DAI SOTTOMARINI UN PASSO AVANTI PER L’ECOGRAFIA

 

 

 

 

Un materiale utilizzato per proteggere i sottomarini dall’individuazione da parte dei sonar è l’ultima frontiera tecnologica per assicurare una sicura ed efficace dose di ultrasuoni nella medicina. I medici e migliaia di pazienti dei reparti di fisioterapia in tutto il mondo beneficeranno di questa ultima tecnologia, che garantirà un passo in avanti per l’affidabilità dei trattamenti con ultrasuoni.
Il materiale è un componente chiave per un nuovo misuratore di potenza sviluppato dal National Physical Laboratory (NPL) di Teddington, UK, in collaborazione con uno dei costruttori leader di equipaggiamenti per la misurazione di ultrasuoni, la Precision Acoustic Ltd (PA) di Dorchester, UK.     Viene stimato che circa 10000 apparecchi fisioterapici ad ultrasuoni siano in uso nella sola Inghilterra. La chiave per garantire che i pazienti ricevano i trattamenti più efficaci per danni ai tessuti molli sta nell’assicurarsi che gli strumenti convoglino il corretto livello di ultrasuoni. I fisioterapisti avranno benefici dallo sviluppo degli ultimi sviluppi nelle misurazioni per i loro trattamenti giornalieri.
Garantire accuratezza di queste attrezzature è cruciale per la sicurezza dei trattamenti con i pazienti.
Semplicemente ponendo la parte dell’attrezzatura per la fisioterapia che viene applicata al corpo del paziente nel serbatoio riempito d’acqua posizionato sull’apparecchio, il professionista può verificare immediatamente se l’apparecchiatura sta trasmettendo il corretto livello di ultrasuoni. Il paziente può essere sicuro di ricevere il migliore e più efficace trattamento.
“Fino ad ora l’unico metodo per controllare le attrezzature è stato troppo complesso e costoso per essere utilizzato a livello degli utenti – ha spiegato Terri Gill, managing director della PAL – il misuratore è stato sviluppato in risposta alla richiesta di un sistema di misurazione meno costoso e più facile da utilizzare rispetto a quelli disponibili. Il basso costo e la facilità d’uso lo rendono molto attraente rispetto ai sistemi attualmente in uso. Non appena lo strumento raggiungerà il mercato ci si aspetta che i costi scendano. Insieme al NPL stiamo cercando di integrare il nuovo sistema nella progettazione di equipaggiamenti ad ultrasuoni per la fisioterapia. Molti produttori hanno già mostrato interesse”.
di Laura Montenero

BOOM! CADE LA BOMBA IN MEZZO AL MARE…

 

 

 

 

 

 

Nella foto sopra il Prof. fabio Faralli

Eccola l’intervista tanto agognata dai “maestri” delle didattiche tek. Ecco i nomi e le precisazioni tanto invocate. Che cosa diranno ora? Che il C.F. Prof. Fabio Faralli non è informato? Che Weathersby è un superato? Uno dei primi giorni caldi di questo tormentato 2004, ci ha visti sbarcare dal “ nostro legno” ancorato nella baia innanzi al Varignano, con la gioia di aver ricevuto l’invito direttamente dal C.F. Prof. Fabio Faralli, fra i maggiori esperti della medicina iperbarica, medico iperbarico dei palombari e degli incursori della nostra Marina Militare. Gioia, perché ogni contatto con Fabio, anche caro amico di famiglia da anni, significa per noi e per qualsiasi subacqueo “crescere” verticalmente in pochi minuti. Lo troviamo nel suo ufficio, arredato e pieno di incartamenti, esattamente come ci immaginavamo che fosse, luce bassa, lampada da tavolo, armadi contenenti diavolerie da alchimisti e librerie fornite di tutto ciò che è stato scritto in merito all’immersione. Al suo fianco, tanto per rincarare la dose, il Capitano di Corvetta Dott. Desideri, altro esperto del settore, ospite di decine di convegni e incontri sul tema.   Esauriti brevemente i convenevoli, entriamo nel vivo dell’argomento. Ecco il risultato:

Mare: un nostro articolo, nel quale facevamo delle anticipazioni sull’ossigeno e sui dubbi che sono sorti in merito alla sua reale efficacia nelle miscele arricchite “Nitrox”, ha scatenato una rivoluzione nel mondo delle didattiche tek e, conseguentemente, anche nel mondo dei subacquei sportivi estremi detti tek o tekky. Eppure noi sapevamo che le fonti erano più che attendibili, che cosa c’è di nuovo in merito?

Faralli: nulla in realtà poiché l’argomento deve essere ancora approfondito e siamo lontani dalle conclusioni. Ma dubbi circa l’utilizzo delle miscele d’aria arricchita d’ossigeno è venuto a molti insigni ricercatori
Mare: potresti farmi dei nomi oltre al tuo naturalmente?
Faralli: certamente, gli studi fatti appartengono a Weathersby, Logan ed altri. Vorrei chiarire: se utilizziamo una miscela ossigenata per eseguire la stessa immersione prevista dalle tabelle ad aria, ovviamente, dal punto di vista decompressivo abbiamo dei vantaggi in termini di sicurezza. Anche quando utilizziamo il sistema della EAD (Equivalent Air Depth), cioè scegliamo la tabella in base alla pressione parziale di azoto, vi dovrebbero essere vantaggi in quanto le tappe decompressive vengono svolte con una pressione parziale di ossigeno superiore a quella dell’aria e soprattutto con una pressione di azoto inferiore. Nell’impiego invece di computer e tabelle progettati espressamente per questo tipo di immersioni permangono dubbi sulla reale efficacia. In pratica i vantaggi nell’impiego di queste miscele sono esclusivamente legati alla riduzione dell’eventuale tempo di decompressione a parità di permanenza sul fondo, a fronte di un aumento dei rischi di tossicità dell’ossigeno e dei rischi connessi con eventuali errori nella preparazione delle miscele stesse. In Marina comunque, utilizziamo il Nitrox per immersioni a quote predeterminate, con apparecchi a circuito semichiuso, ma ci comportiamo come se fosse aria, dal punto di vista decompressivo. Solo così possiamo essere certi di rischiare meno

 

 

 

 

 

 

Sopra, seduto, il Capitano di Fregata Prof. Fabio Faralli, a destra in piedi, il Capitano di Corvetta dott. Desideri

Mare: Andrea Neri, caposcuola della didattica tecnica UTR (Underwater Training Research) ha scritto che l’unico modo sicuro per scendere sott’acqua a cento metri è quello di usare le miscele ternarie (trimix), naturalmente decomprimendosi con tabelle collaudate e tecniche elaborate, sulla base anche della loro esperienza. Che cosa pensi in merito a queste affermazioni?

Faralli: Beh, intanto è necessario fare chiarezza su un punto, gli sportivi sono spinti dalle esigenze di ridurre al minimo i costi. Le miscele vere, cioè realizzate da aziende competenti, quelle che utilizziamo noi militari o i subacquei commerciali, sono molto care. Quindi, generalmente quello che loro chiamano “Trimix” è in realtà una miscela di aria ed elio ed il suo nome corretto non è Trimix, bensì Heliair. Il vero trimix, sarebbe estremamente costoso per una attività sportiva ed anche molto meno disponibile. Quindi, siamo già in partenza, in presenza di una miscela che seppur realizzata con tutti i crismi, non offre le stesse garanzie del Trimix realizzato in laboratorio. Sia noi militari che il settore commerciale abbiamo optato per la bicomponente Elio/Ossigeno la famosa Heliox, meno costosa della ternaria Trimix e anche più sperimentata e più adatta a permanenze relativamente lunghe sul fondo. Le miscele utilizzate dai nostri subacquei tek, o estremi, sono costruite artigianalmente e non offrono le stesse garanzie di quelle utilizzate sia in ambiente militare che civile professionale.

 

 

 

 

 

 

Sopra, la camera iperbarica medicale del Varignano di La Spezia.    E’ stata allestita nel 1990 ed è in grado d’intervenire su qualunque caso di malattia da decompressione. Non è in grado di effettuare trattamenti di decompressione preceduti da saturazione, che sono particolarmente indicati per gli embolizzati a miscele. È disponibile anche per subacquei civili, colpiti da MDD nell’area delle 5 Terre e del golfo. La procedura è quella di chiamare il 118.

Mare: ma allora il problema dov’è, nelle miscele, nell’uso del Trimix, nelle decompressioni sbagliate? Perché ci sono tanti morti? A questo punto, il “Professore” lascia spazio all’essere umano e sul viso di Fabio appare un sorriso divertito, da buon padre di famiglia. Chissà come deve sentirsi innanzi a noi starnazzanti subacquei, ignoranti come zappe. Un sorriso generato da decine di meeting fra i subacquei sportivi assetati di conoscenza esclusivamente tecnologica.
Faralli: quando entro nell’argomento della decompressione con i subacquei, vedo i loro occhi che si illuminano e l’attenzione arriva al massimo. Ciò dimostra che tutta la loro voglia di sapere è concentrata sulle tecniche decompressive delle miscele, come se i problemi e gli incidenti dipendessero esclusivamente da errori legati all’utilizzo di tecniche decompressive non corrette. Non ci può essere nulla di più sbagliato a livello concettuale. Sai da una ricerca fatta da Edmonds a quanto ammontano le cause di morte fra i subacquei per errori decompressivi?
Mare: no!
Faralli: all’1%, e per la precisione io non ho mai visto con i miei occhi un caso di morte, dove la causa fosse un errato concetto decompressivo. Si muore di panico 39%, di fatica, 28%, per inadeguato rifornimento di gas 56%, per barotrauma polmonare 13%, per impiego errato dell’attrezzatura 35%, per profondità eccessiva 12%, causa le condizioni del mare 36%. Noterai che le percentuali si sommano con cifre superiori al 100%, questo perché molti fattori si incrociano e si sovrappongono. Inoltre, circa il 25% è determinato da fattori fisiologici preesistenti. Un esempio? Quanti di coloro che fanno immersioni tek o estreme, si sono sottoposti a una visita medica presso un medico specialista in medicina subacquea o un centro specializzato in medicina sportiva? Quanti invece si sono rivolti al medico curante? Una visita approfondita diventa fondamentale per coloro che intendono immergersi a certe profondità accettando i rischi connessi a quella attività.
Mare: ecco, parliamo di rischi, è su questo argomento che sono stato subissato di insulti. Qual è la percentuale che affronta un tek che si immerge a 100 metri con il Trimix, anzi con l’Heliair?
Faralli: Il problema ripeto non è nel tipo di miscela utilizzata, ma nella tecnica. Sia in ambiente militare che in ambiente civile commerciale, non si possono fare immersioni come quelle senza le seguenti strutture: nave appoggio con camera iperbarica e rifornimento di miscela praticamente illimitato attraverso l’ombelicale; campana subacquea; standby divers; medico specializzato in medicina subacquea per eventuale trattamento in saturazione; squadra ed attrezzature di pronto intervento. Questo è l’unico modo per ridurre il rischio al minimo, fermo restando, che comunque anche così non si arriva mai al 100%. Se andiamo a vedere le cause degli incidenti nell’immersione tecnica sono principalmente nell’impiego della miscela sbagliata per quella immersione, nell’avere finito il gas respiratorio ancora sottacqua, nell’aver perso il controllo ed essere riemersi senza decompressione.
Mare: cerchiamo di dare delle percentuali; sono più facili da capire e più immediate
Faralli: francamente è un modo di affrontare il problema che non mi piace, ma se proprio devo, e se prendiamo le regole dell’immersione professionale “civile”, che deve rispettare il massimo della sicurezza come fattore 100, allora, assegnando 1/3 della sicurezza dovuto alla attrezzatura subacquea, alle miscele impiegate e alla tecnica di immersione, 1/3 alle attrezzature di supporto in superficie, e 1/3 al personale di assistenza, medico, tecnico e subacqueo, si può calcolare che anche se le attrezzature dei nostri Tek fossero perfette, le tecniche decompressive valide, le miscele super controllate, mancherebbe sempre un 66% di quella sicurezza, determinata dalla mancanza di tutto il resto, che è assolutamente necessario quando si affrontano certi rischi.
Mare: possiamo allora affermare che la percentuale di rischio che deve affrontare un subacqueo sportivo estremo o Tek, rispetto a un professionista del settore commerciale è del 66% in più?
Faralli: beh, direi che potrebbe mancare un 66% di sicurezza. Ma, attenzione, lasciami mettere per una volta dalla parte del “diavolo”, dicendoti che, comunque, ci sono anche altre tecniche di immersione che possono dimostrarsi rischiose, per esempio l’apnea.
Mare: l’apnea sarà oggetto di una nostra attenta analisi in un prossimo futuro, prima però vorremmo arrivare alle conclusioni sul tema attualissimo dei Tek. Fermo restando che il nostro obiettivo non è quello di impedire, ma quello di portare a conoscenza dei rischi reali, affinché i nostri ragazzi possano fare una scelta consapevole. Dobbiamo far capire loro che cosa c’è veramente dietro quelle didattiche che non vogliono incontrare gli esperti del settore. Quali sono le ragioni di tanta reticenza. Come potrebbero infatti sostenere di insegnare agli alunni tecniche sicure, se dovessero ammettere che li espongono a un rischio del 66% superiore ai subacquei commerciali e in taluni casi militari? Chi può ignorare un tale rischio? E soprattutto quale madre manderebbe il figlio a imparare quelle tecniche a cuor leggero?
Faralli: beh, per noi militari e per i subacquei commerciali è fuori discussione, ma nella vita civile ognuno è in teoria libero di fare quello che vuole, non sempre, nell’ambito sportivo, si pretendono le stesse regole di sicurezza necessarie in campo professionale o militare; è anche vero, però, che certe regole, in altre situazioni, vengono imposte.
Mare: accidenti se vengono imposte! Se io voglio navigare a oltre 50 miglia dalla costa devo munirmi di “atollo autogonfiabile” costo: 2200 Euro; EPIRB, costo: 500 Euro; Radar, costo: 3000 Euro; Satellitare, costo: 1500 Euro eccetera. Tutto questo allo scopo di salvare la vita del mio equipaggio e/o facilitarne il recupero con razzi rossi, fuochi a mano, salvagenti individuali, macchie di colorante, zatteroni eccetera.
Faralli: beh è abbastanza logico no?
Mare: c’è chi è arrivato a dire e a scrivere, che i subacquei commerciali fanno immersioni in saturazione per far pagare di più le aziende committenti.
Faralli: è vero esattamente il contrario. La saturazione costa di meno, perchè consente settimane di lavoro sul fondo, in modo continuativo. Pensa a quanto costerebbe lo stesso quantitativo di ore lavoro se fosse eseguito con tecniche tradizionali e quante ore lavoro andrebbero perse in decompressione, oltre agli immancabili rischi di embolia.
Grazie Fabio, credo che finalmente si sia fatta un po’ più di luce sull’argomento, ed in particolare ora comprendo fino in fondo la vera ragione della mia avversione per certe didattiche. Infatti, la libertà è sacrosanta, ma nel rispetto delle altrui libertà, e chi pratica certe discipline che di sportivo francamente hanno ben poco, lo deve fare nella piena consapevolezza dei rischi che affronta. Non si tratta di un 10% in più, ma di un 66% in più. A buon intenditor…
Il resto del poco tempo che ci resta lo spendiamo visitando le strutture iperbariche del Varignano, ed in particolare la camera iperbarica medicale. Si tratta di una struttura particolarmente attrezzata per ogni forma d’intervento, che in caso di emergenza, può ricevere anche civili infortunati. Prendano nota gli interessati: qualora fossero colpiti da malattie da decompressione nella zona del golfo e delle 5 Terre, rivolgendosi al 118 e all’ospedale di La Spezia, verrebbero immediatamente trasferiti al Varignano, finendo nelle ottime mani del C.F. prof. Faralli. La struttura è attivabile 24 su 24 in sole due ore, ma in alcuni casi anche in soli 30 minuti. Purtroppo, il nostro amico ci ha confermato che “quella” struttura come la maggior parte di quelle disponibili a livello civile e militare, non è attrezzata per terapie decompressive che prevedano una saturazione preventiva e successiva decompressione, e conseguentemente non può trattare nel modo più idoneo embolizzati a miscele, così come invece potrebbe fare la camera iperbarica imbarcata a bordo della nave “Anteo” della Marina Militare Italiana; ma quella purtroppo ce la possiamo scordare anche in casi d’emergenza.
Meditate subacquei, meditate. Ciliegina sulla torta, il C.F. prof. Fabio Faralli c’informa che sono in corso incontri e discussioni, ai massimi livelli della medicina iperbarica italiana, per risolvere il problema degli interventi su subacquei sportivi embolizzati a miscele, che attualmente vengono trattati con metodi curativi convenzionali.
La soluzione ci sarebbe con un impianto per decompressione terapeutica, in grado prima di saturare il subacqueo e poi di riportarlo alla normalità, seguendo le tecniche ormai pluri-sperimentate dal settore militare e commerciale, ma quando avremo un simile impianto, a disposizione di noi “poveri” sportivi?

il direttore