NOVITA’ SULL’ULTIMO INCIDENTE HAVEN

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Era così il gigante nei suoi giorni di splendore

Riceviamo notizia direttamente dal giornale di Brescia:
Restano gravi le condizioni del sub bresciano colto da malore durante un’immersione nelle acque di Arenzano, vicino a Genova.
Luigi Piva è in lotta per la vita. La tempestività dei soccorsi legittima la speranza di una soluzione positiva.
Sono ancora piuttosto gravi le condizioni di Luigi Piva, il cinquantacinquenne bresciano colto da malore durante un’immersione ad Arenzano, in provincia di Genova.
L’ultimo bollettino medico parla di condizioni stazionarie. Familiari e amici restano con il fiato sospeso confidando che la forte tempra consenta al sub di vincere anche questa drammatica sfida.
L’episodio è avvenuto giovedì mattina nel paradiso marino che si è generato dal disastro della Haven, la nave affondata nell’aprile del 1991 dopo un’ esplosione a bordo. Nello stesso tratto d’acqua, tre mesi fa era morto un sub siciliano…

lo schema dell’immersione in bassa quota sulla petroliera Haven

La zona è una meta privilegiata per gli appassionati attratti dall’insolito paesaggio sottomarino e dalla curiosità di scrutare attraverso le maschere i ponti sui quali morirono cinque marinai. Piva, che vive in città, nel quartiere del Carmine, al suo attivo ha moltissime ore di immersione. Volontario del pronto soccorso, da sette anni si occupa di sub sportivo. Giovedì era impegnato in una discesa a circa 50 metri di profondità, quando è stato colto dalla cosidetta «ebrezza della pronfondità», una sindrome temuta che spinge i sub verso il fondo. Giunto a 80 metri, in preda al panico provocato da questa sindrome, Piva è risalito a una velocità rischiosa, saltando le doverose pause della decompressione: giunto in superfice è stato immediatamente aiutato dallo skipper che lo aveva accompagnato in corrispondenza del relitto della nave. È un altro bresciano, anche lui un esperto, e la sua tempestività è uno dei motivi che fanno sperare in una conclusione positiva della vicenda, che nelle prossime ore i medici possano emettere un bollettino con toni positivi.
Luigi Piva non era solo là sotto: aveva affrontato l’immersione con due amici del Sub Club di Brescia. Ora è ricoverato in prognosi riservata all’ospedale San Martino di Genova dove prosegue il trattamento nella camera iperbarica per cercare di recuperare un ritmo respiratorio normale.
L’incidente è avvenuto alle undici. Soltanto tre ore dopo il sostituto procuratore Francesco Pinto ha aperto un fascicolo d’inchiesta disponendo il sequestro dell’attrezzatura e del computer da polso di Piva. È stata bloccata anche l’attività di immersioni sul relitto della petroliera del Centro Haven di Arenzano, un’area dove soltanto tre mesi fa, come detto, è avvenuto un altro incidente in mare. In quel caso l’esito fu tragico: Vincenzo Argenta, 44 anni, subacqueo con brevetto di terzo livello, la mattina del 14 maggio morì di fronte agli occhi del figlio di 14 anni e degli istruttori del diving, dopo esser stato colto da un malessere durante l’immersione a 40 metri. Gli accertamenti sull’accaduto sono stati affidati alla capitaneria di porto che cerca, attraverso le testimonianze, di ricostruire l’azione del sommozzatore bresciano. Piva non è proprio alle prime armi: è in possesso di quattro brevetti e dell’abilitazione di terzo grado superiore, è un sub esperto affiliato al Sub club Brescia, il più antico della provincia che proprio quest’anno ha festeggiato il 40° di fondazione. Gli amici lo ricordano come veloce di riflessi, capace di forte autocontrollo. Ma il malore, questa volta, ha avuto il sopravvento.t.z.
Nota della redazione: è ovvio che chi ha scritto l’articolo poco s’intendeva di subacquea; constatazione che si ricava dalla fantasiosa descrizione degli effetti della narcosi da Azoto. Sarebbe interessante sapere se il Piva utilizzava il trimix oppure la semplice aria compressa.

Il relitto

Nome: HAVEN
Tipo: petroliera
Nazionalità: cipriota
Anno di Costruzione: 1973
Stazza lorda: 109.700 tonnellate
Data affondamento: 14-04-1991 ore 10.05
Carico: 144.000 tonnellate di greggio
Lunghezza: 334 metri
Larghezza: 52 metri
Equipaggio: 36 uomini
Morti: 5 uomini
Profondità minima: 33 metri
Profondità massima: 83 metri
Distanza da riva: 1.2 miglia
la redazione

per le immagini si ringrazia www.calypsosub.com
www.arenon.com

LA HAVEN COLPISCE ANCORA

Trasportato al San Martino di Genova, non e’ grave (ANSAweb) – GENOVA, 25 AGO – Un subacqueo in immersione sul relitto della Haven, al largo di Arenzano, e’ stato soccorso stamani in seguito ad un malore. Subito trasportato a terra a bordo di un gommone della societa’ di diving che aveva organizzato l’immersione, e’ stato poi trasportato in ambulanza all’ospedale San Martino di Genova. Le sue condizioni non sarebbero gravi. In seguito all’incidente, il magistrato di turno, il pubblico ministero Francesco Pinto, ha fatto sequestrare tutte le attrezzature in dotazione ai subacquei per questa immersione e ha inibito fino a nuovo ordine tutte le attivita’ di immersione da parte della societa’ di diving, la Haven Diving Center. Secondo le prime informazioni, il subacqueo, di cui non si conosce ancora l’identita’, era immerso ad una profondita’ di 80 metri nei pressi del relitto della petroliera quando si e’ sentito male. A bordo di un gommone e’ stato subito trasportato al porticciolo di Arenzano. Nel frattempo, la societa’ di diving aveva avvertito il 118. Sul posto e’ intervenuto il comandante dell’ ufficio locale marittimo di Arenzano. (ANSAweb)
La Haven ha colpito ancora, ma questa volta si tratta solo di un avvertimento. C’è da sperare che il sopravvissuto metta da parte la sua voglia di immergersi a quelle profondità e soprattutto su un relitto come quello della petroliera che noi abbiamo soprannominato “la fabbrica delle vedove”. Ma che cosa ha di così pericoloso quel relitto, perché mette in difficoltà i subacquei e a volte li uccide?

Una grande responsabilità è da attribuire alle sue dimensioni, in presenza di scarsa visibilità si rischia costantemente di perdere l’orientamento e psicologicamente si viene messi in soggezione dall’ampiezza delle superfici di quello che era il castello di poppa. Altro problema l’elevata profondità del fondo su cui poggia la nave, un eccesso di confidenza può spingere il sub a scendere in basso per vedere di più e in pochissimi minuti ci si trova a profondità pericolose per una attrezzatura sportiva.
Un ruolo importante per la preparazione all’incidente, lo hanno anche le improvvise correnti, la situazione meteo in continuo mutamento, lo stress pre-immersione, il mal di mare.
E’ certo che chi ha posto nella gestione di quel relitto la michetta quotidiana, cercherà di far sembrare fattibile a molti sub, ciò che fattibile non è. E’ abbastanza sicuro che la frase” ma ci si può anche fermare entro i quaranta metri” venga usata a sproposito per attirare quei sub sportivi che non hanno capacità ed esperienza per gestire una immersione a 80 metri.
Sono i subacquei che devono imparare a gestirsi e a difendersi da questi venditori di immersioni “facili”. Ogni relitto deve essere considerato per quello che è ed il relitto della Haven (che significa anche ”Porto”) deve essere considerato a – 80 metri.
Coloro che si immergono sulla Haven devono essere attrezzati e preparati ad affrontare una immersione a – 80 metri e non a – 35 o – 40 come può essere sventolato da chi ha bisogno dei numeri per fare cassetta. Se venisse applicata questa semplice regola i subacquei ad immergersi sarebbero certamente molti meno, molto più consapevoli, e il numero degli incidenti scenderebbe drasticamente.
Ci si stupisce della ragione che ha indotto il magistrato a sequestrare le attrezzature: in effetti non essendoci scappato il morto, ci si trova innanzi ad un provvedimento in apparenza esagerato, ma forse quello che vuole scoprire il Gip è proprio legato al tipo di attrezzature che sono state impiegate per portare un subacqueo a – 80 metri.
A quel punto il sequestro di TUTTE le attrezzature potrebbe dare allo stesso una idea panoramica completa della situazione, delle responsabilità oggettive dei singoli, della serietà con cui opera il diving citato nell’Ansa. La nostra impressione dunque è che la Haven venga presa troppo sottogamba dai subacquei. Si tratta di una immersione difficile, pericolosa e impegnativa. Lasciate perdere quella voglia che vi spinge a scendere per poter dire sono stato sulla “Haven”. Valutate se siete pronti a scendere da soli su un relitto a – 80 metri. Lasciate stare il ragionamento tanto viene la guida e/o l’istruttore. La sotto ci si può ritrovare da soli in pochissimi secondi e per cavarsela senza un grande spavento ci vuole tanta, ma tanta esperienza.
Il direttore

UN SOMMERGIBILE NON E’ RIENTRATO ALLA BASE

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Un sommergibile non è rientrato alla base di Antonio Maronari – Recensione di Andrea Nervi

Il libro racconta le imprese del sommergibile Tazzoli nella seconda guerra mondiale dal 20 giugno 1940 al 3 febbraio 1943, senza retorica ma con lo stile di un protagonista, riuscendo a mettere in luce la dura vita di bordo.
Antonio Maronari, si serve del suo diario tenuto durante le missioni di cui fu protagonista quando era imbarcato come sergente segnalatore sul Tazzoli, mentre si è avvalso dei diari d’altri sommergibilisti dopo il suo sbarco.
Il smg Tazzoli era uno dei 32 sommergibili italiani di stanza alla base di Betasom (Bordeaux) che parteciparono alla battaglia dell’Atlantico al fianco degli U-Boote tedeschi di Doenitz, cui, come riconosciuto anche dai tedeschi non ne furono secondi.
Oltre a descrivere efficacemente le dure condizioni di vita a bordo di un sommergibile sicuramente non adatto alla guerra nell’Oceano Atlantico, vi sono riflessioni sull’inutilità delle guerre “Credo che se al mondo diventassero tutti marinai, non ci sarebbero mai più guerre” e vengono narrati episodi di incredibile fraternità in mezzo all’oceano (il brindisi multietnico del 1 gennaio 1943 tra italiani, olandesi americani [equipaggio di un piroscafo appena affondato] e l’augurio di ritornare a casa e ritrovare la pace), la gioa nell’apprendere che i naufraghi di un piroscafo affondato dal Tazzoli sono giunti felicemente a terra, oppure anche amare sorprese come quando: “….Poi, aprendo una cassetta di riso, abbiamo trovato altrettanti chilogrammi di….sassi e, per finire, il quantitativo di viveri imbarcato è risultato insufficiente.

Carlo Fecia di Cossato, si suicidò dopo il tradimento del Re d’Italia

 

 

Però ci piacerebbe proprio sapere chi è stato a dare dei sassi al posto di riso all’equipaggio di un sommergibile in partenza per la missione: così, tanto per la curiosità di vedere come è fatto un lurido vigliacco.  ”Viene anche presentato un ritratto del più noto comandante di tale sommergibile, il Capitano di Fregata Carlo Fecia di Cossato, dal primo impatto con l’equipaggio il 10 dicembre 1940 fino al suo sbarco forzato per problemi di salute.

I primi commenti sul comandante Fecia di Cossato: “é un tipo strano questo Fecia di Cossato: biondo, magro, di statura normale, molto distinto. Gli occhi chiari in un volto d’asceta, pallido e fine, sembrano gli occhi di un eterno e grave fanciullo buono, vaganti sempre lontano. Cordiale con tutti ma piuttosto taciturno, vive nella nostra comunità, vorrei dire in punta di piedi … senza far rumore, sempre discreto, quasi timoroso di disturbare. Quando da un ordine, lo fa con una tale gentilezza che non si può fare a meno di scattare. Ma la sua flemma credo sia solamente esteriore poiché sembra pieno di entusiasmo e di coraggio e dotato di una grande volontà”
Significativo anche il momento del congedo dall’equipaggio il 28 febbraio 1943:
“….Nessun magnifico discorso potrebbe giungere al cuore dei marinai del Tazzoli come le espressioni laconiche e, direi quasi, volutamente frettolose, che il comandante ed il “suo” equipaggio si scambiano fra di loro.”

Il sommergibile Tazzoli nella storica base di Betasom

La grande famiglia perde il suo capo…”
In queste poche righe viene efficacemente ritratto uno dei più grandi sommergibilisti della Regia Marina Italiana, al cui comando il smg Tazzoli affondò oltre 107.000 tonnellate di naviglio avversario.
E’ comunque un libro piacevole da leggere che consente di vivere la vicenda dei nostri sommergibili in Atlantico dal vivo, senza la retorica dei comunicati e senza la faziosità della storia ufficiale, con versioni accomodate per accontentare questi o quelli!
Andrea Nervi

SOTTOMARINO AS-28 (PRIZ) – PRIGIONIERI SUL FONDO

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il sottomarino russo AS 28 “Priz” – attualmente bloccato sul fondo

Sette marinai russi sono prigionieri sul fondo del mare di Berezovaya Bay all’interno di un mini sottomarino AS-28, a circa 70 chilometri da Petropavlovsk-Kamchatsky, a una profondità di 190 metri
Una spedizione di salvataggio americana è in volo su un gigantesco C5 Galaxy dell’Air Force, partito da San Diego. Insieme agli specialisti vola un DSRV (Deep Submergence Rescue Vehicles) denominato Super Skorpio. Anche una spedizione giapponese si sta dirigendo sul luogo ma via nave e arriverà troppo tardi (inizio prossima settimana) per poter salvare i sette uomini intrappolati e privi di strumenti di comunicazione con la superficie. Il tempo è tutto, restano infatti meno di 48 ore per portare aiuto agli sfortunati marinai che sono rimasti bloccati da una rete da pesca probabilmente trattenuta da cavi metallici. Numerosi navi russe sono in zona, dal momento che l’AS28, che a sua volta è un veicolo sottomarino da salvataggio, stava svolgendo una esercitazione militare. Questa volta, forse memore di quanto accaduto allo sfortunato sottomarino Kursk, dove morirono in 118 fra ufficiali e marinai, il governo Putin ha immediatamente richiesto l’aiuto agli Usa, che come precedentemente detto, in questo momento sono in volo nel tentativo disperato di salvare i loro colleghi russi.

La nave “Anteo” della nostra Marina Militare, cala in mare l’SRV300 nell’ambito dell’esercitazione NATO ‘Sorbet Royal 2000’

L’incidente è avvenuto ieri (giovedì) ed inizialmente pare ci sia stata molta confusione, probabilmente perché nel mini russo ci sono sette persone, quando normalmente l’equipaggio è composto da tre. Ancora una volta si ripete il tragico scenario del Kursk, dove oltre all’equipaggio regolare erano imbarcati in più oltre 50 ufficiali e sott’ufficiali.

LA MARINA ITALIANA E’ LEADER IN QUESTO GENERE DI OPERAZIONI
Anche la Marina Militare Italiana in queste ore è stata messa in allarme, ma dubitiamo che possa intervenire date le distanze e il fattore tempo.
La nostra organizzazione di salvataggio si è rivelata una delle migliori del mondo nel corso dell’esercitazione ‘Sorbet Royal 2000′ che si è svolta lungo le coste della Turchia nell’ambito di una manovra NATO.
La nave “Anteo” con il suo SRV300, un nuovo mini sottomarino attrezzato per il recupero di equipaggi di sottomarini affondati fino alla profondità di 300 metri costruito dalla Galeazzi srl, ha dimostrato tutte le sue capacità con un’operatività superiore alla media.
Nell’ambito della stessa operazione sono stati impiegati anche scafandri rigidi a giunti compensati, come l’A.D.S. (Atmospheric Diving System- One Atmosphere Diving Suit, known as the ADS or’Newtsuit’).
Molto popolare nella nostra marina e nella marina americana, attualmente in fase di acquisizione anche da parte della marina francese.

il gigantesco scafandro rigido ADS (Atmospheric Diving System) in uso anche presso la nostra Marina Militare

 

 

COME SI DOVREBBE OPERARE IN QUESTI CASI
Il primo problema da affrontare è certamente quello dell’aria da respirare. All’interno di un sottomarino come il “Priz” si respira aria normalmente arricchita con ossigeno alla pressione ambiente di superficie. Il primo a scendere nei pressi del veicolo subacqueo intrappolato dovrebbe essere dunque un uomo all’interno di un ADS, per collegare un tubo capace di rifornire d’aria l’interno del sottomarino.
Questo permetterebbe ai soccorritori in arrivo di disporre di maggior tempo per operare, insieme al tubo dell’aria, dove possibile, dovrebbe anche essere collegato un cavo per le comunicazioni. Al momento non disponiamo di dati per sapere se e come un sistema come questo sia operante nel mare di Berezovaya Bay.
Tutti i DSRV hanno il problema del peso, il nostro SRV300 pesa ad esempio circa 52 tonnellate. L’unico aereo in grado di trasportare un sottomarino di soccorso è dunque il gigantesco Galaxy americano, ma il fattore tempo resta comunque l’elemento critico.
I mezzi di soccorso esistono ma rischiano di arrivare tutti troppo tardi a causa del loro peso. Lo scafandro ADS diventa in questi casi la differenza fra la salvezza e la morte, ma l’unità di superficie che lo può calare in mare deve essere attrezzata e specializzata per quel genere di intervento.
Non possiamo che stringerci intorno ai sette marinai russi che in queste ore stanno vivendo la terribile ansia dell’attesa dei soccorsi e pregare per la loro salvezza.

L’AS 28 RUSSO – DATI TECNICI
Costruito nel 1989 è lungo 13,5 metri e alto 5,7 metri, funziona esclusivamente a batterie (solo 3 ore di autonomia con motore in funzione) e può immergersi fino a 500 metri di profondità

Approfondimento

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Si combatte con il tempo per salvare il sottomarino russo bloccato sul fondo a Berezovaya Bay. I sette uomini chiusi all’interno sono ancora vivi e vengono definiti in buona salute. Le due spedizioni di soccorso americana e inglese sono già atterrate e dovrebbero giungere sul luogo del disastro entro poche ore con diversi veicoli filoguidati ROV in grado di liberare il sottomarino imprigionato nella rete.
Il portavoce della marina russa ha detto che occorre fare in fretta ed intervenire entro le prossime 24 ore. Una nave russa ha tentato il recupero con una rete che sembra abbia catturato il sottomarino, ma su questo punto le notizie sono tutt’ora confuse.
Si sa per certo che il mini sub è stato spostato verso riva di circa un centinaio di metri, ma la situazione rimane critica.

LA RISOLUZIONE

Sono stati salvati dagli inglesi i sette marinai russi che da tre giorni erano prigionieri nel mini sub AS 28 russo, bloccato da un cavo che si era avvolto nell’elica principale.Nella foto il giovane comandante dell’AS 28 saluta miltarmente prima di lasciare la nave dei soccorsi. Onore al coraggio dimostrato da questi marinai I britannici, sono giunti per primi sul luogo dell’incidente ed hanno immediatamente calato in mare un ROV – Skorpio 45 – filoguidato, che ha raggiunto l’AS 28 ed ha reciso il cavo che li teneva prigionieri… “I would like to thank our British colleagues for their aid in saving the crew,” said Vladimir Pepelyayev, deputy head of the Russian navy’s headquarters– Voglio ringraziare i nostri colleghi inglesi per aver salvato il nostro equipaggio – ha detto il portavoce della Marina Militare Russa Vladimir Pepelyayev.
Una terribile avventura che si è chiusa con un clamoroso successo della spedizione di soccorso occidentale. Leggermente in ritardo gli americani non sono riusciti ad uscire dal porto di Petropavlovsk, grazie al tempestivo intervento degli inglesi.
Ancora una volta si è dimostrato che con la collaborazione di tutti è possibile risolvere situazioni che altrimenti si sarebbero trasformate in tragedia.
Resta da chiedersi per quale ragione una marina come quella russa, in grado di scendere fino a 5-6 mila metri sott’acqua con i batiscafi della serie “Mir” non sia attrezzata per intervenire con dei ROV simili a quelli occidentali.
L’impressione è che si tenga ancora troppo poco conto della vita umana, secondo un atteggiamento tipicamente orientale.

Fra le tante indiscrezioni, sono trapelate anche notizie che affermavano che la marina russa si fosse più affannata a recuperare il sistema di allerta subacqueo segretissimo, che stava controllando l’AS 28 prima di restare incagliato e, sprattutto, prima che arrivassero americani ed inglesi.
Speriamo che non sia vero. Certo è che molti dei nostri mini sub hanno la parte poppiera sganciabile dal corpo principale, proprio in previsione di restare…pescati da una rete!

La redazione