PENNY GLOVER – LA VERITA’ DI BERNARD GARDETTE

Schermata 2016-02-29 alle 17.11.18

Bernard Gardette non ha dubbi, se il dato 40 minuti a 80 metri viene confermato Penny Glover ha commesso un grave errore, maggiormente grave in considerazione della sua esperienza riconosciuta da tutti

Ci eravamo impegnati a darvi informazioni in merito all’incidente di Penny Glover e del suo allievo non appena ne avessimo avute, ed eccoci in presenza di una intervista estremamente interessante realizzata da Pierre Martin-Razi della rivista SubAqua francese, da non confondere con la SubAQVA italiana di recente apparizione sul maleodorante mercato editoriale della subacquea italiana.
A rispondere alle domande è Bernard Gardette direttore scientifico della Comex insieme a Claude Gortan e HD Delauze, nonché specialista in medicina iperbarica.
Purtroppo l’intervista è in francese, una lingua che fortunatamente conosco, ma vi prego egualmente di apprezzare la mia fatica notturna e di sopportare eventuali piccoli errori di forma. Dove non mi veniva ho lasciato la dicitura originale.
Nulla aggiungerò ne toglierò al pensiero di questo esimio scienziato delle attività iperbariche.
Testo dell’articolo –
Sommario: La recente scomparsa di Pénélope Glover e di uno dei suoi allievi si aggiunge alla lista ormai lunga delle vittime di incidenti accaduti a subacquei che utilizzavano il trimix in circuito chiuso. E’ questo tipo di materiale in causa? La sua utilizzazione troppo estrema puo essere alla fonte di questi incidenti? E’ esattamente la questione che noi abbiamo posto al fisiologo Bernard Gardette, dottore e scienziato, direttore scientifico della Comex e specialista incontestato delle procedure di decompressione più avanzate. L’intervista è stata realizzata da Pierre Martin-Razi…

Pierre Martin – Razi.
Lei ha reagito vivacemente alla lettura dell’articolo del dottor André Grousset pubblicata sul numero 204 di Subaqua, relativo alla morte di Penny Glover, e ha manifestato la necessità di esprimersi sulle colonne della nostra rivista federale. Perché?
Bernard Gardette La triste morte di Penny Glover è stata un fatto sconcertante, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io non dispongo di statistiche precise ma noi siamo oggigiorno in presenza di almeno una trentina di morti, di subacquei che utilizzavano i rebreather in trimix del tipo Buddy Inspiration.
Questa cifra ci obbliga ad una riflessione. In questa materia gli unici ad avere esperienza sono i militari. La “Marina Nazionale”(Marina Militare Francese) ha effettuato degli studi molto avanzati su questo argomento.
In vent’anni, novantasei incidenti sono stati archiviati su utilizzatori di rebreather di tutti i tipi. Il 60% di questi incidenti hanno avuto una origine biochimica (40% di Hypercapnie e il 60% suddivise in parti eguali di iperossia e ipossia). Si sono inoltre rilevati incidenti barotraumatici polmonari e un 15% d’incidenti di decompressione. Negli ultimi anni non abbiamo mai avuto incidenti con apparecchi ad ossigeno puro. E’ stato sovente usato il nitrox per immersioni superiori a 35 metri ed è interessante constatare che non è stato registrato alcun incdente di decompressione con apparecchi a miscele ternarie (O2-H2-He) per immersioni nella fascia fra i 60 e gli 80 metri.
Io non tiro delle conclusioni definitive cercando di comparare ciò che non è comparabile ma dobbiamo ammettere che se la “Marina Nazionale” non ha registrato incidenti è, molto probabilmente, a causa delle procedure d’immersione che sono di un rigore estremo. Sia sul piano della logistica sia sotto l’aspetto dei profili decompressivi.
P.M.-R. Dobbiamo allora dedurre che il Buddy Inspiration è un apparecchio pericoloso?
B.G. Obiettivamente nulla lo prova e la Comex non è specialista sulla questione, nonostante il fatto che noi abbiamo messo a punto un rebreather di soccorso durante l’operazione Hydra VIII.
Questo Bell Out system, il BOS, ha permesso a dei sommozzatori di disporre di una autonimia di 20 minuti a 500 metri contro i 2 minuti con il semplice “blocs”. L’apparecchio è stato collaudato a 530 metri e correntemente utilizzato nella fascia fra i 220 e i 340 metri negli anni ‘90 in Brasile. Oggi non è più d’attualità.   Occorre dire che questi rebreather come quelli della “Marina Nazionale” sono di tipo meccanico e che invece il tipo Buddy è elettronico con tutte le “aléas” che questo implica. Questo genere di riserva mentale viene ridotta dalla presenza di circuiti e sensori ridondanti. I sensori di ossigeno sono ad esempio triplicati e l’affidabilità del “Buddy Inspiration” non è apparentemente in causa, come non lo è la sua concezione e la qualità della sua fabbricazione.
E’ piuttosto nella sua messa in opera e nella sua utilizzazione che dobbiamo ricercare.
C’è una differenza fondamentale fra i sommozzatori professionali civili e coloro che s’immergono per diletto.
Quest’ultima si evidenzia particolarmente nella presenza in acqua di sistemi di comunicazone, video, ROV,… la decompressione come la riserva di Gas sono garantite dalla superficie, ma questo tipo d’immersione non è applicabile a quella amatoriale, autonoma.
Il contro esempio è quello dei corallari che come professionisti fanno eccezione alle regole dell’alimentazione dalla superficie e sono questi dei soggetti eloquenti.
Gli incidenti mortali sono numerosi.
In merito ai militari, l’abbiamo già detto le loro ferree procedure costituiscono un notevole aumento della sicurezza e sui 96 incidenti di cui si è parlato solo tre anno avuto come esito finale il decesso del sommozzatore. Due con l’ossigeno puro e uno con il trimix ad oltre 80 metri di profondità. Questo rappresenta una morte su 200.000 esposizioni, una percentuale veramente leggera.
P.M.R. Questi incidenti sono da attribuire allora all’uso delle miscele?
B.G. E’ difficile pronunciarsi per l’insieme degli incidenti ma per quello che concerne il caso di Penny Glover non sono messi in causa né la natura del trimix, né il controllo. Per contro tre argomenti possono essere all’origine dell’incidente: un problema materiale evidentemente; ma noi l’abbiamo visto, è assai poco probabile allorché i sommozzatori sono arrivati alla quota decompressiva dei 6 metri. Ciò nonostante, se la “Marina Nazionale” è reticente all’adozione di un rebrether elettronico malgrado i vantaggi che presenta, non possiamo scartare l’ipotesi a priori. La seconda causa può venire da un problema di formazione. Non è mica per niente che all’Istituto Nazionale dei sommozzatori professionisti, per l’uso dei rebrether gli istruttori sono della “Marina Nazionale”. Certe scuole per la formazione di subacquei sportivi sono estremamente serie ma io sono convinto che per l’uso dei rebreather occorre uscire dalla “bolla” dell’immersione amatoriale. Penny Glover era considerata come una subacquea molto brava. Ciò nonostante io sono rimasto gelato dai parametri della sua ultima immersione: quaranta minuti a ottanta metri, costituiscono un errore enorme per una persona così competente, soprattutto con un allievo. Questi valori restano da confermare, ma, nel caso lo fossero, allora la causa iniziale di queste due morti, probabilmente è stata trovata.
M.-R. Sarebbe a dire?
B.G.Questo mi porta naturalmente alla terza causa possibile dell’incidente, senza dubbio la più probabile nella maggior parte dei casi: la procedura e il profilo della decompressione. In teoria e per chi utilizza una miscela a PpO2 variabile, il rebreather trimix elettronico ottimizza perfettamente l’immersione. Visto così questo apparecchio costituisce una sorta di arma assoluta. Paradossalmente il rovescio della medaglia risiede nell’incredibile performance dello stesso. La sua autonomia è tale che il sommozzatore entra in un settore di procedure di decompressione poco utilizzate.
P.M.-R. I sommozzatori non rispettano le corrette procedure di decompressione?
B.G. A priori no, salvo incidenti. A questo livello si può considerare che i sommozzatori sono in grado di gestire la loro velocità di risalita e la decompressione. Tutto il problema viene dalle tabelle utilizzate. Per immersioni che non eccedono i 15 minuti a 80 metri, non ci sono dei problemi. Le tabelle MN 78 sono perfettamente adatte e disponibili sul libro Physiologie et médecine de la plongée de B. Broussole pubblicate dalla casa editrice Ellipse. Al di là dei 15 minuti, è un altro affare…
P.M.-R. Non ci sono delle tabelle disponibili per durate superiori?
B.G. certo che sì. Ma molte sono pericolose. Ti faccio un esempio: per una durata di 40 minuti a 80 metri la tabella “Heliox Ministere du Travail” MT 92 da 4 ore e 2 minuti di decompressione. Per gli stessi parametri, troviamo delle tabelle su internet provenienti dagli USA che danno solamente due ore di decompressione. La differenza non è di qualche minuto ma semplicemente del doppio! E’ inoltre pazzesco pensare che tale differenza non si gioca mica durante la risalita iniziale, un po’ troppo lenta nelle tabelle incriminate, ma nelle ultime tappe effettuate sotto ossigeno puro. Mancano circa due ore di decompressione a 6 e 3 metri. Che follia!
P.M.R. Se ho seguito bene il suo ragionamento, i sommozzatori farebbero degli incidenti di decompressione ad azoto e non a causa dell’Helium?
B.G.Esattamente, la bassa velocità di risalita dal fondo s’impone per eliminare l’elio ma in una risalita troppo lenta si satura ancora in azoto e se si salta una parte della decompressione nelle ultime tappe, è l’incidente…Io penso che la maggioranza delle morti di coloro che usavano i rebreather in trimix, proviene da là.

Una profondità importante, una permanenza al fondo troppo lunga e delle decompressioni insufficienti nella zona di 9, 6 e 3 metri.
Io ho in testa l’esempio di un sommozzatore che ha fatto un incidente gravissimo dopo 20 minuti passati a 100 metri. Una immersione come quella necessita di tre ore di decompressione con la tabella del Ministero del Lavoro del 1992, mentre quel sommozzatore utilizzando la tabella IANTD ha effettuato solamente un ora e trenta di decompressione. Estrapolando la procedura dalla Rete. Risultato una bolla cerebrale con importanti conseguenze. Questo dimostra che la verità in materia di decompressione non è scaricabile via Internet!
P.M.-R. Questo sarà allora l’errore che è stato fatale a Penni Glover?
B.G. Si può pensarlo. Penny era una buona subacquea che si conosceva bene ed è molto probabile che non abbia avuto problemi; ma la stessa cosa non si può dire per il suo allievo. Le condizioni non erano ideali, la corrente forte, la deriva importante…
Si può immaginare che quella decompressione non sia stata un piacere. Questo è molto certo, è stato il suo allievo ad accusare un malanno e che Penny l’ha alleggerito ritirando le bombole di soccorso con l’ossigeno e la miscela di fondo, imposte dalla procedura del Buddy Inspiration che lo appesantivano. E’ stato un malanno dovuto alla fatica o a un incidente di decompressione? Senza dubbio, tutti e due. Io ricordo che con un rebreather bisogna compensare la spinta di galleggiamento con il sacco polmone e che in caso di malessere il subacqueo affonda. Penny si è gettata verso l’allievo per raccoglierlo e non ha avuto il tempo di purgare il suo sacco polmone dall’O2 che stava respirando e la crisi iperossica determinata dal repentino aumento della pressione può essere insorta molto rapidamente. Ovviamente siamo allo stadio delle supposizioni, ma questo è uno scenario molto plausibile.
P.M.-R. Incriminare delle tabelle di immersione proposte sulla Rete quando nessuna tabella è disponibile ufficialmente sul mercato francese non è un po’ facile?
B.G. Questo è in effetti un problema di coscienza. Io segnalo mio malgrado che le le tabelle fornite con il Buddy sono a tutti gli effetti valide qualora i tempi di immersione siano corti. Io lo ripeto, verso gli 80 metri tutti i problemi vengono enfatizzati al di là dei 15 minuti. Globalmente occorre essere coscienti che più scendiamo profondi e più il rischio aumenta.
Con i sommozzatori sportivi che si immergono ad aria siamo nell’ordine di un incidente ogni 10.000 immersioni e di 1 su 100.000 se quelle immersioni sono all’interno della curva di sicurezza. Entrando nel campo delle immersioni di 20-30 minuti a 40 metri si precipita alla percentuale di 1 incidente su 1000 immersioni e per 20 minuti a 60 metri noi ci ritroviamo addirittura a 1 su 100, identica alle tabelle trimix che noi proponiamo attualmente. Per riassumere bisogna stare meno di 20 minuti a 60 metri e meno di 15 minuti a 80 metri. Dieci minuti in più sono un prezzo enorme da pagare in termini di decompressione. Il dottor Eric Bergman ha dovuto constatare che il numero di subacquei tekky trattati in camera iperbarica è stato molto elevato nel corso dell’estate del 2005.
P.M.-R. Voi evocate a titolo di comparazione I problemi che emergono in base alla profondità e alla durata dell’immersione ad aria. Oggigiorno tutti i sommozzatori posseggono un computer da decompressione…
B.G. Si, ma questi computer non sono adatti ad immersioni estreme. Per immersioni di 20 minuti a 60 metri si sta ancora nei limiti ma oltre le stesse indicazioni non hanno più senso.In queste situazioni i modelli Haldaniani necessitano dei tessuti molto lunghi che non si integrano con i computer, e qui si ritrovano i limiti di eliminazione psicologica già evocati in precedenza.
P.M.-R. Ritorniamo ai rebreather a trimix. Perché noi autorizziamo le immersioni profonde. Perché non diffondiamo le tabelle valide che mettano veramente i subacquei in sicurezza?
B.G. E’ una questione di responsabilità che non sarà senza dubbio posta per almeno altri 15 anni. Tutti i problemi vengono dall’assenza di controllo dell’utilizzo che delle stesse viene fatta. Una tabella è una tabella di marcia e non condiziona tutta la sicurezza dell’immersione. Diffondere ufficialmente delle tabelle, significa automaticamente assumersene ufficialmente la responsabilità. La “Marina Nazionale” si rifiuta e la Comex dopo aver esitato ha dovuto rinunciare.
Si può effettivamente immergersi per 40 minuti a 80 metri in sicurezza. Ma occorre disporre di mezzi enormi, che si accordano assai male con l’immersione per divertimento. Credere che un rebreather sia la panacea come si può intendere da una emissione diffusa su “La Cinq” costituisce un grosso errore. C’è da dire che io a titolo personale sono pronto a dare le Tabelle, ma voglio conoscere i subacquei che le utilizzeranno. Conoscere le loro motivazioni, avere confidenza. L’ho già fatto per alcuni come ad esempio Pascal Barnabé nel corso del suo record d’immersione. Io l’ho avvertito sul carattere da suicidio dell’impresa che voleva fare, ma lui era talmente determinato che l’avrebbe fatto comunque.
P.M.-R Voi siete dunque in opposizione all’utilizzazione dei rebreather a trimix?
B.G. No di sicuro, al contrario. E’ un formidabile strumento per i “Pro mention B”, i cineasti, i biologi, gli archeologi che pianificano rigorosamente le loro immersioni. Ma bisogna comprendere bene che la eccezionale performance dei rebreather si può rivolgere contro di colui che lo utilizza. Nell’immersione il limite è l’uomo e gli amatori devono mantenersi entro limiti di immersioni corte che non necessitano di tempi di decompressione eccessivi.
P.M.-R.I subacquei allora possono contattarvi?
B.G. Certamente si. Da qui a qualche mese la FFESSM ha intrapreso una marcia in questa direzione. E’ stato lanciato uno studio. Noi disponiamo di un contatore di bolle Doppler di semplice utilizzazione, studiato e realizzato da Jean Claude Dumas di Aqualab System, che costa solo 1500 euro. L’utilizzo di questo strumento ci permetterà di affinare il nostro lavoro anche nei confronti dei subacquei sportivi che si immergono in trimix.
Per contattare Bernard Gardette: comex.sa@comex.fr

Ritengo che questa intervista faccia parte della inestimabile ricchezza dell’archivio del vecchio e glorioso marescoop.com

il direttore