arginare gli effetti della progressione.
Anche Stalin fu costretto a far rallentare la macchina del terrore. Ma a quel punto aveva ottenuto il risultato voluto. Aveva annientato la Russia e le repubbliche sovietiche, aveva sterminato tutti i vecchi compagni di partito, i boia della prima e della seconda ora ed anche della terza generazione.
In molti casi montagne di morti non potevano essere sepelliti causa la terra gelata e durissima. Vennero allora create vere e proprie colline di morti sulle quali venne distesa la terra con i bulldozer.
Certi campi di sterminio vennero annientati da uomini della NKVD e furono uccisi tutti: prigionieri e guardiani. Quel libro fa venire i capelli bianchi, molti saranno sicuramente incapaci di credere a quello che leggeranno. Le atrocità che furono commesse in URSS nei settanta anni di dominio di “quella cosa” ed in particolare nel trentennio di Stalin, sono assurde e vanno al di là di ciò che un uomo è disposto ad immaginare.
I nazisti uccidevano solo i loro nemici civili o militari che fossero, e conducevano atroci esperimenti sulle loro vittime anche al fine di scoprire rimedi per la medicina, non a caso la moderna iridologia e non solo quella, deriva dalle loro atrocità ed esperienze nei campi di sterminio, piaccia o non piaccia.
In URSS nulla veniva fatto con quello scopo e lo sterminio di massa fu il solo un modo di garantire il dominio di un uomo su un immenso paese: Josif Vissarionivic Dzugasvili detto Stalin.
Un piccolo ed insignificante burocrate geniale solo nel suo metodo di seminare il terrore.
Lui capì che i primi da eliminare erano i suoi amici e collaboratori e tutti coloro che avevano contribuito alla rivoluzione bolscevica.
Completamente privo di qualunque sentimento umano (si suicidò anche l sua seconda moglie) Stalin ottenne ciò che voleva soggiogando l’intera Unione delle Repubbliche Sovietiche. in poco più di vent’anni annientò la Russia,la sua cultura, i suoi scrittori, pittori, poeti, attori, danzatori, giornalisti, nulla di loro è mai arrivato alle nostre orecchie. Noi non conosceremo mai il comunismo russo e quella filosofia che determinò rivoluzione detta di ottobre, per la semplice ragione che nessuno dei protagonisti è sopravvissuto allo sterminio.  Stalin, anche tramite Palmiro Togliatti e la famosa Passionaria, eliminò tutte le figure di spicco di sinistra della guerra civile spagnola, fregandosene altamente dei risultati deleteri che questo provocò.
Così mentre i “compagni” in Spagna combattevano contro i nazionalisti di Franco, Stalin tagliava loro le gambe, facendo uccidere da appositi gruppi di fuoco del Comintern i loro capi storici ed i loro generali, molti dei quali richiamati in Russia con scuse e false motivazioni, vennero arrestati sul treno prima di arrivare a Mosca scomparendo. Stesso destino toccò anche, naturalmente, a moglie e figli degli stessi. Nessun parente vivo, nessuno che piange, nessuno che cerca i cadaveri.
Non ho fatto volutamente dei nomi, per evitarvi il tedio che ciò avrebbe provocato. Ne citerò solo alcuni a titolo di esempio: …già nel 1936 la stampa sovietica (orchestrata da Stalin e dal suo capo boia del momento Ezov) parlava della necessità di eliminare il POUM (partito marxista eretico della Catalonia) equivalente dell’inglese ILP- cioè i socialisti rivoluzionari che si opponevano ai metodi comunisti…(omissis)…Mentre la sua 29° divisione combatteva contro Franco sul fronte aragonese, i russi annientarono il Poum…(omissis)…Hernandez racconta che la maggior parte dei dirigenti comunisti, benché agisse lealmente con le direttive del Comintern, rimase disgustata di tutta la faccenda. Il segretario generale José Diaz (che doveva in seguito buttarsi o essere buttato dalla finestra a Tiblisi), parlò di questa “morte spirituale” che gli era piombata addosso.
Togliatti e Dolores Ibarruri (la Passionaria – una comunista che non fu mai afflitta da scrupoli di coscienza) avevano mandato al comandante delle guardie d’assalto in Catalogna, l’ordine di arresto di tutta la direzione del POUM. 
Andresog Nin, segretario politico del POUM, già segretario del sindacato internazionale rosso di Mosca, venne arrestato, portato a El Pardo e sottoposto ad una indagine di stile sovietico. Morì sotto tortura senza confessare alcunché.   A “El Campesino” famoso generale dell’esercito repubblicano spagnolo, venne detto che fu immediatamente sotterrato.
Successivamente, anche El Campesino venne richiamato a Mosca con false motivazioni, poi arrestato ed internato nei campi di sterminio in Siberia.
Tutti quegli uomini valorosi avevano in comune una sola cosa la possibilità remota di poter simpatizzare per Trotzky. In realtà nessuno di loro fu mai trotzkista. Ma con Stalin bastava un pelo fuori posto…
Colui che ancora oggi viene definito “padre della Patria”, il MOSTRO che ha trovato posto in fotografia dietro migliaia di scrivanie e banchi di lavoro delle fabbriche italiane, detto Baffone, riuscì con questo terrore a restare al potere incontrastato dal 1925, fino al 5 marzo 1953.
Il prezzo fu di oltre 40 milioni di vite e di un terrore disumano che continuò ad esistere per molti anni anche dopo la sua morte. Le iene inumane portate al potere da Stalin continuarono ad operare fino a quando Nikita Chruscev nel XXII congresso del PCUS, cominciò a fare luce sul vero passato dell’Unione Sovietica.

Nel 1956 tre anni dopo la morte di Stalin, Palmiro Togliatti trovò il coraggio di scrivere: Prima tutto quello che era bene veniva attribuito alle qualità, positive, sovrumane di un unico uomo: adesso tutto ciò che è male viene attribuito ai suoi difetti, ugualmente eccezionali e persino sorprendenti.
In un caso come nell’altro noi siamo al di fuori del criterio di giudizio intrinseco al marximo. Si evadono i veri problemi, e cioè perché ed i che modo la società sovietica potrebbe raggiungere e ha raggiunto forme estranee al sistema democratico e alla legalità che si è fissata da sé, anche arrivando alla degenerazione.

Ecco mi domando come lo sterminio di milioni di persone innocenti, fra cui donne, vecchi, ragazzi e ragazze, che avevano come unica colpa quella di esistere, si possa definire “una forma estranea al sistema democratico…”

Le mie conclusioni
Navigando in internet, si può ancora apprezzare quanto la figura di Stalin sia valutata e rivalutata dai nostalgici.
Nel nostro Paese questo immane macello che non risponde ad alcuna logica se non alla volontà di un mostro afflitto da un enorme complesso di mediocrità viene sottaciuto.
Da mezzo secolo si sbandierano le immagini del nazismo, tanto è, che nessuno sano di mente si sentirebbe di camminare per le strade con una bandiera nazista, poiché simbolo del male dello sterminio di milioni di ebrei; si passeggia invece allegramente con le bandiere del PCUS, con quella falce e martello che è imputabile della più colossale strage senza senso della storia, dove crudeltà e spietatezza fanno impallidire anche i feroci nazisti che diventano dei veri “dilettanti” dello sterminio.
Perché due pesi? Perché due misure la dove il peso maggiore dovrebbe invece essere attribuito agli assassini della NKVD ed al PCUS? Perché si ignorano le navi e i treni che hanno portato oltre venti milioni di poveri disgraziati a morire nel gelo della Siberia, non sono forse treni come quelli dei nazisti? Perché nessuno dice che sui treni dei nazisti si arrivava quasi sempre vivi a destinazione mentre sui treni comunisti la percentuale di morti “in piedi” era altissima. Morivano senza nemmeno poter cadere poiché erano stipati uno contro l’altro e compressi, senza cibo ne acqua.
Perché si tace sul fatto che nei lagher nazzisti si moriva “umanamente” nelle docce con una dose di gas, mentre nei lagher comunisti si moriva di inedia e di fame impiegandoci a volte anni ed anni fra atroci sofferenze, dimenticati da tutto il genere umano?
In quei campi esattamente come in quelli nazisti morì in realtà la specie Homo sapiens, noi siamo lenti ad accorgecene ma siamo già morti, poiché TUTTI colpevoli. Innanzi a Dio, alla natura ed alla storia.
In conclusione sono ben altre le idee che mi frullano nel cervello:
Perché, e come è stato possibile che nessuno nel mondo falsamente definito civile si sia accorto di qualcosa come l’intera popolazione italiana di qualche anno fa, che veniva mandata a morte?
Cui prodest ?
Ebbene se esaminate il XX secolo dall’alto e lo guardate nel suo insieme scoprite alcuni dettagli che dal basso non si notano.
Hitler e Mussolini ed in particolare Mussolini erano socialisti europeisti antiborghesi, e già nel 1936 in un discorso, il Duce aveva preconizzato l’importanza dell’Europa Unita, che Hitler nei suoi sogni abnormi vedeva sotto l’egida del III Reich.
In un periodo che va dal 1917 al 1939 circa, nacquero nel mondo più evoluto numerosi movimenti nazionalsocialisti che tendevano all’abolizione dei privilegi di una borghesia e di un impero bancario che stava sottomettendo l’umanità. Ebbene, escludendo Mussolini che possiamo considerare un caso a parte, al comando di quei movimenti nazional socialisti ed in particolare dei due maggiori, quello tedesco e quello russo, sono arrivati dei MOSTRI disumani e pazzi, che in comune hanno avuto tante cose ed una in particolare. Quella di sfuggire a tutti gli attentati contro la loro vita. Per uccidere Hitler è stato necessario mettere a ferro e fuoco il mondo, Stalin invece è invecchiato al potere continuando a sterminare; ma possibile che nessuno sia mai riuscito ad avvicinarsi a loro quanto bastava per sopprimerli? Chi era l’angelo custode di queste persone Satana o un Rabbino Americano?
Perché solo a due categorie essi hanno portato beneficio, ai diavoli ed al potere bancario mondiale. A quel capitalismo estremo che sta mostrando il suo vero volto in USA.
Servono centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani per tenere in piedi uno strapotere che sta annientando l’essere umano quanto e più di come fecero i due principali MOSTRI della storia.
JF Kennedy aveva capito le stesse cose che aveva compreso Benito Mussolini in merito al potere bancario ed alla enorme truffa partita nel 1640 dalla Banca d’Inghilterra con la realizzazione della carta moneta.
Quell’assurdo pezzetto di carta che ti viene affidato in luogo del tuo oro e che non è affatto sostitutivo in tutto e per tutto.
Pezzetti di carta che oggi sono solo più numeri su schermi di computer, dove miliardi di dollari ed euro vanno e vengono come portati dal vento.
Kennedi è morto sparato, Musolini sparato e appeso per i piedi, ma potrei compilare una lista che porta fino ai nostri giorni, dove per le stesse ragioni ci si suicida sotto i ponti con una corda.
Ogni volta che qualcuno si mette dalla parte della gente, contro il potere bancario, in gran parte gestito (non a caso) ahimé dagli imperturbabili ebrei americani e non, immancabilemente finisce male. Muore.
Possibile che sia cosi facile uccidere chiunque ad eccezione di Hitler e Stalin?
La verità è che quel nazionalsocialsmo che avrebbe portato il mondo e tutti noi ad una svolta, a causa di quei mostri non si può più neppure nominare.
Resta indomito ed apparentemente invincibile un solo sistema, quello capitalistico, che trasforma l’uomo in una marionetta ingabbiata dal suo stesso imbecille desiderio consumistico.
Qualcuno ha detto che il sistema vuole che i mutui non possano essere pagati poichè in tal modo si tiene il popolo nel pugno.
E già, tanto i soldi che mancano li mettono comunque quegli stessi che originano il problema non potendo pagare!
Così il cerchio si è chiuso, gli Stati Uniti d’America hanno, con questa operazione di salvataggio, raggiunto la “perfezione” del capitalismo.
Un sistema che si riproduce da se medesimo e si autorigenera, supportato da milioni di schiavi che, impalati sui loro mutui e debiti non possono che pagare i propri carnefici affinché continuino nella LORO agiata esistenza.
Uccideranno anche me? Può darsi ma state certi che morirò contento e non peserò sulla vostra coscienza.
Marcello Toja

per chi vuole approfondire ecco la bibliografia dei due personaggi citati nell’articolo:

Aleksandr Isaevic Solgenitsin nasce a Kislovodsk l’11 dicembre 1918, da una famiglia discretamente agiata. Morto il padre pochi mesi prima della sua nascita in un incidente di caccia, la madre si trasferisce col piccolo a Rostov-sul-Don. Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regime, i due si trovano nella miseria. Ciò non toglie che Aleksàndr continui gli studi e si laurei in matematica nel 1941. Nello stesso anno si arruola come volontario nell’Armata Rossa e viene inviato sul fronte occidentale. Riceve persino un’onorificenza.
Ma nel febbraio del 1945, a causa di una lettera (intercettata) in cui critica aspramente Stalin, viene arrestato, trasferito nella prigione moscovita della Lubjanka, condannato a otto anni di campo di concentramento e al confino a vita. Comincia il pellegrinaggio di Solgenitsin da un lager all’altro. Nel 1953, nel domicilio coatto di Kok-Terek, nel Kazakistan, gli è concesso di lavorare come insegnante. Nel frattempo raccoglie una quantità enorme di appunti sugli orrori dei campi, e ha meditato sulle ragioni intrinseche della vita dell’uomo e sul suo profondo valore morale.
Nel 1961 la rivista Novyj Mir pubblica “Una giornata di Ivan Denissovic”, il primo capolavoro assoluto dello scrittore. Il romanzo è un terribile atto di accusa contro i lager staliniani e contro tutti coloro che vogliono soffocare la libertà dell’uomo. Nel raccontare la giornata “tipo” del deportato (in questo caso, appunto, l’emblematico Ivan Denissovic), Solgenitsin dà una immagine realistica, anche se molto cruda, dei campi di concentramento siberiani, dove la vita di ogni uomo era quotidianamente messa in gioco e dove non era solo l’esistenza fisica ad essere prigioniera, ma sono anche i pensieri e i sentimenti ad essere condizionati. Con questo libro, destinato a grande fama, nasce di fatto il “caso” Solgenitsin. D’ora in poi le vicende che riguardano lui e le sue opere saranno strettamente legate.
Dopo altri due fondamentali romanzi (“Divisione Cancro” e “Arcipelago Gulag”), inizia la lotta dello scrittore contro il sistema. Insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1970, viene espulso dalla Russia nel 1974 e solo allora si reca a Stoccolma, dove pronuncia un memorabile discorso. In esso afferma di parlare non per sé stesso ma per i milioni di persone annientate nei tristemente celebri Gulag sovietici.
Con la seconda moglie, sposata nel 1973, e i tre figli da lei avuti, si stabilisce in America, per tornare infine in patria nel 1994 atterrando con l’aereo a Kolyma, simbolo dei lager staliniani, e far rientro a Mosca da Vladivostok in treno, attraversando tutta l’immensa landa russa.
Solo dopo il 2000, malgrado la diffidenza con cui i suoi connazionali hanno continuato a trattarlo, Alexander Solgenitsin si è riconciliato con il suo amato Paese, dal quale è stato a lungo perseguitato come dissidente, incontrando il presidente Vladimir Putin.
Il critico letterario Antonio D’Orrico ha scritto a lettere di fuoco parole definitive sullo scrittore russo e sul suo ruolo nel Novecento: “L’importanza (ma la parola è inadeguata) di Solzenicyn, non per la storia della letteratura ma per quella del mondo, è immensa. Spesso si dice, e con qualche ragione, che è stato Karol Wojtyla a far cadere il Muro di Berlino. Con molte ragioni in più va detto che è stato lo scrittore russo ad abbattere quasi da solo il socialismo reale e, addirittura, la filosofia da cui traeva ispirazione. Un’impresa titanica. Vi sarete chiesti in qualche momento della vostra vita a che serve la letteratura. Ecco, la letteratura in alcune occasioni può servire a questo, ad abbattere un regime, piegare un impero. E non è un’esagerazione. Basta pensare alla vita di Solzenicyn, prima ancora che leggere la sua opera, basta guardare i suoi libri, messi su un tavolo come i modelli per una natura morta, per capire quello che semplicemente è successo. Solzenicyn è una forza (come si dice in fisica ma anche nei film di fantascienza di Lucas). Ricordate il ragazzo di Tienanmen davanti al carro armato? Solzenicyn è un po’ come lui, con l’aggiunta che il carro armato l’ha smontato a mani nude (ci sono mani più nude di quelle di uno scrittore?). Però Solzenicyn non è conosciuto quanto dovrebbe essere conosciuto (in Italia specialmente)”. Un incentivo per leggere sempre più i testi di questo grande intellettuale.
Alexander Isaevich Solgenitsin, muore a causa di una insufficienza cardiaca all’età di 89 anni, la sera del 3 agosto 2008.

Victor Serge (Viktor Npoleon L’vovic Kibal’cic), giornalista e saggista, storico e romanziere, (Bruxelles 1890 – Città del Messico 1947) è una delle figure più affascinanti del movimento rivoluzionario della prima metà del Novecento.
Anarchico in gioventù, poi bolscevico, più tardi schierato con Trotzkij e deportato a Orenburg, tra i primi, ha denunciato nei suoi scritti gli orrori dello stalinismo. Tra i suoi libri più noti “Memorie di un rivoluzionario”, “L’anno primo della rivoluzione russa”, “E’ mezzanotte nel secolo”, “Il caso Tulaev”, “La città conquistata”.

Victor Serge
di Giorgio D’Amico
Victor Serge (Viktor L’vovic Kibal’cic) nasce a Bruxelles il 30 dicembre 1890 da genitori russi emigrati. L’infanzia trascorsa in un ambiente poverissimo segna indelebilmente la sua vita. Ricordando nelle sue memorie il fratello, Raoul-Albert, morto a nove anni di tubercolosi e di fame, Victor rende espliciti i motivi ispiratori e le caratteristiche stesse della sua lunga e travagliata militanza politica: l’avversione profonda verso ogni tipo di ingiustizia e di oppressione, il disprezzo per l’ipocrisia mascherata dei benpensanti, la profonda umana attrazione verso chi soffre. Privo di studi regolari, istruito dal padre che, “universitario povero”, disprezzava l’insegnamento borghese impartito alle classi popolari, il giovane Victor a quindici anni si allontana da casa impiegandosi prima come apprendista fotografo, poi come fattorino d’ufficio, disegnatore tecnico, operaio. Membro della Jeune Garde Socialiste, ne scopre presto il carattere opportunista e nel 1906 in occasione del congresso straordinario del Parti Ouvrier Belge rompe con la socialdemocrazia per formare il Groupe Révolutionnaire di Bruxelles di ispirazione libertaria. Trasferitosi in Francia, prima a Lille e poi a Parigi, con lo pseudonimo di Rétif collabora alla stampa anarchica ed entra in contatto con i teorici dell’azione diretta e illegale. Nel 1912, coinvolto marginalmente nel caso Bonnot, per il suo rifiuto di collaborare con la polizia viene condannato a cinque anni di prigione. Scarcerato, nel gennaio 1917 si rifugia in Spagna, dove con il nuovo nome di Victor Serge partecipa alla preparazione dell’insurrezione di Barcellona del 19 luglio, per iniziare poi, nell’estate, un lungo e drammatico viaggio verso la terra dei suoi genitori, quella Russia dove la rivoluzione proletaria è all’ordine del giorno. Rientrato clandestinamente in Francia, arrestato e internato nel campo di Précigné, nuovamente espulso agli inizi del 1919, Serge riesce finalmente dopo una lunga peregrinazione attraverso l’Europa a raggiungere Pietrogrado nell’aprile 1919. Dall’esperienza del carcere e dal fallimento dell’insurrezione barcellonese egli ha maturato la consapevolezza che la possibilità di raccogliere vittoriosamente la sfida della borghesia, di trasformare la guerra imperialista in rivoluzione proletaria richiede ben altri strumenti di quelli offerti dall’anarchismo. Proprio per questo, nonostante l’iniziale sconcerto provocato dal contrasto tra gli ideali libertari e la realtà di una crescente limitazione degli spazi della democrazia operaia che egli nota fin dal suo arrivo in Russia, decide di aderire al Partito comunista e di militare da bolscevico pur preservando intatto il proprio spirito critico:
Collaboratore dell’organo del Soviet di Pietrogrado, “Severnaja Kommuna”, Serge lavora alle dirette dipendenze di Zinoviev, presidente del Comitato esecutivo del Comintern, sviluppando un’enorme mole di lavoro e impegnandosi a fondo nei dibattiti in corso nel partito e nell’internazionale in una Pietrogrado affamata e misera, ma percorsa da una tensione febbricitante, quella “città conquistata”, protagonista del suo grande romanzo del 1931. La costituzione della Ceka e lo scatenamento del terrore non lo convincono, così come non nasconde di provare un’intima pietà per le vittime della repressione qualunque fosse la loro origine sociale, ma è altrettanto consapevole della tragicità dell’ora e che “non c’è mai stata rivoluzione senza terrore”. Il X Congresso del partito con il divieto delle frazioni e la tragedia di Kronstadt lo colpiscono profondamente, così come la definitiva liquidazione di ciò che resta del movimento anarchico e dei partiti sovietici. Grazie alle sue radici libertarie egli è lucidamente consapevole dei pericoli che il potere sovietico sta correndo, ma anche della necessità di scelte che apertamente confliggono con il “sogno”, così lo chiama, di quello Stato-Comune descritto da Lenin nelle pagine di “Stato e rivoluzione”.
La speranza è nella rivoluzione mondiale, nel proletariato di quell’Occidente che stenta a ritrovare una normalità borghese dopo la sanguinosa esperienza della guerra imperialistica. Nel 1921 il Comintern lo invia prima a Berlino a lavorare nella redazione di “Inprekorr” e poi a Vienna dove soggiornerà fino al 1923, redattore insieme a Gramsci e a Lukacs de “La Correspondance Internationale”, ormai a pieno titolo rivoluzionario professionale, membro del partito mondiale della rivoluzione proletaria.
Da Vienna Serge assiste annichilito, dopo la morte di Lenin, allo scatenamento della campagna contro Trotzkij, al diffondersi del cancro burocratico, all’estendersi della “soffocante dittatura degli uffici”, all’emarginazione di ogni voce anche minimamente fuori del coro, dai francesi Rosmer, Monatte, Souvarine, all’italiano Bordiga, all’ungherese Lukacs che una notte lo invita alla capitolazione in attesa di tempi migliori.
Dall’osservatorio privilegiato di Berlino e Vienna osserva con l’attenzione minuziosa del cronista il fallimento di un moto insurrezionale male organizzato e peggio diretto dagli emissari di un’Internazionale comunista sempre più burocratizzata e ne stigmatizza, in quel piccolo capolavoro di giornalismo militante che sono le “Notes d’Alemanne”, gli esiti infausti per la ripresa della rivoluzione in Occidente. Non sorprende, dunque, la sua adesione all’opposizione di sinistra di cui, una volta tornato in Russia, viene chiamato a far parte prima del comitato direttivo di Leningrado e poi della commissione internazionale del Centro Nazionale di Mosca. In questa veste egli si occupa di far conoscere all’estero i termini politici reali dello scontro in atto nel partito, scrivendo dal febbraio all’agosto del 1926 una serie di articoli sui problemi economici e politici dello Stato sovietico, che appariranno sulla rivista francese “La Vie ouvrière”.
Nel 1927 la situazione precipita. Il fallimento della rivoluzione cinese a causa della politica opportunista di Stalin e l’acutizzarsi della crisi della Nep determinano un brusco acutizzarsi dello scontro nel partito. A dicembre il XV Congresso delibera l’espulsione degli oppositori, all’inizio del 1928 iniziano gli arresti di massa dei trotzkisti che vengono deportati in appositi campi di concentramento, i cosiddetti “isolatori”. Lo stesso Trotzkij è espulso dal partito e deportato a Alma Ata nel cuore dell’Asia Centrale. Victor Serge, che non ha mai cessato di battersi scrivendo tra l’altro un acutissimo pamphlet su “Le lotte di classe nella rivoluzione cinese” in cui denuncia le gravissime responsabilità della direzione staliniana nel soffocamento dei moti operai di Canton e Shanghai, è arrestato in marzo. L’arresto fa scalpore, il suo è un nome troppo conosciuto. A Parigi molti intellettuali protestano e la cosa finisce sui giornali. Allarmato, il regime è costretto a liberarlo dopo un paio di mesi, accontentandosi di un suo impegno a non svolgere per il futuro “attività antisovietica”.
Isolato, circondato da spie e provocatori, totalmente disilluso sulle possibilità reali dell’opposizione di sinistra di svolgere un’efficace azione politica dalla clandestinità, Serge si impegna in una resistenza solitaria e tenace, cercando di non farsi abbattere dalle avversità, dalla miseria, dalla quotidiana lotta per la sopravvivenza sua e dei suoi familiari, essendogli come per gli altri oppositori preclusa ogni possibilità di impiego regolare.  Ma più di tutto pesa l’incapacità di fare i conti con la realtà, di tirare un bilancio definitivo della tragica parabola della rivoluzione (…) Escluso dal partito, impedito nel suo lavoro di giornalista militante, strettamente sorvegliato dalla polizia politica, a partire dal 1928 Serge si dedica assiduamente alla letteratura a cui aveva rinunciato nel 1919 in quanto “cosa ben secondaria in una simile epoca”. Ma ora le cose sono cambiate, la rivoluzione si è spenta a poco a poco, i margini di azione politica sono andati progressivamente riducendosi fino a scomparire. “Solo quando sono stato costretto a un’assoluta passività esterna”, scriverà all’amico Marcel Martinet nel settembre del 1930, “sono tornato all’espressione letteraria, che ora comincia ad appassionarmi […]. Sempre di più penso che bisogna ricominciare tutto dalla base, quindi, sotto un certo profilo, dalla formazione dei caratteri. Da questo punto di vista, dei libri sinceri e veritieri possono essere utili”.
Serge vive dunque la creazione letteraria non come fuga da un presente ingrato, ma come diretta prosecuzione con altri mezzi e in un contesto radicalmente mutato di un impegno “improntato a rigorosi principi etici e politici, in primo luogo alla ricerca e alla difesa della verità, irriducibile a qualsivoglia ragione di Stato o di partito”. (…) egli impronta l’intera sua produzione al principio per cui “la letteratura, se vuole compiere nella nostra epoca tutta la sua missione, non può chiudere gli occhi sui problemi interni della rivoluzione”.   Il romanzo, dunque, come strumento pedagogico, come forma privilegiata di conservazione di una memoria storica al di fuori della quale non esiste possibilità di riscatto. E’ in quest’ottica che Serge, che pure proprio in questo periodo sta portando a termine una delle sue opere più significative, quel “L’anno I della Rivoluzione russa” destinato a diventare con “I dieci giorni…” di John Reed e “La storia della rivoluzione russa” di Trotzkij, un classico della storiografia, abbandona di fatto la ricerca storica per la narrativa.
Vedono così la luce uno dopo l’altro i romanzi del cosiddetto “ciclo della rivoluzione”, tentativo di narrare attraverso le vicende di uomini e luoghi l’intero ciclo di lotte di classe che va dall’ “l’affaire Bonnot” all’Ottobre, dalla dolente descrizione del mondo carcerario e delle relazioni fra gli uomini che lo abitano de “Gli uomini nella prigione”, all’affresco corale di “Nascita della nostra forza”, rievocazione dell’ascesa “dell’idealismo rivoluzionario attraverso l’Europa devastata del 1917-18”, per concludere con il disincantato e splendido “La città conquistata” dove egli tira un amaro bilancio della rivoluzione come necessità che sovrasta l’individuo e che in qualche modo si nutre dei suoi sogni e delle sue speranze privandolo dell’innocenza. Nuovamente arrestato, Serge viene trasferito a Mosca e poi condannato a tre anni di deportazione in “quel modesto succedaneo dell’inferno” che è tornata a essere la Siberia sotto Stalin. Ridotto in estrema miseria, Serge resiste alla disperazione scrivendo due nuovi romanzi, “Gli uomini perduti” e “La tormenta”, e preparando la prima stesura de “L’anno II della rivoluzione russa”. Tutti materiali destinati ad andare persi al momento della sua liberazione. L’arresto e la deportazione dello scrittore non passano sotto silenzio. In Francia si sviluppa una forte campagna in suo favore, persino intellettuali vicini allo stalinismo come Romain Rolland o considerati “amici dell’Urss” come André Gide si mobilitano premendo sulle autorità sovietiche perché lo scrittore venga liberato. Ma è solo nel 1936, alla scadenza della pena, che Serge è liberato ed espulso dall’Urss assieme alla sua famiglia.
Il 18 aprile 1936 Serge arriva a Bruxelles e si dedica subito a un’intensa attività pubblicistica. In pochi mesi apparvero un opuscolo sui processi di Mosca, un bilancio sulla rivoluzione russa a due decenni dall’Ottobre e numerosi articoli su pubblicazioni della sinistra rivoluzionaria e sul quotidiano socialista di Liegi, “La Wallonie”. Inizia anche una collaborazione con Trotzkij, allora esule in Norvegia, che fin dall’inizio appare non facile. A differenza di molti sostenitori del “vecchio”, in genere giovani intellettuali giunti da poco alla politica militante, Serge non si sente schiacciato dal carisma debordante del fondatore dell’Armata Rossa e non rinuncia a rimarcare le differenze di visione sulla Spagna e sul Poum o sul Fronte popolare francese, anche se con grande onestà intellettuale saprà riconoscere, una volta verificatasi la rottura definitiva, le ragioni del suo interlocutore.
Nonostante queste differenze, Serge si mantiene vicino al movimento trotzkista, tanto da essere invitato alla cosiddetta Conferenza di Ginevra che si tiene nel luglio 1936 in preparazione della costituzione formale della Quarta Internazionale. Ma la sua attività non esaurisce nell’ambito del trotzkismo, assieme a intellettuali critici e a vecchi militanti operai del calibro di André Breton, Marcel Martinet, Magdeleine Paz, Pierre Monatte, Alfred Rosmer, Maurice Dommanget, Daniel Guérin e altri, costituisce un Comitato per l’inchiesta sui processi di Mosca e per la difesa della libertà d’opinione nella Rivoluzione che tenta di spezzare la cortina di silenzio sui crimini dello stalinismo e di controbattere in qualche modo la martellante campagna di menzogne sull’URSS patria del socialismo e principale baluardo antifascista frutto congiunto della propaganda dei PC staliniani e di un’intellettualità “progressista” asservita alla controrivoluzione. Fin dall’inizio Serge ha ben chiaro il filo conduttore che lega la politica staliniana e unisce fenomeni per molti versi sconcertanti come le grandi purghe in Urss o la politica controrivoluzionaria in Spagna. Può così prevedere con largo anticipo, dopo il primo grande processo dell’agosto, i processi che seguiranno e indicare persino i nomi dei futuri condannati a morte.
Liquidata la vecchia guardia bolscevica, la controrivoluzione non si ferma, ma investe direttamente l’opposizione marxista rivoluzionaria ovunque questa cerchi di organizzarsi. Nella primavera del 1937, soffocata nel sangue la Comune di Barcellona, gli staliniani procedono alla liquidazione sistematica dei poumisti e degli anarchici. Nel settembre a Losanna viene assassinato da sicari al soldo di Stalin l’ex dirigente della GPU Ignat Reiss da poco passato con l’opposizione trotzkista. Nel febbraio dell’anno successivo muore a Parigi in circostanze mai chiarite il figlio di Trotzkij , Leva Sedov, mentre in luglio viene rapito e assassinato Rudolf Klement, segretario organizzativo della Quarta Internazionale. È una vera e propria guerra di sterminio che non risparmia nessuno e a cui Serge cerca di opporsi come può, pubblicando su “La Révolution prolétarienne” una rubrica di denuncia dei crimini staliniani, Cronaca del sangue versato, e dando alle stampe due nuove opere, “Da Lenin a Stalin” e “Destino di una rivoluzione”, in cui (…) traccia un bilancio ancora “ortodosso” dell’esperienza sovietica. Nonostante la violenza rivoltante del Termidoro staliniano, per Serge l’Urss resta ancora uno Stato operaio grazie alla proprietà statale dei mezzi di produzione e alla pianificazione. Proprio per questo la controrivoluzione burocratica è spietata, come in “È mezzanotte nel secolo”, un altro grande romanzo apparso nel 1938, il deportato Ryzik chiarisce agli altri detenuti demarcando con triste orgoglio il confine fra i militanti bolscevichi perseguitati, ma non vinti e i nuovi padroni. “È mezzanotte nel secolo”, redatto fra il 1936 e il 1938, rappresenta la prima di una serie di opere dedicate da Serge a ricostruire gli esiti tragici di una generazione rivoluzionaria “logorata dalle lotte, spezzata dalla macchina totalitaria che – ed è una delle avventure più tragiche che la storia conosca – essa stessa, senza volerlo e senza rendersene conto, ha costruito con le proprie mani”. Il romanzo esce in Francia nel 1939, fra il crollo della Repubblica spagnola e lo scoppio della seconda guerra mondiale e racconta la storia, trasposizione letteraria della drammatica esperienza di deportazione vissuta dall’autore, di un gruppo di trotzkisti irriducibili confinati in un lager dell’estremo nord. Il periodo che intercorre fra la stesura e la pubblicazione del romanzo segna un momento cruciale nell’evoluzione politica di Serge che proprio in quei mesi rompe definitivamente con Trotzkij e con la Quarta Internazionale in cui non aveva mai riposto alcuna speranza.
Partito da una critica contingente ai limiti dell’opposizione di sinistra, Serge progressivamente allarga il suo campo di indagine all’intero percorso politico del bolscevismo a partire dalla rivoluzione d’Ottobre con l’intento di individuare quei fattori che hanno in qualche modo favorito lo sviluppo del totalitarismo staliniano. Il punto di rottura viene concretamente individuato nel “terribile episodio” di Kronstadt e nella creazione della Ceka, per Serge gravissimi errori in quanto “incompatibili” con il socialismo. Fermamente convinto dell’assoluta necessità etica e politica di superare la discrasia fra fini e mezzi che gli pare sostanziare l’intera esperienza bolscevica, Serge chiede al movimento trotzkista un pronunciamento aperto sul tema della democrazia. La risposta è raggelante. Trotzkij rifiuta sprezzantemente di confrontarsi con posizioni che ritiene nulla più di una “manifestazione di demoralizzazione piccolo-borghese”. Per lui Serge, scambiando la sua crisi personale per quella del marxismo, cerca di unire marxismo anarchismo e poumismo in una sintesi priva di qualsiasi valenza politica. È una critica che non lascia spazio a mediazioni di sorta. La frattura non verrà ricomposta e un anno più tardi l’assassinio del “vecchio” chiuderà definitivamente la questione. Nelle sue “Memorie”, rievocando questo episodio, Serge si esprimerà nei riguardi di Trotzkij con enorme rispetto e con un affetto quasi filiale che non nasconde, tuttavia, una radicale critica politica. Lo scoppio della guerra lo coglie a Parigi. Il 10 giugno 1940, poco prima dell’entrata dei tedeschi nella capitale, egli parte con i propri familiari per Marsiglia, da lì con grande fatica dopo infinite peripezie riesce a ottenere un visto per il Messico dove giunge nel settembre dopo un viaggio avventuroso di cinque mesi che ha toccato la Martinica, San Domingo e Cuba. L’esperienza, prima della fuga dalla Francia occupata e poi dell’esilio messicano, è terribile e segna profondamente Serge accentuandone quella vena di amarezza che già aveva manifestato nei suoi ultimi scritti. Rivoluzionario senza partito, odiato dagli stalinisti, respinto dai trotzkisti, egli è costretto a bere fino in fondo l’amaro calice di un isolamento quasi totale. “Noi viviamo – scrive dal Messico all’amico Antoine Borie – del tutto isolati […] le persone vivendo per gruppi nazionali, ogni solidarietà essendosi dissolta”. “Ci si salva d’altronde per famiglie politiche, i gruppi non servono più ad altro che a questo. Tanto peggio per il fuori partito che si è permesso di pensare solo”.
Nell’esilio messicano Serge si dedica totalmente a una intensissima attività letteraria. Mentre redige le sue “Memorie”, collabora attivamente con riviste europee e nordamericane e scrive gli ultimi suoi romanzi, “Il caso Tulaev”, “Gli ultimi tempi” e “Gli anni senza perdono”. Dedicato al tema dei grandi processi staliniani degli anni Trenta e delle confessioni degli esponenti della vecchia guardia bolscevica che si erano autoaccusati di ogni sorta di crimine contro il potere sovietico, “Il caso Tulaev” ricostruisce dal di dentro con una precisione assoluta il clima di terrore e di menzogna sviluppatosi in Urss a partire dall’assassinio di Kirov e culminato nelle gigantesche purghe che spazzano via quello che resta del vecchio partito bolscevico. Pubblicato in Francia soltanto nel 1948, un anno dopo la morte di Serge, il romanzo, che egli considerava il suo libro migliore, va a confondersi con i primi segnali della guerra fredda e della propaganda antisovietica tanto da far attribuire al suo autore l’etichetta falsa di sostenitore del “mondo libero” e di anticomunista. In realtà, pur da posizioni estremamente critiche, Victor Serge si considererà sempre un marxista, anche se il suo marxismo assume col tempo una sempre più marcata connotazione umanistica a cui non è estraneo un crescente interesse verso la psicologia, considerata “la scienza rivoluzionaria dei tempi totalitari”. Seppur critico verso ogni forma di dogmatismo e assertore convinto, anche se confuso, della necessità di un radicale rinnovamento della teoria, Serge non rifluisce sulle giovanili convinzioni libertarie, né aderisce, nonostante qualche momentanea debolezza, a un’illusoria terza via tra capitalismo e comunismo, ma fino all’ultimo si dichiara apertamente a favore della validità del metodo marxiano. Altrettanto coerente è la sua posizione verso il bolscevismo. Serge non sarà mai, nonostante le ingenerose critiche di Trotzkij, un rivoluzionario pentito. Certo, le sue posizioni cambiano, evolvendo dall’originale condivisione della tesi trotzkiana dell’Urss stato operaio degenerato a una concezione, poco definita e in gran parte giocata sul piano sovrastrutturale, dello Stato sovietico come totalitarismo, per approdare infine, durante gli anni della guerra, al tentativo di fondere, con esiti peraltro notevolmente confusi, le teorie fra loro inconciliabili del capitalismo di stato e del collettivismo burocratico. Ciononostante, a differenza di molti altri intellettuali impegnati che nel dopoguerra si schiereranno a fianco del Dipartimento di Stato nella crociata anticomunista, Serge anche quando si sposta in qualche modo verso destra mantiene un profondo legame emozionale con la rivoluzione russa e la sua esperienza di militante prima del partito di Lenin e poi dell’opposizione di sinistra, tale da ricondurlo sempre su posizioni inconciliabili con l’ordine borghese. Sicché il valore dell’intera opera di Serge non consiste solo nell’essere un documento storico-politico pressoché unico, ma nella riaffermazione della validità di un ideale rivoluzionario in cui politica e morale possano coesistere. In quest’ottica la sua critica, talvolta anche aspra, al “giacobinismo” esasperato di Lenin e Trotzkij si stempera in un più meditato bilancio secondo cui “né l’intolleranza né l’autoritarismo dei bolscevichi (e della maggior parte dei loro avversari) consentono di mettere in questione la loro mentalità socialista e le acquisizioni dei primi dieci anni della rivoluzione Resta il fatto che la resistenza della generazione rivoluzionaria, alla testa della quale si trovava la maggior parte dei vecchi socialisti bolscevichi, fu così tenace che, nel 1936-1938, all’epoca dei processi di Mosca, questa generazione dovette essere sterminata interamente perché il nuovo regime potesse stabilizzarsi. Fu il colpo di forza più sanguinoso della storia. I bolscevichi perirono a decine di migliaia […] i più grandi campi di concentramento del mondo si incaricarono dell’annientamento fisico di masse di condannati”. Victor Serge muore il 17 novembre 1947, stroncato da un infarto in un taxi di Città del Messico. A lui ben si addicono, quasi a rappresentare un ideale testamento, le parole di uno dei suoi personaggi: “Scomparendo, non stabiliamo il bilancio del disastro, ma testimoniamo la grandezza d’una vittoria che ha anticipato troppo il futuro e chiesto troppo agli uomini”.

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