APNEA, FRA SCIENZA E FANTASCIENZA

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Apnea, disciplina di ricerca interiore, perfetta fusione tra aria e acqua,sport strettamente collegato alle emozioni e al rapporto che si riesce a stabilire con uno degli universi più affascinanti e misteriosi della natura: il mare. E’ proprio partendo dagli albori che percorriamo un viaggio attraverso il quale arriveremo ai più moderni ritrovati della scienza che proprio grazie a “naturali” apneisti ha fatto scoperte eclatanti che potranno aiutare la ricerca medica. Un fisiologo francese, il dottor Cabarru negli anni cinquanta aveva affermato categoricamente che l’uomo non sarebbe potuto andare oltre i 50 metri altrimenti “après il s’écrasse” – dopo si schiaccia!, la scienza gli diede ragione e ci vollero quasi dieci anni prima che un uomo dal grande coraggio lo smentisse, un uomo rude, a volte quasi antipatico, un piccolo italiano che sarebbe diventato uno dei primi grandi protagonisti della storia dell’apnea subacquea dopo Raimondo Bucher, tale Enzo Maiorca, che sfidando le teoriche leggi della natura, seguendo l’esempio di Bucher, nell’agosto del 1961 scese alla quota di -50…..Enzo aveva vinto la sua sfida con la morte, e la medicina dovette iniziare a studiare una nuova disciplina…l’apnea. Anche nelle antiche civiltà, ancor prima di Atlantide, scrutando le riproduzioni artistiche appaiono spesso uomini ritratti con pesci o conchiglie,questo perché l’uomo é sempre stato attratto dal mare dalle sue profondità e solo negli ultimi cinquanta anni ha iniziato ad affrontarlo con l’aiuto di apparecchi esterni, che gli permettono lunghe permanenze respirando sott’acqua. L’uomo ha iniziato ad affrontare il mare più per necessita e sopravvivenza che per diletto, il mare è stato scoperto forse per una ragione di cibo, una nuova fonte di approvvigionamento.
Gli apneisti di oggi no, non più sospinti dallo spirito di sopravvivenza, degni eredi dei leviatani, si immergono per guardarsi dentro, per ritrovare se stessi, per incontrare il silenzio e la grande spiritualità che solo un tuffo profondo sa offrire, e in una frase del recordman Umberto Pelizzari sta il succo di questa parola: “Negli abissi cerco il mio io. E’un’esperienza mistica, ai confini col divino. Sono immensamente solo con me stesso, ma e’ come se mi portassi dietro tutta l’essenza dell’umanità. E’ il mio essere umano che supera il limite, che cerca di fondersi con il mare, che si immerge in se stesso e si ritrova” La medicina che ha studiato, analizzato, seguito, dapprima animali “apneisti” come i delfini e poi l’uomo, ha capito quello strano fenomeno denominato “Blood-shift”, per effetto del quale il sangue viene richiamato dalle zone periferiche del corpo, dove non esistono organi fondamentali di sopravvivenza , e spinto nelle cavità lasciate libere dai polmoni che per effetto della diminuzione di pressione diminuiscono il loro volume. Il sangue è un tessuto liquido e come tale è incomprimibile, ed è questo il motivo per cui Bucher, Maiorca e tutti gli altri dopo di loro non sono “implosi”. Grazie al cosiddetto riflesso mammifero, una reazione istintiva chiaramente visibile anche nei neonati, quando si è a contatto con l’acqua le pulsazioni rallentano e si verificano apnee riflesse ( un neonato incapace di nuotare , tratterrà automaticamente il respiro non appena immerso nel liquido). Siamo appena agli inizi di questi studi, tra i medici regna ancora molta diffidenza e una ostinazione a trovare la risposta con l’applicazione di leggi fisiche; ma è proprio la medicina c’introduce ad una singolare scoperta fatta da alcuni ricercatori d’oltreoceano: Mentre la corsa ai record ed alle alte prestazioni continua inesorabile sottoponendo l’essere umano, forse per il misterioso ” fattore Ulisse”, a superare sempre i propri limiti, la scienza studia le capacità fisiche e le modificazioni genetiche di alcuni animali che riescono ad immergersi, pur non avendo la capacità di respirare sott’acqua, per molto tempo e a notevole profondità. Come fanno? Alla singolare domanda hanno risposto i ricercatori giapponesi che lavorano al Medical Research Cauncil di Cambridge, in Inghilterra. Dopo anni di studi sui coccodrilli, gli scienziati si sono accorti che quei rettili sono in grado, grazie alla loro speciale emoglobina di utilizzare tutto l’ossigeno che hanno inalato prima di tuffarsi. L’emoglobina è una proteina che si trova nei globuli rossi del sangue: passando per i polmoni, raccoglie l’ossigeno e lo porta i vari organi, in modo che ogni cellula possa nutrirsi ossigenandosi. Gli esseri umani che scendono in apnea, ad un certo punto ” bruciano” tutte le loro scorte di ossigeno, e nel loro sangue aumenta inesorabile la quantità di ioni bicarbonato ( HCO2), il primo allarme viene dato dal diaframma che si contrae, e se il nostro apneista non riemerge e respira aria fresca arriverà alla sincope. In realtà l’emoglobina del nostro subacqueo avrebbe ancora un po’ d’ossigeno da spendere, ma purtroppo non è utilizzabile. L’emoglobina del coccodrillo invece è diversa e possiede la capacità di fissare gli ioni bicarbonato, di caricarsene al massimo, finché scatta un meccanismo che gli consente di spremere anche l’ultimo residuo di ossigeno. Qualcuno dirà: ma noi in apnea restiamo solo alcuni minuti, mentre un coccodrillo soprattutto in alcune situazioni riesce a rimanerci anche un’ora. Possibile che un esiguo residuo di ossigeno comporti una differenza così grande? La risposta è che al cosiddetto effetto bicarbonato si sommano la lentezza del metabolismo dei rettili, il fatto che essendo animali a sangue freddo non bruciano ossigeno per riscaldarsi, quindi la loro resistenza aumenta notevolmente. A questo punto entra in ballo l’ingegneria genetica, argomento di estrema attualità. Un gruppo di ricercatori guidato Kiyoshi Nagai e Hennaka Komiyama, ha elaborato un campione di emoglobina umana in modo che abbia le stesse caratteristiche di quella del coccodrillo, il risultato è una emoglobina speciale battezzata HB-SCUBA. Grazie a questo stratagemma ora abbiamo a disposizione del sangue potenziato, ossia capace di trasportare più ossigeno, cosa utilissima per usi medici e chirurgici. Noi ci auguriamo che a qualcuno non venga in mente di fare una “emodialisi” prima di una competizione, magari per essere il primo essere umano a raggiungere i – 200 metri di profondità , altrimenti tutte le sperimentazioni e le ricerche condurranno solamente alla soddisfazione del proprio egoismo e la semplice e pura performance sportiva non sarà altro che un ricordo lontano anni luce!

di Alberto Balbi